Immigrati, Acli: «punire gli irregolari significa punire le famiglie italiane»
13 Maggio 2008
Roma – Le Associazioni cristiane dei lavoratori italiani esprimono «forti preoccupazioni» per le anticipazioni sui contenuti del Pacchetto Sicurezza che il Governo si
preparerebbe a varare. «I reati commessi da cittadini stranieri vanno certamente perseguiti – afferma il presidente delle Acli Andrea Olivero – ma non vanno demonizzati gli stranieri
presenti sul territorio, come se fossero gli unici responsabili di una percezione di insicurezza che sembra ormai pervadere i cittadini italiani e gli stessi immigrati».
Non servono, secondo le Acli «proclami e annunci che criminalizzano indistintamente una realtà», come l’ipotesi del ricorso all’esercito, ma «politiche certe ed
efficaci di sicurezza, destinate tuttavia ad essere inefficaci se non affiancate da seri interventi di riqualificazione urbana, di mediazione, di accompagnamento». Viene giudicata
«buona» la logica dei patti territoriali, ma non limitati alla questione dell’ordine pubblico: «Costruiamo invece dei tavoli locali sulla sicurezza e l’integrazione. Per
costruire una società sicura, infatti, servono iniziative che incidano sulla qualità della vita delle persone, italiani e stranieri, che si sviluppa nei vari spazi di
socializzazione: la scuola, il quartiere, il lavoro, il tempo libero».
«Assolutamente contrarie» le Acli all’introduzione del reato di immigrazione clandestina, una «misura demagogica – la definisce Olivero – tanto inutile quanto pericolosa per
le ricadute sul piano sociale e culturale. Come è possibile mettere insieme senza distinzioni il disagio e spesso la disperazione delle persone che lasciano le proprie case e i propri
affetti con le attività illecite e criminali di chi sfrutta il fenomeno migratorio? Perché non introdurre, a questo punto, il reato di povertà?».
Sì, invece, all’emersione dei lavoratori immigrati irregolari. «L’irregolarità di molti stranieri – aggiunge Olivero – è dovuta soprattutto a un sistema legislativo
limitato e poco lungimirante, che rende angusto l’accesso regolare e addirittura provoca una fin troppo facile caduta nella illegalità di coloro che sono riusciti ad entrare in Italia
nel rispetto delle norme. Si pensi alle migliaia di famiglie che hanno alle proprie dipendenze altrettante donne straniere, spesso in condizione di irregolarità, a cui però
affidano i propri anziani, figli e abitazioni. L’irregolarità o clandestinità è spesso dovuta alle lungaggini burocratiche e agli immensi ritardi con cui lo Stato risponde
alle esigenze di queste famiglie e delle imprese. Cosa avverrebbe in Italia se anche qui si ripetesse, come avvenuto in Francia, lo sciopero dei «senza documenti«? Imprese e
famiglie sarebbero fortemente penalizzate. Il governo, le amministrazioni locali sarebbero capaci di rispondere alle richieste di welfare che ne deriverebbero? Oggi il welfare di queste
famiglie è «fatto in casa» senza il supporto dello Stato, grazie anche a questi lavoratori e lavoratrici. Sarebbe allora più logico, in ordine alla sicurezza di tutti,
permettere l’emersione di questi lavoratori»





