E’ Natale: la Pace è solo una utopistica speranza?
22 Dicembre 2025
No, oggi non è solo un’utopia. È una possibilità fragile, che esiste ma solo a certe condizioni. Comincia da ognuno di noi E’ proprio questo il messaggio più onesto – e più natalizio – che possiamo permetterci.
Newsfood.com, 22 dicembre 2025
A Natale la parola “pace” ritorna puntuale, quasi rituale.
La pronunciamo sapendo che il mondo è attraversato da guerre, ingiustizie, odio.
E allora nasce il dubbio: stiamo solo raccontandoci una favola per sentirci meglio?
La risposta non è semplice, ma è vera: la pace non è un’illusione, è un processo.
E i processi non fanno rumore, non entrano nei titoli dei telegiornali, non hanno una data ufficiale.La pace non arriva tutta insieme, all’improvviso. La storia ci insegna una cosa chiara: le grandi paci non nascono da un atto eroico, ma da mille piccoli cambiamenti invisibili… una lenta lievitazione di di elementi positivi.
Non nasce quando tutti sono buoni. Nasce quando abbastanza persone smettono di credere che l’odio o la vendetta siano inevitabili. Lo hanno capito figure come Mahatma Gandhi, che parlava di forza della nonviolenza, o Nelson Mandela, che scelse la riconciliazione invece della vendetta dopo decenni di prigionia.
Non erano ingenui. Sono stati realisti profondi che hanno accantonato i ricordi negativi, trasformandoli in positività. serenità interiore e appagante.
Ci stiamo avvicinando a un periodo di vera pace?
Non nel senso ingenuo di un mondo senza conflitti. Ma sì, ci stiamo avvicinando a qualcosa di diverso:
Le nuove generazioni sono meno disposte a morire per ideologie astratte.
Le economie sono interdipendenti: anche per le grandi potenze la guerra oggi costa più di quanto renda.
La comunicazione globale rende più difficile disumanizzare l’altro
Cresce una stanchezza diffusa verso la violenza come strumento di potere.
Sono segnali lenti, contraddittori, imperfetti ma sono segnali reali che alimenta la flebile speranza che la pace sia possibile.
Sì, ma a quali condizioni? Qui serve onestà, la pace è possibile solo se:
1. Rinunciamo all’idea del nemico assoluto; finché qualcuno è irrecuperabile, la guerra resta legittima.
2. Accettiamo la complessità e le disuguaglianze; la pace non è bianca o nera ma è fatta di compromessi, a volte scomodi.
3. Smettiamo di delegarla solo ai governi, e la pratichiamo già noi nel nostro vivere quotidiano; la pace politica segue sempre una pace culturale e umana.
4. Ricominciamo a riconoscerci come persone, come individui imperfetti, fallibili, prima che come schieramenti; mangiare insieme, ascoltare storie, condividere quotidianità è più potente di quanto possa sembrare e contagia positivamente il nostro prossimo, oltre a darci un benessere interiore.
-E il ruolo di ognuno di noi? Cosa possiamo fare?
Qui viene la parte più vera. La pace non comincia dai trattati, comincia dai comportamenti.
Ogni volta che:
scegliamo un linguaggio meno aggressivo,
impariamo ad ascoltare invece di reagire
condividiamo bellezza, cultura, cibo, memoria
smettiamo di alimentare cinismo e rassegnazione
riconosciamo i nostri errori chiediamo scusa
… stiamo riducendo lo spazio della guerra.
È poco?
Non credo. È l’unica cosa che funziona davvero nel lungo periodo.
Natale non come pia illusione, ma come promessa. Il Natale non ci chiede di credere che il mondo sia già in pace; ci chiede di credere che possa cambiare direzione. La pace non è un punto di arrivo ma una scelta quotidiana, fragile, imperfetta, ma contagiosa.
E sì, anche solo la positività che condividiamo con chi ci sta accanto è già una forma concreta di pace che prende forma. Forse non cambierà il mondo domani ma ci fa già stare meglio, più sereni, più in pace con noi stessi.
Senza questa presa di coscienza individuale, il mondo non cambierà mai.
Quindi la speranza in un mondo migliore in pace, oggi, non è utopia. È responsabilità.
La vendetta: una strada che non porta alla pace
C’è un’idea antica e pericolosa che continua a riemergere nei conflitti grandi e piccoli: che la vendetta possa ristabilire un equilibrio, che “restituire il colpo” possa sanare una ferita. Ma la storia – personale e collettiva – dimostra il contrario. La vendetta non chiude mai un conflitto, lo prolunga. Trasforma il dolore in eredità, l’ingiustizia in faida, il torto subito in giustificazione per il prossimo.
Le faide interminabili, tra popoli come tra famiglie, nascono tutte da lì: dal rifiuto di interrompere la catena.
Ogni atto di vendetta chiede il successivo, ogni “pareggio” prepara un nuovo debito.
Come ricordava Mahatma Gandhi: “Occhio per occhio rende il mondo cieco.”
Mettere da parte il nostro orgoglio e rinunciare alla vendetta non è debolezza. È un atto di forza morale, l’unico capace di spezzare davvero il ciclo dell’odio. Non significa dimenticare, né accettare l’ingiustizia. Significa decidere che il dolore non sarà l’architetto del futuro.
La pace non è lontana: è vicina quanto lo siamo noi
Ed è qui che il discorso torna a noi, oggi, a Natale, la pace non si costruisce solo nei palazzi della diplomazia.
Si costruisce ogni giorno, molto prima, molto più vicino.
La pace la costruiamo noi quando: sopportiamo piccole ingiustizie senza trasformarle in guerra personale; tolleriamo le diversità invece di viverle come minacce; rispettiamo il prossimo, anche quando non la pensa come noi.
A cominciare da:
chi ci siede accanto in famiglia, chi lavora con noi, chi incontriamo per strada, in fila, nel traffico, nella vita quotidiana
La pace nasce lì, o non nasce affatto.
Natale come scelta, non come illusione. Forse non vedremo subito un mondo senza guerre.
Ma possiamo vedere – e costruire – un mondo con meno odio, meno rancore, meno vendetta.
La pace non ci viene concessa, la pace si pratica. E comincia esattamente da noi, nella quotidianità di ognuno di noi.
Giuseppe danielli
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