Diario di una giornata a Vinitaly di una giovane Sommelier siciliana AIS

Diario di una giornata a Vinitaly di una giovane Sommelier siciliana AIS

Una nuova leva dell’Associazione Italiana Sommelier, Maria Concetta Turco, mi ha mandato la dettagliata cronaca della sua massacrante giornata veronese, tra cantine e bottiglie, per la
pubblicazione su CucinArtusi.it. Maria Concetta, da sempre amante del vino, qualche anno fa, per una necessità professionale, ha finalmente deciso di iscriversi ai corsi AIS presso la
delegazione di Palermo, diventando sommelier nel 2009 e professionalizzando così la sua passione. Poteva mai farsi sfuggire l’occasione di un succoso tour in quel paradiso dei degustatori
chiamata Vinitaly?

Maurizio Artusi

Verona
Il sette Aprile, intorno alle dieci del mattino, sono già all’ingresso del Vinitaly. Sono partita molto presto, dalla Toscana, dove sono giunta provenendo dalla Sicilia. Ho deciso di fare
un giro tra alcuni territori del Vinitaly in un’unica giornata, nuova sfida per una stakanovista dei viaggi in 24/48 ore quale io sono! Poi, se si hanno delle guide d’eccezione tutto è
possibile. Le guide in questione sono Andrea Barderi e Giulia Croce, due agenti di commercio di alcune aziende vitivinicole italiane interessanti, toscano lui, siciliana ma toscana d’adozione
lei, entrambi con la passione di Benigni e il suo Dante. E’ grazie a loro che è iniziato questo affascinante viaggio all’interno del Vinitaly, infatti, come dei moderni Virgilio, mi hanno
accompagnata per quasi tutto il percorso.

Il primo territorio che siamo andati a visitare è stato quello della Franciacorta, luogo italiano d’elezione del metodo classico che, con le sue colline e le sue brezze vicino al lago
d’Iseo, ha un microclima perfetto per la coltivazione dello chardonnay, dal quale ne ottiene doti di eleganza e finezza indiscutibili. Sarà per l’eccellenza dei prodotti, ma anche per
l’abilità nel promuovere e comunicare questo territorio, che già di prima mattina le degustazioni di Franciacorta sono prese d’assalto.

L’azienda che incontriamo per prima è Barone Pizzini, forte dei suoi 140 anni di storia, si trova in un territorio che insiste tra una riserva e un monastero cluniacense, negli ultimi anni
ha fatto dell’agricoltura biologica, biodinamica e dell’ecosostenibilità i suoi punti di forza.

Ad accoglierci c’è il direttore commerciale dell’azienda, che ci segue nella degustazione di due vini: l’Extra Brut e il Bagnadore Pas Dosè Riserva, sfoggiando il nuovo bicchiere,
appositamente studiato dal Consorzio di Franciacorta, per esaltare sia le bollicine che i profumi dei vini mossi.

L’Extra Brut Franciacorta Docg, un 95% di chardonnay e 5% di pinot nero con affinamento sui lieviti di 24 mesi, ha un perlage fine, al naso sono predominanti i sentori intensi di fiori gialli, di
frutta secca e di crosta di pane. Al gusto è abbastanza persistente ed elegante.

Il Bagnadore Pas Dosè Riserva Franciacorta Docg, uno chardonnay 50%, pinot nero 50%, con affinamento sui lieviti di 60 mesi in barrique, è un millesimato del 2004, ha un colore
giallo intenso, profumi persistenti di spezie, frutta gialla matura, erbe aromatiche, persistente e vellutato al gusto, elegante e di grande struttura, ha ottenuto i 5 grappoli di Duemilavini
2011.

Dopo questo primo intenso viaggio sensoriale, ancora stordita un po’ per il vino, un p’ per il caldo afoso che opprime Verona, ci dirigiamo verso la Campania. Ci troviamo in provincia di
Avellino, in una zona di media collina nel cuore dell’Irpinia, precisamente nell’azienda Colli di Castelfranci. Qui si aggiungono al nostro tour una coppia di simpatici ristoratori toscani, con i
quali si intraprenderanno poi interessanti scambi enogastronomici, spunti preziosi che arricchiranno la giornata. Ad accoglierci in azienda troviamo alcuni dei titolari, che ci propongono tre dei
loro vini bianchi.

Per prima cosa degustiamo una Falanghina in purezza, dai profumi intensi e fruttati, morbida e persistente al palato.

Passiamo poi al Greco di Tufo in purezza, dal profumo fruttato, con sentori di polpa gialla matura, dal gusto sapido e fresco, con una lunga persistenza aromatica.
Per ultimo assaggiamo un Fiano d’Avellino in purezza, vendemmia tardiva, dal profumo intenso, fruttato, molto elegante e con un bell’equilibrio tra sapidità e freschezza.

Tra un approfondimento sul territorio e uno sull’azienda salutiamo i titolari, e sempre più storditi ci ritroviamo in Trentino, da quel colosso aziendale che è il gruppo
Mezzacorona. Nonostante le dimensioni aziendali, le parole d’ordine sono attenzione e accoglienza, e anche qui a seguirci nel percorso degustativo c’è un responsabile dell’azienda.
Iniziamo il nostro percorso con una delle cantine del gruppo che è Rotari, e precisamente con un metodo classico trento doc, il Rotari Cuvèe 28, uno chardonnay al 90% e pinot nero
al 10%, che fa 28 mesi sui lieviti, dal colore giallo paglierino, dal profumo intenso ed elegante, dal gusto fragrante, armonico e con un perlage fine e abbastanza persistente.

Dopo questo assaggio passiamo al Rotari Riserva Talento Trento Doc, uno chardonnay al 90% e pinot nero al 10%, che affina 48 mesi sui lieviti, dal colore giallo brillante, con profumi di frutta
gialla matura, note di burro, nocciola e frutta secca, dal gusto vellutato, morbido e fragrante, dal perlage fine ed elegante.

Continuando il viaggio nei territori che appartengono al gruppo Mezzacorona, arriviamo al Dalila Sicilia Igt, un 80% di grillo e 20% di viognier, dal Trentino, quindi, ci spostiamo infatti in
Sicilia, nelle tenute di Feudo Arancio. Dalila è un vino che già dall’etichetta, con quel suo spartito musicale in vista, mostra tutta la sua eleganza. E’ un vino che si presenta
aromatico, con sentori di frutta esotica e fiori bianchi, di miele e note vanigliate date dal passaggio in barrique, abbastanza equilibrato ed armonico.

Dalla Sicilia continuiamo questo viaggio nel viaggio e ci trasferiamo in Alto Adige con il Gewurtztraminer Alto Adige Doc di Tolloy, dal colore giallo paglierino e delicati riflessi dorati, il
profumo è intenso, con note di agrumi e sentori di frutta matura e miele; al palato propone un sapore fresco con sentori di erbe aromatiche.

Da questa realtà multiterritoriale, quale è Mezzacorona, ci spostiamo nello stand dell’Alto Adige, territorio con terreni calcarei che garantiscono freschezza ai vini, un clima di
alta montagna con forti escursioni termiche che arricchiscono il profilo olfattivo dei vini, di solito molto eleganti ed intensi. L’azienda che andiamo a visitare è Elena Walch, una delle
cantine più prestigiose della regione. Ad accoglierci, in uno stand già colmo di visitatori, troviamo la signora Walch e il marito, che demandano all’enologo il compito di farci
degustare alcune delle loro meraviglie.

Il primo vino in degustazione è Ewa Cuvèe, un 60% di gewurtztraminer, 20% di müller-thurgau e 20% di chardonnay. E’ un vino elegante ed equilibrato, con una bella persistenza
aromatica, dove l’aromaticità del traminer ben si coniuga con la freschezza dello chardonnay e le caratteristiche floreali del müller-thurgau.

Dopo questo primo assaggio passiamo ad un cru, il Riesling del vigneto Castel Ringberg, un vino fruttato, delicatamente aromatico, con sentori di pesca e albicocca, con belle note minerali, una
buona acidità e una interessante armonia.

Il terzo vino in degustazione è un altro cru, il Sauvignon Castel Ringberg, un vino con un buon equilibrio tra acidità e sapidità, sentori aromatici, vegetali e con note di
pietra focaia, dal gusto minerale ed aromatico, ben strutturato. Il quarto vino è qualcosa di veramente affascinante.

Un altro cru, il vigneto di Kastellaz e come vitigno il Gewurtrztraminer, il risultato è un vino straordinario, dal profumo intenso di rosa e qualche nota speziata, dal sapore molto
aromatico e fresco, persistente e complesso.

Dopo questa degustazione andiamo via estasiati, continuando a parlarne durante il tragitto che ci porterà ancora in Alto Adige, nella valle dell’Isarco, dall’antichissima Pacherhof. Ci
accoglie il proprietario, un giovane vignaiolo attento al biologico e al biodinamico che produce bianchi molto eleganti. In degustazione abbiamo dei bianchi della vendemmia 2010 ancora molto
giovani.

Il primo è stato un Kerner in purezza, aromatico, delicato e con un leggero sentore di noce moscata, un vino evocativo che mi ha richiamato alla memoria il profumo di sugo e le mie
domeniche in Sicilia.

Il secondo vino è stato un Sylvaner in purezza, molto fresco e fruttato.

Il terzo è stato un Grüner-Veltiner, vitigno che non avevo mai provato, con un bell’equilibrio tra sapidità e mineralità, con sentori di ananas, pietra focaia e burro
fuso.

Dopo questa sosta in territori a me sconosciuti e così lontani dalla mia terra, ma nei quali incrocio tanti volti noti di estimatori ed esperti siciliani, riprendiamo il nostro viaggio e
ci immergiamo nella bolgia che contraddistingue la regione Veneto, presa letteralmente d’assalto e nella quale nemmeno si riesce a sentire la voce dei propri vicini di avventura.
Arriviamo quindi presso l’azienda Ponte, che più che uno stand ha allestito un vero e proprio wine bar su due piani, dove accogliere i visitatori.
Ci accomodiamo ed iniziamo a degustare un Prosecco Millesimato Doc Extra Dry, che si presenta al naso con sentori agrumati e di mela verde, in bocca invece è sapido e fresco, con un fine
perlage. Continuiamo con un Prosecco Doc fruttato e floreale, dal sapore fresco.

Intanto, l’intero padiglione del Veneto, si è fatto sempre più affollato e, finita la degustazione in casa Ponte, la stanchezza inizia a farsi sentire ma nonostante ciò si
decide di andare in Toscana, presso il Castello del Terriccio, azienda situata tra le province di Pisa e Livorno, nota per gli eccellenti prodotti, dotati di grande personalità e legati in
maniera profonda al proprio territorio. A farci accomodare e a seguirci in maniera attenta e professionale, durante tutto il complesso percorso degustativo, è la responsabile dell’export e
international marketing dell’azienda, con la quale ci si riesce a coinvolgere persino in una vivace conversazione.

Iniziamo la degustazione con il campione del Rondinaia 2010, non ancora in commercio, uno chardonnay in purezza fino a qualche anno fa, ma che adesso ha tracce di viognier. Il suo nome indica il
luogo dell’azienda dove trovavano rifugio le rondini e anche se ha ancora bisogno di qualche settimana di riposo, questo vino mostra tutto il suo carattere, al naso sono presenti la banana,
l’ananas, con un retrogusto di nocciola, al palato è fresco e persistente, insomma, un vino estremamente interessante.

Il secondo vino in degustazione è un Tassinaia, un blend di cabernet sauvignon, merlot e sangiovese di pari uvaggio. Il suo nome vuol dire luogo dei sassi e indica il luogo della tenuta
dove veniva presa la pietra che è servita per costruire alcuni fabbricati dell’azienda. Questo vino rimane in barriques per 14 mesi e completa l’affinamento riposando in bottiglia per
altri 12 mesi. Al naso mostra profumi di viola e more, vaniglia e aroma di tostatura, in bocca i tannini sono eleganti ed il tutto risulta molto morbido. E’ un vino elegante e complesso, con un
bell’equilibrio e destinato ancora ad evolversi.

L’ultimo vino in degustazione è un Lupicaia, un cabernet sauvignon all’85%, merlot al 10% e petit verdot al 5%. Questo è il vino che ha consacrato l’azienda nel panorama
internazionale, il suo nome vuol dire “luogo della caccia al lupo”. E’ un vino che fa 18 mesi di barriques e che passa un ulteriore periodo di affinamento in vetro, estremamente elegante e
complesso, durante la degustazione saltano subito al naso le note di ribes e frutti di bosco, quelle minerali e quelle di legna e burro fuso. Al palato conferma tutto ciò che si è
provato al naso, con una carica polifenolica importante e tannini vellutati e con una bella morbidezza e persistenza. Ha un’importante struttura e una grande capacità di affinamento nel
tempo. Tutta la degustazione è accompagnata da un clima di convivialità dettato dalla complessità dei vini, difficili da tenere lontani dal naso e dal palato. Anche dal
bicchiere vuoto questi vini non smettono di stupire e quindi ci attardiamo a lungo su questa azienda.

Rimanendo sempre in Toscana ci spostiamo da Caparzo, che ospita nel suo stand il produttore dello champagne Barthelemy. La conoscenza del giovane proprietario che parla solo francese e inglese mi
conduce nell’interessante e tragicomica situazione di dover parlare di vini in una lingua che non è la mia. Ciascuno degli champagne che degusto ha il nome di una pietra preziosa, quasi a
volerne ulteriormente sottolineare le caratteristiche di brillantezza e unicità.

Il primo champagne è il Topaze Zero Dosage, un pinot nero, pinot meunier e chardonnay, che il proprietario tiene a puntualizzare quanto sia un reale pas dosè. E’ uno champagne molto
particolare al gusto e all’olfatto, un po’ marcato in tutti i sentori, ma con una bella persistenza. Ha un colore oro brillante e un perlage fine, al naso ha profumi di frutta fresca e agrumi,
miele e crosta di pane, in bocca è fresco, con retrogusto di pesca. In ultima analisi, è un vino elegante con un buon bilanciamento tra le tre varietà di vitigni.

Il secondo è Brut Ametiste, un 50% di pinot nero, 30% di pinot meunier e 20% di chardonnay, brillante e luminoso, con bollicine fitte e persistenti. I sentori predominanti sono quelli di
brioches e di frutta rossa. Un vino davvero seducente.

Il terzo è un millesimato Brut Saphire, con un predominante chardonnay ed una piccola parte pinot nero, dal colore oro brillante, con un perlage finissimo e persistente, con note di
mandorle, noci, cannella, miele. Uno champagne raffinato e sofisticato, fresco e complesso.

Infine, dopo aver preso commiato da tutti i nostri compagni di degustazione, passo velocemente dal padiglione Sicilia. La prima cosa che qui salta all’occhio è l’allestimento unitario di
tutto il padiglione, che dà, sin da subito, l’idea di una visione unitaria dell’intera regione, di una progettualità e di una regia comune, dove poi, la ripartizione territoriale
delle cantine, è solo un’ulteriore specificazione di quella varietà pedoclimatica che ritroviamo nell’isola. Ben 17 territori delimitati con precisione dall’IRVV, Istituto Regionale
della Vite e del Vino, che accolgono 19 varietà autoctone ampelograficamente differenti e altre 46 antichi “reliquia”, spesso a rischio di estinzione: un vero continente del vino.

In Sicilia degusto Lu Patri della cantina Baglio del Cristo di Campobello di Licata, in provincia di Agrigento, un nero d’avola in purezza molto interessante, dai sentori di amarena, ribes, mora,
note erbacee, cuoio, cacao. E’ un vino morbido e sapido, con tannini mai aggressivi.
Per ultimo degusto il Nero d’Avola-Syrah 651 Terre di Ginestra di Calatrasi, dall’intenso color rubino, al naso sono presenti profumi di mora, mirtillo, tabacco e qualche nota balsamica. In bocca
ha una bella morbidezza e un tannino vellutato.

Dopo il padiglione Sicilia chiudo il mio tour e raggiungo l’aeroporto, sono ormai le sei del pomeriggio ed è ora che mi diriga lì. Sull’aereo che mi riporta a casa penso che, l’aver
attraversato l’Italia da nord a sud in meno di 24 ore, sia in aereo ma soprattutto attraverso i padiglioni del Vinitaly, nonostante la fatica e la stanchezza, sia stata un’esperienza unica.

Maria Concetta Turco

Newsfood.com
(su gentile concessione dell’autore e CucinaArtusi.it)

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