Decreto anticrisi, dalla Cgil il no all’abrogazione degli studi di settore

 

Roma – “Gli emendamenti che prevedono l’abolizione dell’accertamento automatico nei confronti dei contribuenti che denunciano redditi inferiori a quelli previsti dagli
studi di settore, e l’inversione dell’onere della prova non più a carico di chi non è in linea con i parametri ma dell’amministrazione fiscale, abrogano
di fatto gli studi di settore”. È quanto sostiene il responsabile del Dipartimento economico della Cgil Nazionale, Beniamino Lapadula, nel rilevare come “già
le stesse norme sugli studi di settore contenute nel decreto anticrisi rappresentino un sostanziale svuotamento di questo strumento”.

Per questo la Cgil, in vista della riunione di domani delle commissioni Bilancio e Finanza della Camera, chiede al governo che non vengano approvati tali emendamenti. “Una loro
approvazione, infatti, – continua Lapadula – potrebbe compromettere ulteriormente il già difficile rapporto con il sindacato”.

“Tremonti ha ripreso una vecchia abitudine: quella di taroccare i conti pubblici per favorire il blocco sociale di riferimento del centrodestra”, dice il sindacalista nello
spiegare come: “Le misure contenute nel decreto, e ancor più quelle previste negli emendamenti suggeriti dal ministero dell’Economia, riducono le imposte a
professionisti, lavoratori autonomi e imprenditori, incentivandoli in modo esplicito ad evadere”.
Il ministro dell’Economia, conclude Lapadula, “ha negato la restituzione di 4 miliardi di drenaggio fiscale a lavoratori dipendenti e pensionati per elargire un bonus di
pari importo ai contribuenti interessati dagli studi di settore: si tratta di uno schiaffo in faccia a Cgil, Cisl e Uil che non potrà non avere pesanti conseguenze”.

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