DDL etichettatura: il circo Barnum dell’agricoltura italiana + (Aggiorn. del 3/2/2011)

DDL etichettatura: il circo Barnum dell’agricoltura italiana + (Aggiorn. del 3/2/2011)

By Redazione

Giovedì 3 febbraio 2011 Aggiornamento della situazione.

Scrive, tra l’altro, Dario Dongo (Federalimentare):

“Proprio quando il Ministro delle Politiche Agricole si e’ dichiarato pronto a tradurre in pratica la nuova legge sull’indicazione di origine dei prodotti alimentari, e’ giunta nella sua cassetta delle lettere un “invito a non procedere”, da Bruxelles. Mittenti, i Commissari europeo per la Salute e Tutela del Consumatore John Dalli e per
l’Agricoltura Dacian Ciolos, i quali hanno firmato una lettera dai toni garbati e diplomatici, ma di contenuto chiaro:

1) si rammenta che lo scorso anno la Commissione europea aveva già intimato all’Italia di sospendere l’esame del disegno di legge in cui si prevedeva l’indicazione obbligatoria in etichetta dell’origine dei prodotti alimentari

2) in barba alle prescrizioni comunitarie, il Parlamento italiano ha approvato il disegno di legge in questione

3) nel frattanto, è proseguito il dibattito europeo sulla proposta di regolamento UE per l’informazione al consumatore relativa ai prodotti alimentari.

4) L’Italia non puo’ permettersi di adottare in questa materia regole ulteriori rispetto a quelle comuni.”

(Alfredo Clerici)

“Staremo a vedere.”

Così concudevamo, nel gennaio 2009, un nostro articolo (vedi Note Finali) col quale davamo notizia della comparsa del “DDL Zaia” (per il suo stato dell’arte, si veda l’Atto Camera 2260, nelle Note Finali).

Rieccoci qui, dopo un anno e mezzo di quasi silenzio, a riprendere il discorso, sollecitati dalla pioggia di comunicati annuncianti il via libera, da parte della Commissione agricoltura della Camera dei Deputati, al disegno di legge d’iniziativa governativa, contenente “disposizioni per il rafforzamento della competitività nel settore agroalimentare”.

Vi è chi festeggia senza pudore, ma vi sono anche, fortunatamente, alcune voci critiche.

“E un importante passo in avanti per impedire di ‘spacciare’ come Made in Italy il prodotto proveniente dall’estero”, così proclama il presidente di Coldiretti, Sergio Marini.

Si tratta di un argomento ormai usurato, oltre che facilmente contestabile.

Del rapporto tra “made in Italy” ed origine degli ingredienti ci siamo già ampiamente occupati [vedi l’articolo sull’IGP nelle Note Finali].

E ancora (citiamo da un articolo di Michela Lugli, apparso su AGRONOTIZIE del 28 settembre):

«…la Cia si dice perplessa nei confronti di un provvedimento che, secondo l’associazione, “lascia aperti alcuni problemi e rimanda a decreti attuativi che inevitabilmente allungano i tempi per una reale applicazione del provvedimento. Anche in questa occasione” prosegue Cia, “le tante promesse verso gli imprenditori agricoli sono rimaste tali. Le questioni vere dell’agricoltura non vengono affrontate e si rinviano a chissà quando misure di concreto sostegno di cui gli agricoltori proprio ora hanno assoluta necessità”. … Poco convinta anche Confagricoltura che, apportando qualche critica ai concetti di ‘materia prima prevalente’ e ‘ultima trasformazione sostanziale’ contenuti nel testo del disegno legge, afferma di essere “a favore di un’etichettatura di origine trasparente e completa ma senza dimenticare di essere nel mercato unico.» Riteniamo essere facili profeti se affermiamo che, sull’interpretazione dei concetti di «Materia prima prevalente» e «ultima trasformazione sostanziale» correranno fiumi d’inchiostro.

Tra le novità apportate al testo vi è quella relativa agli OGM:

 “è obbligatorio, nei limiti e secondo le procedure di cui al presente articolo, riportare nell’etichettatura di tali prodotti, …, in conformità alla normativa dell’Unione europea, l’eventuale utilizzazione di ingredienti in cui vi sia presenza di organismi geneticamente modificati in qualunque fase della catena alimentare, dal luogo di produzione iniziale fino al consumo finale.” In questo caso, più che fiumi d’inchiostro, ci sentiamo di prevedere (ammesso che tale aggiunta rimanga nel testo definitivo) che questa prescrizione cadrà semplicemente nel vuoto. Certo, per chi volesse obbedire, gli strumenti non mancano.

Vi è, ad esempio, la possibilità di farsi certificare “OGM free” (fatti salvi i limiti di attendibilità di talune certificazioni), ma queste cose costano! Se poi non ci si vuole certificare, ancora più oneroso risulterebbe mettersi in condizione di dimostrare in proprio (con “evidenze oggettive”, cioè piani di campionamento, analisi, valutazione dei fornitori, ecc. ecc.) l’assenza di OGM. Eppure, sebbene, da anni, come è noto, la “normativa dell’Unione europea” preveda che, se la componente Ogm supera la soglia dello 0,9%, la si deve segnalare sulle etichette delle confezioni, a qualcuno è mai capitato di leggere da qualche parte “contiene OGM”? Siamo sicuri di no e le ipotesi non possono che essere due.

La prima è che nessuno, in Italia, utilizzi ingredienti OGM (riteniamo utile segnalare, a questo proposito, un articolo, apparso tempo fa su Corriere della Sera.it, dal titolo Anche gli Ogm nella «dieta» di mucche, polli e maiali ed inserito nelle Note Finali). La seconda prevede la classificazione degli OSA (operatori settore alimentare) in tre categorie: – quelli che non dichiarano OGM perchè li cercano e non li trovano; – quelli che li cercano, li trovano, ma non li dichiarano; – quelli che manco li cercano. Secondo voi, quale
ipotesi è quella giusta? E se nessuno rispetta la norma europea, perchè qualcuno dovrebbe rispettare quella italiana?

Quando il DDL arriverà in Gazzetta? A giudicare da quanto risulta dal Resoconto (vedi Note Finali) della XIV Commissione permanente (Politiche dell’Unione europea) che, nella seduta del 28 settembre si è occupata, tra l’altro, del nostro DDL è lecito prevedere tempi piuttosto lunghi: “…il Governo ha provveduto ad attivare la procedura di informazione, ai sensi delle direttive 98/34/CE e 2000/13/CE. Nell’ambito di tale procedura, sono pervenuti i pareri circostanziati di tre Stati membri (Spagna e Francia e Germania), ai sensi della direttiva 98/34/CE, nonché le osservazioni di Austria e della Commissione europea, che ha emesso anche un parere circostanziato, ai sensi dell’articolo 9, par. 2 della suddetta direttiva. Ciò, oltre a determinare la proroga dei termini di astensione obbligatoria dall’adozione del provvedimento notificato (ora fissati al 21 gennaio 2011), comporta l’obbligo per le Autorità italiane di riferire alla Commissione europea sul seguito che si intende dare al parere stesso. Appare quindi opportuno richiedere alla Commissione di merito di chiarire che l’entrata in vigore della disposizione di cui all’articolo 6 è subordinata alla conclusione della procedura di informazione attivata ai sensi delle direttive 98/34/CE e 2000/13/CE.”

Per chiudere ci piace citare una riflessione di Alfonso Pascale, che ringraziamo per averci fornito lo spunto per il titolo di questo articolo: “mentre in Francia si approva una legge di 80 articoli che effettivamente rafforza la parte agricola nelle filiere, in Italia si sta per approvare una legge bluff sull’etichettatura, che non potrà applicarsi perché è materia di competenza europea. Ma il Circo Barnum dell’agricoltura italiana applaude soddisfatto.” (tratto da http://www.teatro naturale.it  n. 33, settembre 2010: Se l’etichettatura
d’origine ha la priorità sull’agricoltura.
Vedi testo integrale in Note Finali).

 NOTE FINALI, per approfondire:

Origine dei prodotti in etichetta, l’Italia ci riprova

Atto Camera 2260

“Prodotti a marchio IGP”: ufficialmente difendono il made
in Italy, ma in pratica non è vero!

Anche gli Ogm nella «dieta» di mucche, polli e maiali

Se l’etichettatura d’origine ha la priorità sull’agricoltura

 

Dott. Alfredo Clerici
Tecnologo Alimentare
Newsfood.com

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