Con la crisi di Governo sfuma lo sciopero sui salari
8 Febbraio 2008
Tempi duri, anzi durissimi, per i lavoratori italiani, quando la politica doveva cominciare a discutere di redistribuzione della ricchezza nel nostro paese, quando era giunto il tempo di
mettere mano alla politica dei redditi per darne vita ad una nuova più equa e di vero sostegno al lavoro dipendente, quando si è cominciato a parlare seriamente della questione
salariale ecco che il Governo è venuto meno.
Difficile pensare che si sia trattato di un caso perché quel Governo che per il lavoro aveva pur fatto qualcosa aveva comunque mostrato più di qualche tentennamento nel voler
adoperarsi per aumentare fattivamente i redditi dei lavoratori italiani, stretto com’era tra la morsa dei liberisti democratici e quella dei falchi di Confindustria.
Dei tentennamenti governativi se n’erano accorte le Segreterie nazionali di Cgil, Cisl e Uil che avevano dapprima presentato una piattaforma sui salari e pensioni e poi proclamato lo sciopero
generale per il 15 febbraio. Scioperare in piena campagna elettorale e contro un Governo che non esiste non è di certo possibile e per questo Cgil, Cisl e Uil hanno scelto di rimandare
lo sciopero. Non è rimandato però il tema di fondo, che sarà oggetto di una martellante campagna informativa promossa dalle organizzazioni sindacali anche e soprattutto
perché sia inserito tra le priorità della campagna elettorale e del prossimo governo, qualsiasi esso sia.
Il 15 febbraio sarà, pertanto, il cosiddetto «tax day», la giornata di avvio di una mobilitazione più generale che vedrà in centinaia di piazze italiane una
raccolta di firme sulla piattaforma sindacale per aumentare stipendi e pensioni e per abbassare prezzi e tariffe. Le firme raccolte saranno poi consegnate nelle mani del futuro Presidente del
Consiglio e in quelle del Presidente della Repubblica. «Ne raccoglieremo milioni tanto che ne saremo sommersi», hanno annunciato i tre Segretari generali di Cgil, Cisl e Uil. Che
aggiungono: «non ci potranno non ascoltare»





