Carlin Petrini e Barolo su Repubblica: sicuro che sia la ricetta giusta?

Carlin Petrini e Barolo su Repubblica: sicuro che sia la ricetta giusta?

 

GIU’ LE MANI  DALLE LANGHE

La globalizzazione impone di fare crescere la dimensione aziendale per affrontare i mercati esteri – La media è di 5 ettari ad azienda.

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Colpi di sole a Repubblica – Perché è un errore fermare il decollo delle Langhe
PETRINI FA TAFAZZI
CON IL BAROLO!!!
Servono aziende più’ grandi, non micro per affrontare i mercati globali – L’esempio francese e del Nord-Est

Di Franco Vergnano
(Economista, editorialista economico e bon vivant)

MILANO _ Con il populismo da strapazzo becero e straccione non si vada nessuna parte. Anche se si e’ un untouchable come Carlo Petrini.
Che questa volta l’ha decisamente fatta fuori dal vaso.

E qualcuno deve pur dire che “il re e’ nudo!”. Ma procediamo con ordine.
A forza di voler a tutti i costi difendere “orticelli” vari (magari redditizi, come vedremo), si finisce per utilizzare anche le bottiglie di Barolo come il mitico autolesionista Tafazzi inventato negli anni Novanta da Aldo, Giovanni e Giacomo.
L’ultima “barzelletta” sull’agroalimentare?

Vigneto nelle Langhe

Vigneto nelle Langhe

Abbiamo aziende eccessivamente strutturate. O meglio, puntiamo troppo sul prezioso vitigno Nebbiolo (da cui deriva il “vino dei re e il re dei vini” e altri nobili calici) che, a fronte di cure, lavorazioni e marketing accurati sa riconoscere un alto valore aggiunto, con ricchi ritorni a chi gli dedica la dovuta attenzione durante tutto l’anno.

Insomma, dopo che ci siamo autoflagellati per lustri, sul fatto che il made in Italy (anche agroalimentare) è “too small to succeed” sui mercati internazionali, adesso Carlo Petrini ha “scoperto” sulla prima pagina di “Repubblica” del 7 agosto che bisogna “fermare il Barolo” perché mette a rischio gli altri vini.

Una battuta comica? Non c’è proprio niente da ridere, caso mai ci sarebbe da piangere. Come se i francesi si vergognassero dello champagne (alcuni dei quali portano autorevoli nomi/marchi stranieri proprio perché quella zona ha saputo – a suo tempo – attirare investimenti stranieri).

Tra i mali dell’Italia c’è infatti il cronico sottodimensionamento delle aziende, di tutti i tipi. Nell’agroalimentare appena l’1,2% delle aziende ha piu’ di 50 addetti!!!! Le grandi corporate si contano ormai sulle dita di una mano, mentre l’economia sta in piedi per le medie aziende di qualche migliaio di imprenditori del “quarto capitalismo”, le cosiddette multinazionali tascabili.

E l’agroindustria non fa eccezione, a parte colossi come Ferrero, Barilla, Lavazza, e, in scala minore, Rana (sbarcata negli Stati Uniti), Illy, ecc. Secondo Mediobanca, nelle Langhe ci sono ben 2mila imprese vitivinicole con appena 10mila ettari di vigneto. I conti sono presto fatti. Significa una media di appena 5 ettari ad azienda. Una vera e propria polverizzazione che non consente economie di scala, un marketing adeguato e l’utilizzo di tutti quegli strumenti che oggi la globalizzazione impone.

Insomma, poco piu’ che “bottegai”, per dirla tutta, in termini comprensibili nel mercato globale.

Ecco quindi che una politica agricola degna di questo nome dovrebbe impegnarsi per fare in modo di favorire i processi di aggregazione tra aziende. Esattamente come sta facendo da anni la Francia che, non molto tempo fa, è riuscita a federare aziende in grado di fatturare
circa 700 milioni di euro. Certo, ancora poco rispetto ai veri e propri colossi australiani, ma pur sempre qualcosa di meglio dei nostri 5 ettari pro-capite.
Un esempio made in Italy? Viene dal Nord Est dove Matteo Lunelli – dopo aver fatto esperienza finanziaria a Londra – è riuscito non solo a tenere insieme la famiglia che possiede il prezioso e nobile marchio di spumante Ferrari – ma ha concluso un
accordo con Gianluca Bisol (il quale aveva già liquidato i cugini), re del Prosecco in quel di Valdobbiadene, per attaccare con maggior incisività i mercati esteri.  Questa è la strada maestra da seguire.

A meno che ci sia chi è interessato – ad esempio proprio slow food (di Carlo Petrini) – a puntare invece sui prodotti di nicchia (però difficili da esportare, pubblicizzati a km zero).
E’ il caso di Eataly creata qualche lustro fa da Oscar Farinetti al Lingotto di Torino.
Adesso rilanciata alla grande – e tra un paio d’anni candidata alla Borsa – da una manager di razza come Andrea Guerra. Certo, il modello funziona, anche perché ha superato il fenomeno ostentativo dei “beni vebleniani” (compro quello che non appartiene al mio ceto).
Eataly invece riesce a cavalcare molto bene il fenomeno noto come “tradingup”. Come dire “voglio, ma non posso” (diverso da quello teorizzato da
Thorstein Veblen).

Con prezzi solo apparentemente “bassi”, con la ricerca dell’esclusività, con un eccellente lavoro sulle location e sul marketing mix. Ecco un paio di esempi. Negli stessi giorni a
Milano si poteva degustare un “mini menù” di uno dei migliori ristoranti stellati (Unico, chef Ferrari) a un terzo del prezzo, mentre un bicchiere di bollicine veniva offerto a 10 euro (quando la bottiglia, sei calici) ha un costo commerciale di 30 euro (ricarico compreso).

* Economista e bon vivant
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Franco Vergnano
Newsfood.com

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