Capra apuana sull’orlo dell’estinzione

Capra apuana sull’orlo dell’estinzione

Dimezzata in dieci anni la popolazione di capra apuana. E i pastori. Ne restano solo otto.
Il Parco della Apuane “studia” incentivi per i pastori che ancora portano avanti la tradizione della transumanza. La storia di Rolando Alberti, “il giovane” come è chiamato, tra
transumanza, antichi metodi di pastorizia, e radicamento alle tradizioni.  
Capra apuana sull’orlo dell’estinzione. Nella lista degli animali numericamente in diminuzione assieme a leoni, tartarughe e balene andrebbe inserita di diritto anche la poco conosciuta specie
caprina delle Alpi Apuane. L’allarme arriva direttamente dalla zona di Resceto, frazione montana dove questa particolare razza di capra è nata secoli fa, e dove vive uno dei pastori –
Rolando Alberti, 38 anni – che stanno evitando, con fatica e sacrifici da anni, la sua estinzione.
Le capre apuane erano circa un migliaio dieci anni fa; oggi la popolazione si è praticamente dimezzata superando di poco i 400 capi (produzione media degli ultimi tre intorno ai 3.300 Kg
di carne). Otto gli allevatori – riferisce l’Apa, l’associazione provinciale degli allevatori – che se ne prendono cura concentrati tra Forno, Resceto e Gronda. Per l’anagrafe addirittura
è una razza che non esiste.
Ma per il patrimonio zootecnico della Provincia di Massa Carrara, dove convivono due comunità molto numerose come quella della pecora massese e della zerasca, è una risorsa
fondamentale che si tira dietro un piccolo commercio fatto di prodotti caseari e carne.
La capra apuana è un pezzo della storia del territorio e una delle poche razze che ancora, sulle Apuane, resiste allo stato brado. E’ infatti molto probabile trovarle a pascolo in
libertà. Fortunatamente è stata inserita nel “Progetto di valorizzazione della produzione zootecnica (Legge Regionale 34/01) per l’anno 2007: la capra apuana non è stata
lasciata sola, almeno dal territorio.
Anche il Parco della Apuane su pressing di Coldiretti e Terranostra rappresentata da Emanuele Bertocchi all’interno del consiglio del Parco, sta studiando un contributo economico, a partire dal
prossimo anno, per incentivare i pastori a continuare la tradizione della transumanza e a portare avanti un tipo di pastorizia che sta andando smarrendosi. “E’ più difficile oggi fare il
pastore che studiare per diventare medico – una dichiarazione che taglia come un coltello quella di Rolando Alberti, giovane pastore fornese e da 24 anni allevatore – è un mestiere oggi
giorno troppo duro e pieno di sacrifici rispetto a molti altri mestieri. Il pastore, mi sento di dire, è un mestiere sull’orlo dell’estinzione proprio come la capra apuana. Basterebbe una
epidemia per annientarla.
Lo stesso vale per noi: siamo solo in otto. Troppo pochi per garantire una linea pura e la tutela di una razza che è nata su queste montagne”. Montagne che Alberti conosce benissimo e dove
oggi si trova con il suo gregge. “Il giovane” – come è chiamato – è uno dei pochi pastori che rispetta il ciclo della transumanza, e come da tradizione, resterà fino alla
fine di agosto nella Valle degli Alberghi, sopra Forno, a custodire le sue capre e a fare formaggio utilizzando le antiche tecniche della stagionatura.
“Ogni anno, i primi di luglio, prendo il mio gregge e i miei due cani, Stirpi e Donato, e ci trasferiamo da Renara alla zona del Casone, la vecchia struttura utilizzata dai cavatori, sopra il
paese di Forno.

Lì resto per due mesi mungendo le pecore e facendo formaggio stagionato utilizzando come frigorifero la buca, una caverna dove la temperatura non supera mai gli 8-9 gradi. E’ perfetta per
stagionare i formaggi”.
Il caseificio di transumanza, così si chiama, diventa durante l’estate un punto di attrazione per molto turisti appassionati di trekking e di montagna che salgono sino al Casone per fare
una passeggiata e per acquistare le sue forme di formaggio.

“Tanti salgono su – racconta un fiero Alberti – per fare uno spuntino a base di formaggio. Anche la pastorizia è un’attrazione peccato che è sull’orlo dell’estinzione.
Proverò a fare innamorare di questo mestiere mio figlio quando sarà grande. Ma so che non sarà facile”.  

La capra delle apuane.
La carne del capretto è più magra di quella dell’agnello, di consistenza tenera e colorazione rosea; risulta morbida al palato e con un sapore meno dolce rispetto a quella di altre
razze ovine, ma mai con sentore selvatico. Il capretto viene macellato mediamente a 50-60 giorni di età, anche se ha ancora un mercato locale la capra di 7-8 mesi di età.

La capra delle Apuane ha una corporatura media, tendenzialmente longilinea, con orecchie medie e mammelle ben attaccate al ventre e spaccate nella
metà (quadre). E’ una capra generalmente con corna anche se in alcuni allevatori tendono a selezionare la linea senza corna (zucca), con mantello a pelo tendenzialmente raso e con
colorazione prevalente ghirlandata-striata o tabacco uniforme, con numerose forme intermedie (rossa, cenere).  

Territorio interessato alla produzione: In origine il territorio interessato alla produzione doveva essere l’intero comprensorio definito geograficamente
dalla parte settentrionale delle Alpi Apuane, quindi dal M. Altissimo a sud (LU) fino al M. Sagro a nord (MS), compreso anche il versante garfagnino della catena. Ad oggi le poche realtà
sopravvissute interessano i territori montani dei comuni di Massa, Carrara e Montignoso, nella provincia di Massa-Carrara, Seravezza e Stazzema nella provincia di Lucca.

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