Buon latte non mente. Anche contro l’influenza

Buon latte non mente. Anche contro l’influenza

Per proteggersi da raffreddori ed influenza, meglio usare il latte al posto della tradizionale spremuta di agrumi. E’ quanto emerge da uno studio medico pubblicato su Archives of Internal Medicine, che indica nella Vitamina D (presente appunto nel latte) e in una corretta esposizione ai raggi
solari le migliori difese contro i malanni da freddo, tipici delle stagioni invernali.

I ricercatori, medici dell’Università del Colorado del Massachusetts e del General Hospital di
Boston
, impegnati nel più ampio studio sulla materia, hanno infatti misurato i livelli di vitamina D (per la precisione, di
25-idrossivitamina D) nel sangue di 19 mila tra adulti e adolescenti che hanno partecipato al Third National Health and Nutrition Examination Survey
(NHANES III). Hanno così scoperto che se i contenuti di vitamina erano inferiori a 10 nanogrammi per millilitro di sangue il rischio di incappare in un’infezione virale delle vie
respiratorie aumentava del 40 per cento rispetto a chi aveva più vitamina D nel sangue (oltre 30 ng/ml).

L’associazione era vera non solo in inverno, ma tutto l’anno. Per di più, l’effetto della vitamina D era particolarmente evidente in chi soffriva già di una patologia respiratoria
come l’asma o la broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO): in un paziente asmatico e carente di vitamina D il rischio di beccarsi un raffreddore o un’influenza era cinque volte più
alto, in chi aveva la BPCO la probabilità raddoppiava. I medici americani fanno notare che in tali soggetti, già indeboliti, un infezione respiratoria può portare a gravi
conseguenze, perciò la prevenzione è essenziale.

Sembra proprio quindi che agrumi e vitamine C, per anni privilegiate, si siano rivelate una scelta sbagliata. Ne è convinto anche Fabrizio Pregliasco, virologo all’Università di
Milano, che spiega: «La vitamina C è un antiossidante e in molti ci hanno creduto, spronando a prenderla in dosi consistenti per la prevenzione. Peccato che si sia rivelata efficace
solo in situazioni estreme, ad esempio in persone impegnate in spedizioni in Antartide o in maratoneti esposti al freddo: negli altri casi non sembra avere una reale funzione preventiva e il suo
ruolo si è andato progressivamente sgonfiando».

In realtà, qualche sospetto nella comunità medica era già sorto: notando come in inverno aumentino le malattie respiratorie e cali l’esposizione al sole (in grado di
stimolare la produzione di vitamina D da parte del corpo), alcuni studiosi avevano già ipotizzato un legame diretto tra tale vitamina, responsabile dei processi di ricostruzione e
riparazione, e determinate malattie. Ora però, la ricerca americana sembra non lasciare spazio a dubbi.

Tutto risolto e allora spazio a latte e bagni di sole per avere vitamina D in quantità?
Non proprio. Prima di sbilanciarsi in verdetti definitivi la comunità scientifica vuole muoversi con i piedi di piombo. I primi a gettare acqua sul fuoco sono gli stessi sperimentatori
americani, cauti: «La vitamina D pare prevenire le infezioni respiratorie comuni. I nostri risultati però andranno confermati in
sperimentazioni cliniche controllate prima di poter dare consigli in merito a supplementi a base di vitamina D, da raccomandare per dare «una marcia
in più» al sistema immunitario e aiutarlo a combattere le infezioni respiratorie».

Prudente anche il parere di Pregliasco: «In termini terapeutici e preventivi tutto è ancora da valutare: dovremo capire se aumentare l’introito di vitamina D può davvero aiutarci e, in caso affermativo, individuare dosi appropriate. Insomma, è presto per dare consigli precisi».

                                                                                                                                 
Matteo Clerici

Leggi Anche
Scrivi un commento