MAZARA DEL VALLO, BELLA ANCHE A FINE INVERNO E PRIMAVERA
16 Febbraio 2010
Gianluigi Veronesi:
C’è una città in Sicilia dove le piazze parlano e in primavera si tingono di cangianti colori; esse sono vive e parlano lingue antiche ed affascinanti che a volte si alternano,
altre si fondono.
Alcune parlano spagnolo e sanno di barocco, altre parlano arabo o normanno e tracciano linee asciutte ed essenziali sulle pietre gialle di tufo, tutte parlano siciliano.
Passando di piazza in piazza si viene trasportati in epoche antiche ed in luoghi lontani: un bambino ride seduto sui gradini di una chiesa del ‘200 e parla arabo, un altro piange imprecando
in albanese ed un altro corre con lunghi capelli biondi ed occhi azzurri e s’intravede in lui un antico e fiero antenato vichingo.
Queste piazze si trovano dentro le antiche mura della città, mura che possiamo solo immaginare.
Infatti hanno lasciato soltanto qualche traccia nell’impianto quadrato del centro.
La piazza principale è Piazza della Repubblica, completata nel 1700, dove si affacciano gli edifici del potere politico e religioso di ieri e di oggi: la Cattedrale, il Palazzo vescovile,
il Seminario ed il Palazzo comunale.
Della piazza il De Federicis nel ‘700 scrisse: “altro non è da desiderare a darvi decoro” ad indicare come nella piazza non mancasse nessun altro elemento decorativo ad
abbellirla.
Giungendovi dal mare, attraverso un breve viale alberato, si gode la vista di un angolo affascinante, il passaggio ad archi e grate che congiunge in alto il palazzo del Vescovo alla Chiesa.
Il simbolo della città è una porta dell’antica fortezza distrutta, ‘arco normanno’ come oggi viene chiamato, è insieme ad un altro simbolo più moderno: la
scultura di Pietro Consagra, illustre artista nativo di Mazara.
Vecchio e nuovo perciò si mescolano e si fondono.
Ma ripartendo da piazza della Repubblica, si possono imboccare due stradine parallele, una si dirige verso altre due piazze importanti: piazza Plebiscito dove si trova il Collegio dei Gesuiti col
suo bellissimo portale barocco e sede della biblioteca e del museo civico e la chiesa di San Egidio, sede del museo più famoso del Satiro danzante, attribuito a Prassitele, ed
oggi la principale meta turistica della città.
L’altra stradina porta a piazza Santa Veneranda, esempio di architettura barocca col suo portale rococò.
Da qui, fatti pochi passi, si arriva a piazza San Michele nel cuore della “casbah” l’antico centro arabo, che prende il nome della chiesa e del convento delle suore.
Mazara del Vallo è chiamata anche la città dalle 100 chiese e perciò dalle 100 piazze che si moltiplicano dal centro alla periferia come la chiesa e la piazzetta di San
Nicolò regale e quella della Madonna dell’Alto, uniche in puro stile arabonormanno rimaste quasi intatte o quella di Santa Maria di Gesù o la piazza Imam al Mazarì, uno
studioso arabo qui nato.
Bisogna a questo punto avventurasi nelle stradine, vie tortuose della “casbah” dove l’elemento architettonico tipico è il cortile.
E che cos’è il cortile se non una piccola piazza chiusa, simile al patio spagnolo?
E’ uno spazio comune a tutte le case che vi si affacciano e qui si viene colti da sorpresa per le innumerevoli forme e fogge che assumono i cortili e per la vista delle donne che chiacchierano
tra loro osservando i visitatori con curiosità.
Continuando a camminare dentro le quatto mura ci si imbatte nel Museo diocesano, vero scrigno d’arte sacra e manufatti d’argento e lentamente si giunge verso la città in movimento e verso
il porto-canale che dal mare si addentra in città verso piazza Regina.
La cultura allora si fa natura e la natura si fa economia.
E’ dal fiume Mazzaro e dal mare, che gli regala le sue acque, che arriva il benessere economico.
Il porto canale è l’ingresso sicuro per i pescherecci che ritornano dopo settimane di pesca, ma è anche bacino per i cantieri navali specializzati e riparo per numerose imbarcazioni
da diporto.
I diversi porticcioli brulicano di vita e di voci ed anche qui si parlano tante lingue, si mescolano e si intendono sempre.
Sui pescherecci lavorano molti immigrati del nord Africa, l’80% delle unità lavorative.
Nel 2000 la flotta peschereccia contava 327 natanti per la pesca d’altura, senza contare altre centinaia di imbarcazioni minori per quella lungo costa. Vengono praticate tutte le forme di pesca,
ma la più redditizia è quella a strascico e le varietà pescate sono numerose anche se viene privilegiato il gambero rosa per il quale Mazara ha il primato di
qualità.
E’ uno spettacolo impareggiabile assistere all’arrivo dei pescherecci ed allo sbarco del pesce che viene allineato anche questo in piazza, questa volta è quella del mercato, pronto per
essere venduto all’asta. Anche in questo caso la piazza accoglie e tutto vi si svolge.
Ce n’è un’altra, poi, all’imboccatura del porto, quella di Gian Battista Quinci che dalla città permette di allungare la vista a tutta la costa sia verso est che ovest.
Da qui parte il lungomare delle passeggiate che a settembre hanno un ritmo unico, lento e tiepido e non più veloce ed afoso come in agosto.
E veniamo infine alla cucina, è un argomento chiave che non posso saltare. Parlare di cucina a Mazara è parlare di storia e di geografia, infatti già oltre tremila anni fa
antichi popoli sbarcarono sulle coste, proprio nel cuore del Mediterraneo portando sicuramente con sé qualcosa da mangiare.
Comincia da qui l’integrazione vera, con i prodotti agricoli e con l’arte di cucinarli.
Secondo gli storici, per esempio, la vite compare in Sicilia portata da Micenei e Fenici, intorno al XV sec, ma nacque in Sicilia l’uso di conservare il vino in anfore di coccio, dato che in
Grecia si soleva conservarlo in otri di pelle di capra.
Furono poi i musulmani a farci conoscere lo zibibbo, un vitigno che veniva di là dal mare, da Cap Zebib, in Tunisia.
E le flessuose Hurì sempre vergini recarono datteri, miele e melograni. Arrivarono cetrioli, melanzane, i pistacchi e le carrube, gli asparagi, i gelsomini e lo zafferano, ed ancora i
chiodi di garofano e la canfora.
Gli arabi, veri maestri dell’arte molitoria, crearono la semola dal grano duro introdotto in Sicilia e base del celebre cuscus, alimento principe della loro alimentazione.
Nel Maghreb lo si prepara guarnendolo di carne di montone o di pollo.
Ma poiché i musulmani sbarcati in Sicilia erano tunisini della costa e, quindi, pescatori, lo fecero con il pesce.
Oggi si cucina in tutte le case ed i ristoranti e con tutti i tipi di condimento.
Se non è integrazione questa!
Gianluigi Veronesi
Redazione Degusta





