Fao: L’analisi del Dna per certificare le specie di pesce vendute
2 Febbraio 2010
Non sempre quello che sembra un merluzzo lo è o quella che viene venduta come aragosta è effettivamente tale. Per questo motivo, ben venga l’uso della tecnologia forense, quella
usata dalla polizia scientifica, per supportare le attività ispettive e per scrivere la carta d’identità dei pesci. A spingere per l’introduzione delle prassi forensi nel settore
della pesca è la Fao, che ha organizzato un seminario con esperti, ispettori, funzionari di polizia, scienziati e accademici, per discutere di come potrebbero essere impiegate le tecniche
scientifiche, non ultima l’analisi del Dna.
“Identificare i pesci non trasformati di solito è abbastanza facile – spiega Michele Kuruc, del dipartimento per la pesca e l’acquacoltura della Fao – ma oggi pesci e frutti di mare
vengono trasportati anche molto lontano rispetto al luogo in cui sono stati pescati, dove potrebbero non essere ben noti. Inoltre, ci troviamo di fronte ad un settore molto organizzato, in cui
una grande quantità di pesce viene lavorata a bordo e ha un altro aspetto quando sbarca. Questo potrebbe indurre in errore gli ispettori”.
Inoltre, secondo la Fao, oltre a vigilare sulla cosiddetta sostituzione fraudolenta di prodotto e l’uso di etichette false occorre monitorare l’entità degli stock ittici messi a
repentaglio dalla pesca illegale. Da qui l’incoraggiamento a usare l’analisi del Dna e le analisi chimiche, per capire quali sostanze nutritive sono state assorbite dal pesce e risalire alla zona
in cui è stato pescato.
Il settore della pesca, secondo la Fao, fattura 86 miliardi di dollari l’anno, per 110 milioni di tonnellate di prodotto consumato annualmente ed è una fonte di occupazione importante,
soprattutto nei Paesi in via di sviluppo.
Ansa.it per NEWSFOOD.com




