Probiotici,verso la dimostrazione genetica delle effettive proprietà salutistiche
29 Gennaio 2009
Si chiama Probiogenomica, ed è la nuova era della probiotica che tramite il sequenziamento del genoma e la successiva analisi molecolare è in grado di selezionare i
batteri definiti utili per la salute dell’uomo. Il primo ad applicarla? Un laboratorio di ricerca dell’Università degli Studi di Parma guidato da Marco Ventura in
collaborazione con Parmalat.
È il laboratorio di probiogenomica presso il Dipartimento di Genetica, Biologia dei microrganismi, Antropologia, Evoluzione dell’Università degli Studi di Parma,
primo e unico in Italia, perché la probiogenomica è una nuova disciplina che vuole fornire le basi genetiche dei microrganismi.
Da alcuni anni il laboratorio ha avviato con Parmalat un progetto che vuole aprire la strada allo sviluppo di una nuova generazione di batteri probiotici la cui sicurezza e gli effetti
positivi sulla salute del consumatore saranno provati scientificamente. Il responsabile del laboratorio è Marco Ventura, docente e ricercatore dell’Università degli
Studi di Parma. Dopo una lunga esperienza all’estero, prima in Svizzera al Swiss Federal Institute of Technology di Zurigo (ETHZ), poi presso il Nestlè Research Center e
ricercatore alla National University of Ireland a Cork, è di nuovo tornato in Italia con un progetto importante. Dal 2006 con la collaborazione del Parco Scientifico e
Tecnologico Parma Tecninnova S.r.l. sono stati avviati una serie di incontri e dibattiti con Parmalat. Un dialogo che è sfociato in un importante progetto nell’ambito della
microbiologia alimentare/probiotica ovvero la “Caratterizzazione genetica di nuovi batteri con potenzialità probiotiche” tutt’ora in via di studio.
L’obiettivo è stato quello di isolare dei microrganismi probiotici le cui proprietà salutistiche verranno scientificamente provate e la cui sicurezza verrà
testata geneticamente. Il gruppo di ricerca è formato da Francesca Turroni, dottoranda che si occupa delle analisi sperimentali con Elena Foroni. Mentre Carlos Canchaya e
Francesca Botticini si occupano delle analisi di bioinformatica.
«La caratterizzazione genomica di batteri con caratteristiche probiotiche, affiancata alle analisi di genomica funzionale, potrebbe essere molto utile per capire e risolvere i
numerosi dubbi che affliggono oggi il settore dei probiotici, permettendo una più sicura definizione di ciò che è veramente probiotico e quindi la veridicità
degli effetti benefici sulla salute del consumatore. Tutto ciò prefiggendosi di studiare e valutare l’aspetto genetico delle caratteristiche salutistiche e di bio sicurezza
di un determinato microrganismo» dichiara Marco Ventura.
In commercio attualmente si trovano numerosi prodotti probiotici, accompagnati da una incalzante comunicazione pubblicitaria, ma pochi di questi prodotti hanno microrganismi supportati
da un dossier scientifico valido e di alta qualità, riconosciuto a livello internazionale dalla comunità scientifica che ne attesti i reali benefici salutistici. Il
rischio? Nessuno sulla nostra salute, ma altrettanto nulli potrebbero essere gli effetti benefici tanto reclamati.
Dal 2007 il laboratorio di Probiogenomica dell’Università di Parma ha iniziato un’importante collaborazione con Parmalat che ha finanziato interamente questo progetto
di rilevanza internazionale. Proprio a gennaio la nota rivista scientifica «Nature Reviews Microbiology» ha ufficilaizzato la Probiogenomica come nuova dottrina riconosciuta
dalla comunità scientifica.
Una scienza all’avanguardia che permette di selezionare batteri con comprovati effetti salutistici grazie al sequenziamento genomico dei microrganismi probiotici. Infatti
affinché i batteri probiotici siano assolutamente sicuri e abbiano effetti benefici sulla salute del consumatore occorre conoscere in dettaglio:
– Le basi scientifiche (genetiche) per definirli come utili alla salute umana
– La loro capacità ad adattarsi a colonizzare l’intestino umano, da questo l’importanza di utilizzare batteri probiotici di origine umana (autoctoni).
– La loro capacità di interazione con il resto della microflora enterica.
– Gli effetti dell’assunzione con la dieta dei probiotici, effetti che devono essere assolutamente non dannosi per la salute del consumatore.
– L’analisi del patrimonio genetico dei probiotici rappresenta uno strumento d’indagine indispensabile per attestare le loro caratteristiche di biosicurezza.
Il progetto ha visto una prima fase di studio della complessa microflora batterica che colonizza l’intestino umano. «Una ricerca di base accademica che ha permesso di
isolare in particolare due microrganismi, i migliori trovati e soprattutto indigeni, ovvero di origine umana. Molto spesso i batteri probiotici utilizzati hanno un origine ecologica
animale. Cio’ va a discapito della loro efficacia come probiotici in un ecosistema intestinale completamente diverso come quello umano.. Un microrganismo probiotico perché
possa davvero essere di beneficio alla salute umana deve innanzitutto poter aderire alle pareti intestinali umane e fare parte della complessa microflora, costituita da centinaia di
microrganismi, che ivi si trovano» spiega Marco Ventura.
«Un progetto che è motivo di orgoglio per dimostrare che anche in Italia siamo in grado di fare ricerche di alta qualità riconosciute a livello internazionale»
e l’impronta di Ventura è stata appunto quella di metter a frutto l’impostazione di ricerca sul modello estero, mantenendo importanti contatti di collaborazione con
alcuni centri di ricerca europei ed americani.
Una parte del progetto vede l’impegno del Laboratorio Microbiologico del Centro Ricerche Parmalat soprattutto per quanto riguarda la fase di di applicazione dei ceppi isolati a
prodotti alimentari: latti fermentati, ecc.
Tra i punti chiave per riuscire davvero in un percorso di ricerca e sviluppo Ventura indica: «Un maggior dialogo e apertura delle università verso le aziende, conoscendo le
esigenze è possibile strutturare progetti di innovazione e dall’altro lato trovare aziende ricettive che si rivolgano alla ricerca scientifica come fonte di investimento
per la propria produttività, qualità e competitività sul mercato. Infine, ma non per ultima la consapevolezza che un ricercatore è responsabile in prima
persona dei propri piani di lavoro e deve saper convincere che ha un buon progetto in mano e dare risultati concreti».





