Troppi cervi sulle colline pratesi, allarme della Coldiretti

In Mugello si grida «Al lupo! Al Lupo!», sulle colline della Provincia di Prato «Al cervo! Al cervo!», nonostante la ovvia differenza tra predatore e predatore – il
primo è carnivoro, il secondo «vegetariano» – in queste due aree ad altissima densità agricola e caratterizzate da piccole produzioni di qualità, è uno
il comun denominare: il lupo, come il cervo, è fuori controllo ed è in sovrannumero.

Il numero dei Bamby presenti sulle colline pratesi è, infatti, cresciuto a dismisura negli ultimi anni causando notevoli danni economici alle aziende agricole – si contano migliaia di
euro all’anno – e al patrimonio boschivo preda facile e appetitosa soprattutto nei periodi di fioritura. I cervi sono troppi e sono diventati un problema. Scendono e vivono nell’Appennino
Tosco-Emiliano coinvolgendo quattro province (Prato, Firenze, Pistoia e Bologna) e mangiando a ritmi delle cavallette tutto ciò che trovano sul loro cammino.

Coldiretti Prato stima che sulle colline dei Comuni di Prato, Montemurlo, Vaiano, Vernio e Cantagallo, si trovino attualmente un migliaio di esemplari, cinque volte in più rispetto ai
parametri fissati dalla Regione Toscana (1 coppia ogni cento ettari) quando su tutto l’appennino non dovrebbero esserci più di 200 cervi.
Troppi per un territorio già in difficoltà che non può sostenere e sopportare la grande fame di questi esemplari che hanno costretto gli imprenditori a recintare i propri
orti, prati, oliveti, vigneti e appezzamenti di terreno con altissime recinzioni trasformandoli in bunker anti-cervo. Ma non sempre funziona. Non sempre scoraggiano i cervi sempre più
coraggiosi e spavaldi nell’avventurarsi anche in zone molto abitate. Persino nei giardini a caccia dei gerani che evidentemente gradiscono molto.

Un problema annoso che Coldiretti Prato, attraverso una lettera, ha portato all’attenzione della Provincia di Prato, Comunità Montana della Val di Bisenzio e dei Comuni di Prato,
Montemurlo, Vaiano, Vernio e Cantagallo, quelli maggiormente interessati per chiedere di prendere provvedimenti urgenti per contenere, nei limiti previsti dalle normative attuali, il numero dei
cervi e degli altri ungulati sul territorio, attivare un severo servizio di sorveglianza, monitorare la presenza degli ungulati e dei danni causati individuando fonti di indennizzo per il
risarcimento delle domande parzialmente o totalmente non indennizzabili e prevedere un adeguato abbattimento selettivo dei cervi al fine di riportare il numero dei capi presenti ad un livello
accettabile e sostenibile per il territorio. Richieste che arrivano dopo le lamentele di centinaia di imprenditori che hanno perso l’abitudine di denunciare i danni da cervo a causa delle
difficoltà di ottenere l’indennizzo.
«La pressione e il numero dei cervi – spiega Maurizio Fantini, Vice Direttore di Coldiretti Prato – è diventata insostenibile. Gli imprenditori agricoli si lamentano dei danni che
spesso non sono rimborsabili o se lo sono, lo sono in minima parte e con grandi difficoltà da parte del denunciante. Molte volte i danni non vengono riconosciuti e il volume delle
denunce che si aggira intorno al 20 mila euro è un dato falsato proprio perché gli imprenditori sono scoraggiati ed evitano di denunciare i danni subiti. Sanno – sottolinea – che
è un rebus non molto semplice ottenere gli indennizzi».

Tornando al sovraffollamento Fantini considera «insufficiente il prelievo dei cervi per contenere il loro numero». «Il cervo è una specie non cacciabile ma le misure
adottate fino ad oggi non sono abbastanza drastiche e non tengono presente la crescita a dismisura del loro numero. Gli esperti dicono che sia presente un numero di capi pari a cinque volte
quello sopportabile dal territorio. Oggi stimiamo che ci siano 10 capi in ogni 100 ettari, ma poiché il cervo si concentra solo nelle aree dove può alimentarsi, la pressione di
questo ungulato in alcune zone ed in alcuni periodi ha raggiunto punte impensabili toccando anche 20-30 cervi in pochi ettari».
Non solo danni ad orti, vigneti, e appezzamenti. Anche il bosco piace ai cervi: «I tagli dei cedui – conclude Fantini che ora resta in attesa di una convocazione da parte delle
istituzioni coinvolte per discutere delle eventuali misure – che vengono eseguiti sono costantemente aggrediti dai cervi. In sostanza, nel momento in cui il bosco deve tornare a crescere viene
sistematicamente divorato e il bosco non ricresce. Servono misure straordinarie ed urgenti per un problema che non può essere più trattato, visti i risultati, con la
mentalità dell’ordinaria amministrazione. I danni vanificano il lavoro agricolo, e la continuità di un’agricoltura spesso legata a produzioni tipiche della collina e della
montagna, già minata da una scarsa redditività generale».

Leggi Anche
Scrivi un commento