Torna a crescere il debito pubblico: 1.622 miliardi di euro

Nonostante gli sforzi del governo, a gennaio il debito pubblico si è impennato sia rispetto a dicembre 2007 ( 25 miliardi) che ad un anno fa ( 31 miliardi), ha raggiunto i 1621,88
miliardi di euro, 27428 euro per cittadino italiano, neonati compresi.

Sui titoli del debito pubblico, paghiamo interessi per oltre 75 miliardi di euro. Fino ad una quindicina di anni fa il 90 per cento di questa somma integrava le finanze di famiglie ed aziende
italiane (detentrici della quasi totalità dei titoli del debito pubblico italiano). Oggi, circa 39 miliardi di euro di interessi emigrano e remunerano detentori stranieri, possessori del
52 per cento del monte titoli. Per inciso, sugli interessi esportati gli stranieri non pagano alcuna imposta.

Con una aggravante: perché i nostri titoli di Stato continuino ad essere sottoscritti anche da investitori esteri, devono garantire tassi di interessi appetibili: oggi sono di oltre 50
punti base superiori rispetto ai tassi applicati dalla Germania ai titoli di stato tedeschi. Questo differenziale, funzione del «rischio» paese, si è aggravato per la caduta
di immagine dell’Italia («causa monnezza» ma anche a causa dell’ incapacità dei nostri politici a a dare il giusto peso al problema) ed è destinato a dilatarsi.

Adusbef considera ineludibile una convinta ed efficace politica di contenimento del debito pubblico e individua nella vendita di quote di riserve auree, una componente per alleggerire il
macigno che grava in particolare sulle future generazioni.
Torna pertanto a chiedere di vendere parte delle riserve auree di nostra pertinenza, il cui ricavato dovrebbe essere integralmente destinato alla diminuzione del debito. Anche alla luce
dell’aumento delle entrate tributarie cresciute del 10 per cento nei primi due mesi dell’anno.
Semplici valutazioni di mercato spingono verso questa soluzione: negli ultimi tempi le quotazioni dell’oro sono fortemente cresciute (oggi è a 915,60 dollari l’oncia, con un picco a 1000
dollari all’inizio di marzo), tanto che lo stesso Fondo Monetario Internazionale ha impostato vendite di lingotti per 13 miliardi di dollari (pari al 12% del totale).

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