Ristorazione: legittimità del licenziamento per giustificato motivo oggettivo (crisi)

Con sentenza del 14 aprile 2008, n. 9799, la sezione lavoro della Suprema Corte di Cassazione ha stabilito che deve considerarsi illegittimo il licenziamento, per giustificato motivo oggettivo,
intimato dal datore di lavoro e motivato da crisi aziendale (in base all’articolo 3 della legge 604 del 1966, che impone la riduzione dell’attività e dei costi), se non esiste la prova
della crisi economica dell’azienda a causa della riduzione della clientela.
Nel caso di specie, la Corte di Cassazione ha disposto che la Corte d’appello dovesse verificare che il recesso fosse motivato da una «grave crisi economica a causa della notevole
riduzione della clientela»

Fatto e diritto
La titolare di un ristorante aveva licenziato per giustificato motivo oggettivo una cuoca per calo della clientela dovuto ad una situazione non contingente, che imponeva la riduzione
dell’attività e dei costi.
La cuoca allora si era rivolta al Tribunale che, desunta la illegittimità del licenziamento, aveva condannato la titolare del ristorante a riassumere la dipendente entro tre giorni o a
risarcirle il danno subito mediante pagamento di tre mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto e a pagare alla medesima le differenze retributive, oltre accessori e
spese.
Contro la sentenza del Tribunale, la titolare del ristorante si rivolgeva alla Corte d’Appello, che respingeva le domande di attribuzione di differenze retributive, compensando per la
metà le spese di lite dei due gradi di giudizio e condannando l’appellante al rimborso della residua quota.
Contro tale sentenza, la dipendente ha proposto ricorso in Cassazione.

La decisione della Corte di Cassazione

Per la Cassazione, il motivo oggettivo di licenziamento deve essere determinato da ragioni inerenti all’attività produttiva (art. 3, legge n. 604/66), ivi compreso il riassetto
organizzativo per una più economica gestione dell’azienda, e deve essere valutato dal datore di lavoro senza che il giudice possa sindacare la scelta dei criteri di gestione
dell’impresa, poiché tale scelta è espressione della libertà di iniziativa economica tutelata dall’art. 41 della Costituzione.
Al giudice spetta, invece, il controllo della reale sussistenza del motivo addotto dall’imprenditore, attraverso un apprezzamento delle prove che è incensurabile in sede di
legittimità se effettuato con motivazione coerente e completa.
Nel caso in questione, la Corte d’Appello non ha sindacato la scelta dei criteri di gestione dell’impresa operata dalla titolare del ristorante, quanto piuttosto valutato la insussistenza della
prova in ordine alle circostanze fattuali allegate come determinative di tali scelte («grave crisi del settore», come genericamente indicato nella lettera a
motivazione del licenziamento; «grave crisi economica a causa della notevole riduzione della sua clientela», come specificato nella memoria di costituzione).
In particolare la Corte ha osservato che, in proposito, si rinveniva soltanto un’affermazione di un teste relativa a un «notevole calo di fatturato» e quanto
risultante dalla documentazione acquisita, che evidenziava, dal 1996 al 1997, una diminuzione dei «proventi principali – ricavi netti per corrispettivi” e della voce
«utile di esercizio».
Pertanto per la Cassazione ha rigettato i ricorsi, compensando integralmente fra le parti le spese del giudizio.

Suprema Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza n. 9799 del 14 aprile
2008

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