Parmesan e co. Falso Made in Italy, un affare da 54 miliardi l’anno
16 Giugno 2015
Due prodotti su tre esportati sono contraffazioni alimentari
Il Made in Italy è garanzia di prodotti di qualità (per il consumatore) e di buoni affari (per il venditore).
Tuttavia, non mancano trappole ed inganni: è l’italian sounding, la vendita di prodotti stranieri sotto il falso marcghio italiano, cercando di sfruttare la buona fama del nostro mangiare.
Ad aprire la pista, il famoso (o famigerato) Parmesan: brutta copia del famoso formaggio padano, è capace di occupare buona parte del mercato di Germania e Paesi confinanti. Poi, gli wine kit, sistemi per ottenere falsi vini italiani da polveri, molto amati nei paesi anglossassoni. Sempre nella Terra della Regina, ecco il Lasandwich, mix tra la nostrana lasagna e lo straniero sandwich.
Varchiamo l’Oceano e, negli USA, si vendono i salumi Primo Taglio, italiani (ma anche no): “soppressata” e “capocolla”. Nei suoi negozi, è poi presente una versione particolare di italian sounding, che sfrutta il legame tra Made in Italy e criminalità offrendo il caffè Mafiozzo, la salsa Wicked Cosa Nostra o la pasta mafia. L’italian sounding croato sceglie la solita modifica, “palenta” al posto di polenta, mentre quello olandese punta sul convincimento, con “ Parrano: il formaggio dall’Olanda, che si crede italiano”.
Nomi e storie possono essere simpatici, ma l’aspetto economico non lo è: secondo le stime del Ministero dello Sviluppo Economico, il falso Made in Italy sottrae all’originale 54 miliardi di euro l’anno, pari a 147 milioni al giorno. E’ il doppio del valore delle esportazioni italiane di alimenti, che si ferma a 23 miliardi di euro. Perciò, conclude il Ministero, “Almeno due prodotti su tre commercializzati all’estero si riconducono solo apparentemente al nostro Paese”.
Situazione difficile, non senza speranza. Nel 2008, una sentenza della Corte di Giustizia Europea ha affermato come solo i formaggi con la denominazione di origine protetta (DOP) Parmigiano reggiano possano essere venduti con il nome Parmesan, rendendo illegali cloni e brutte copie.
Attualmente, la Corte sta valutando un caso che vede contrapposti un associazione di consumatori ed un azienda tedesca. Motivo del contendere, un infuso di lamponi, senza lamponi e senza vaniglia. Nonostante la vicenda non sia ancora conclusa, la sentenza attuale dei magistrati è chiara: “L’etichettatura di un prodotto alimentare non deve indurre il consumatore in errore suggerendo la presenza di un ingrediente che in realtà è assente dal prodotto”.
Chissà, forse la salvezza del Made in Italy arriverà da quell’Europa spesso odiata e temuta.
Matteo Clerici






