Nel 2026 l’Inghilterra scopre il suo olio extravergine: 18 mila olivi nel Lincolnshire

Nel 2026 l’Inghilterra scopre il suo olio extravergine: 18 mila olivi nel Lincolnshire

By MM

Diciottomila piante su dieci ettari nel Lincolnshire, il primo raccolto alla fine del 2025 e nel 2026 la conferma: quello prodotto in Inghilterra può essere classificato come olio extravergine di oliva. Il cambiamento climatico sposta verso nord una coltura simbolo del Mediterraneo. Ma produrre olio significa anche produrre eccellenza?

L’Inghilterra ha il suo olio extravergine di oliva. E nel 2026 quella che sembrava una bizzarra scommessa agricola è diventata qualcosa di molto più concreto.

A Long Sutton, vicino a Spalding, nel Lincolnshire, l’agricoltore David Hoyles ha realizzato con The English Olive Company quello che viene indicato come il primo oliveto commerciale del Regno Unito e il più settentrionale al mondo: circa 18 mila olivi distribuiti su dieci ettari nelle Fens, le grandi pianure dell’Inghilterra orientale.

Gli alberi erano stati messi a dimora nel maggio 2024, ma è tra la fine del 2025 e il 2026 che l’esperimento ha compiuto il salto decisivo.

Nel dicembre 2025 è arrivato il primo raccolto. Le olive sono state molite direttamente nell’azienda e l’olio ottenuto è stato sottoposto alle analisi chimiche e sensoriali necessarie per verificarne la classificazione. Nel 2026 è arrivata la conferma: l’olio inglese ha superato i test richiesti per essere classificato come extravergine di oliva.

Le prime quantità messe in vendita sono andate rapidamente esaurite. Ora l’azienda guarda al secondo raccolto, previsto per novembre 2026, con l’obiettivo di mettere sul mercato la nuova produzione a dicembre.

Non siamo quindi più davanti a qualche olivo cresciuto per curiosità nelle campagne britanniche. Nel 2026 esiste una produzione inglese, per quanto ancora piccolissima, di olio extravergine di oliva.

Il clima porta il Mediterraneo verso nord

Dietro l’esperimento c’è naturalmente una scommessa imprenditoriale, ma soprattutto un cambiamento delle condizioni climatiche.

La famiglia Hoyles coltiva queste terre da oltre 250 anni e David Hoyles ha raccontato di essersi messo alla ricerca di colture capaci di affrontare un clima che nell’Inghilterra orientale sta diventando più caldo e più secco.

Dopo aver osservato in Italia coltivazioni intensive di olivo realizzate su terreni con caratteristiche simili a quelli della propria azienda, ha cominciato a studiare il progetto. Nel 2023 ha ordinato le 18 mila piante, selezionando differenti varietà anche in funzione della loro resistenza al freddo, e ha fatto arrivare dall’Italia una macchina per la messa a dimora.

Nel 2024 è nato così l’oliveto di dieci ettari.

Il dato interessante è che il 2026 dimostra che almeno tecnicamente l’esperimento può funzionare: gli alberi non soltanto sono sopravvissuti, ma hanno prodotto olive dalle quali è stato possibile ricavare un olio classificabile come extravergine.

La redditività è tutt’altra questione. Gli alberi sono ancora giovani, le quantità sono minime e lo stesso Hoyles ha riconosciuto che nei primi anni, considerando l’investimento sostenuto, il costo teorico di produzione sarebbe astronomico.

E nel Medioevo? La vite sì, l’olivo no

La vicenda inglese diventa ancora più interessante se confrontata con la storia climatica europea.

Tra il X e il XIII secolo si colloca quella che viene definita Anomalia climatica medievale, una fase durante la quale diverse regioni dell’Europa settentrionale conobbero condizioni relativamente miti.

In Inghilterra la coltivazione della vite è documentata. Per l’olivo, invece, non abbiamo prove solide dell’esistenza di una vera olivicoltura medievale inglese.

Gli inglesi conoscevano perfettamente olive e olio d’oliva. Fonti documentarie e ritrovamenti archeologici testimoniano il loro consumo, in particolare negli ambienti monastici e nelle fasce più abbienti della società. Ma si trattava di prodotti importati dal mondo mediterraneo.

È dunque un confronto suggestivo: persino durante la fase relativamente mite del Medioevo l’Inghilterra produceva vino ma, per quanto oggi sappiamo, non olio d’oliva.

Nel 2026, invece, l’olio extravergine inglese esiste davvero.

Coltivare un olivo non significa trasferire il Mediterraneo

La classificazione come extravergine stabilisce che il prodotto rispetta determinati requisiti chimici e organolettici. Non significa però che tutti gli oli extravergini siano uguali.

L’olio è uno dei prodotti agroalimentari maggiormente legati al territorio. Cultivar, terreno, esposizione, temperature, disponibilità idrica, escursioni termiche, maturazione delle olive, momento della raccolta e rapidità della molitura contribuiscono alla qualità e soprattutto all’identità del prodotto.

A questi elementi si aggiunge qualcosa che non si può piantare insieme agli alberi: secoli di cultura olivicola.

L’Italia possiede centinaia di cultivar e territori nei quali la coltivazione dell’olivo si è adattata nel corso delle generazioni a condizioni ambientali estremamente specifiche.

È su questa differenza che interviene Daniele Salvagno, presidente di Redoro Frantoi Veneti, il maggior distributore in Italia di olio extravergine di oliva italiano:

«La spinta imprenditoriale degli inglesi è certamente lodevole e bisogna riconoscere il coraggio di chi investe e tenta strade nuove. Poi l’olio sarà quello che sarà e saremo curiosi di assaggiarlo. Gli oli italiani vengono prodotti da centinaia di anni in terreni e microclimi vocati: l’eccellenza nasce dall’ambiente, dalle cultivar e dall’esperienza accumulata nel corso delle generazioni. Agli inglesi riconosciamo volentieri grandi eccellenze, ma forse è meglio che continuino a fare dell’ottima birra e dell’ottimo Cheddar».


BOX – Olio dove non te lo immagini: dall’Inghilterra alla Cina

Se 18 mila olivi nel Lincolnshire sorprendono, dall’altra parte del mondo il fenomeno ha già assunto dimensioni completamente differenti. La Cina, tradizionalmente considerata soprattutto un mercato per l’olio mediterraneo, sta diventando anche un Paese produttore.

L’olivo è arrivato in Cina su scala significativa negli anni Sessanta. Una nuova fase di sviluppo si ebbe negli anni Settanta e nel 1979, con il sostegno della FAO, furono introdotte oltre 20 mila piante e varietà provenienti anche da Italia, Spagna e Francia, destinate a prove e innesti in diverse regioni.

Nel 2018 il Consiglio Oleicolo Internazionale (COI) indicava circa 71 mila ettari di oliveti, 38 mila tonnellate di olive e 5.500 tonnellate di olio.

Il quadro più recente mostra un’accelerazione significativa. Secondo il COI, nel 2024 la Cina era arrivata a quasi 120 mila ettari coltivati ( n.d.r. corrisponde a un quadrato con un lato di circa 34,64 chilometri), con 157 varietà, circa 90 mila tonnellate di olive all’anno, una cinquantina di frantoi e una produzione media di circa 11 mila tonnellate di olio d’oliva.

Il cuore dell’olivicoltura cinese è oggi soprattutto Longnan, nella provincia nord-occidentale del Gansu, diventata una delle principali aree produttive del Paese.

La Cina resta lontanissima dai grandi produttori mediterranei: per la campagna 2025/26 il Consiglio Oleicolo Internazionale stima una produzione mondiale di circa 3,44 milioni di tonnellate di olio d’oliva. Ma il dato interessante non è tanto il peso attuale della Cina quanto la direzione intrapresa.

Pechino considera infatti l’olivicoltura non soltanto come produzione alimentare, ma anche come strumento di sviluppo agricolo e crescita economica delle aree rurali. Parallelamente aumenta l’interesse dei consumatori cinesi per l’olio d’oliva e per le sue caratteristiche nutrizionali.

La domanda, quindi, cambia: la Cina continuerà a essere soprattutto un grande mercato per l’olio italiano, spagnolo e mediterraneo oppure, nel lungo periodo, diventerà anche un nuovo concorrente produttivo?

I numeri sono ancora piccoli rispetto ai giganti mediterranei. Ma sessant’anni fa l’olivicoltura cinese praticamente non esisteva.

Ed è proprio il confronto con produzioni che stanno nascendo a migliaia di chilometri dal Mediterraneo a porre un’altra questione: non conta soltanto se un territorio sia in grado di produrre olive, ma in quale ambiente quelle olive vengano coltivate.

Sul punto il presidente di Redoro aggiunge una considerazione destinata a far discutere:

«E per non parlare dei 700 mila olivi che un solo produttore ha recentemente piantumato in Cina, sotto una coltre di polvere nerastra e dove il cielo non è più blu. Vogliamo parlare di quanto siano importanti la salubrità dell’ambiente e la sua salvaguardia quando si coltiva un prodotto prezioso come l’olio extravergine di oliva? Dal punto di vista della sicurezza alimentare, dei rigorosi controlli quotidiani, della qualità dell’acqua, del suolo e dell’aria, l’Italia è e sarà sempre una piccola Svizzera, con produttori magari minuscoli rispetto ai grandi operatori internazionali, ma qualificati e capaci di produrre eccellenze di altissima qualità».

Dall’Inghilterra alla Cina, l’olio arriva ormai dove fino a pochi decenni fa sarebbe stato difficile immaginarlo. La nuova geografia mondiale dell’olivo apre quindi una questione che va oltre le quantità: dove crescono gli alberi, quale acqua ricevono, in quale suolo affondano le radici, quale aria li circonda e quali controlli accompagnano la produzione.

Perché piantare migliaia o centinaia di migliaia di olivi è possibile. Riprodurre un territorio vocato e una cultura dell’olio costruita attraverso secoli di esperienza è molto più difficile.


 

Articolo aggiornato al 21 agosto 2026. Gli articoli pubblicati  sono  realizzati a firma dell’Autore, o della Redazione, con il supporto di strumenti di Intelligenza Artificiale per attività di ricerca, organizzazione e revisione. L’impostazione editoriale, la selezione delle fonti e la responsabilità dei contenuti sono della Redazione Newsfood.


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