Oceana avverte che le emissioni di CO2 stanno causando l’estinzione di coralli e crostacei a seguito dell’aumento di acidità delle acque
13 Novembre 2009
Oceana reclama la riduzione urgente delle emissioni di biossido di carbonio (CO2) per fermare l’acidificazione degli oceani, che mette in pericolo la sopravvivenza delle barriere coralline e di
numerose specie marine e di conseguenza, il sostentamento di milioni di persone in tutto il mondo. L’organizzazione internazionale per la conservazione marina chiede ai alla comunità
internazionale di includere il problema dell’acidificazione nei dibattiti del COP15, la Conferenza intergovernativa dell’ONU sul Cambiamento Climatico d, che avrà luogo a Copenaghen dal
7 al 18 dicembre prossimi.
Gli oceani agiscono come importanti canali di assorbimento dei gas effetto serra, riducendo la concentrazione di CO2 nell’atmosfera e svolgendo in questo modo, un importante ruolo nella
riduzione degli impatti associati al cambiamento climatico. Tuttavia, questo effetto ammortizzatore comporta gravi conseguenze sugli ecosistemi e sulla biodiversità degli oceani.
“Gli oceani assorbono maggiori quantità di CO2 rispetto alle foreste tropicali e in tal modo, rallentano il cambiamento climatico, ma lo fanno a costo di mettere in pericolo la
sopravvivenza di milioni di specie”, spiega Xavier Pastor, Direttore Esecutivo di Oceana in Europa. “Perciò, bisogna ridurre urgentemente le emissioni provenienti dal trasporto,
dall’industria e dalla generazione di elettricità. Reclamiamo un cambiamento sostanziale verso le energie rinnovabili e sosteniamo la diffusione di parchi marini con generatori eolici ,
sempre che superino le valutazioni di impatto ambientale”.
Dagli inizi dell’epoca industriale, gli oceani hanno assorbito il 30% della CO2 emessa e l’80% del calore generato dai gas effetto serra. Questo fatto, insieme al continuo e rapido incremento
delle emissioni di CO2 di origine umana – proveniente principalmente dalla combustione di combustibili fossili – ha cominciato ad alterare seriamente la chimica degli oceani.
L’effetto di questo continuo assorbimento di CO2 si traduce principalmente in un considerevole calo del pH marino, ossia, le acque diventano sempre più acide. Dall’epoca pre-industriale,
l’acidità dello strato superficiale degli oceani è aumentata del 30% circa; in questo modo, è aumentata la sua acidificazione.
L’acidificazione rende difficile e in casi estremi impedisce completamente la formazione di strutture di carbonato di calcio da parte di organismi marini come crostacei, molluschi e coralli,
che hanno bisogno di questo componente per formare le loro conchiglie e i loro scheletri esterni. Molti di questi organismi costituiscono la base delle catene alimentari di migliaia di specie,
pertanto la loro scomparsa costituisce una grave minaccia tanto per gli ecosistemi quanto per tutte quelle popolazioni che dipendono in qualche modo da tali ecosistemi.
Per poter frenare il processo di acidificazione dei nostri oceani, per l’anno 2020 dobbiamo essere capaci di ridurre le nostre emissioni del 25-40% rispetto ai livelli del 1990 e dell’80-95%
per il 2050, così come ha raccomandato dal Panel Intergovernamentale sul Cambiamento Climatico (IPCC),
Su questa linea, nelle riunioni precedenti al Summit sul Cambiamento Climatico, l’UE ha presentato la proposta di ridurre del 30% circa, per l’anno 2020, le emissioni di CO2 rispetto ai livelli
del 1990, a patto che gli altri governi con obblighi di riduzione facciano un passo avanti nella stessa direzione, e dell’80-95% circa per il 2050.
L’ACIDIFICAZIONE IN CIFRE
L’acidità degli oceani è aumentata del 30% circa rispetto ai livelli precedenti la Rivoluzione Industriale.
Nell’atmosfera ci sono attualmente 385 parti di CO2 per milione. Il punto di non ritorno per i coralli e gli altriorganismi è di 450 ppm.
Riportare alla normalità gli oceani richiede una concentrazione di CO2 di 350 ppm o meno, quindi è necessario ridurre le emissioni del 80-90% circa prima del 2050.
Se le emissioni di CO2 continuano ad aumentare al ritmo attuale, il ph oceanico scenderà al livello più basso degli ultimi 20 milioni di anni e si produrrà un’estinzione
massiccia di coralli.
Un quarto delle specie marine esistenti -ossia, circa 9 milioni- dipendono dalle barriere coralline per la loro riproduzione o alimentazione.
Nel 2006, 2.900 milioni di persone ottenevano dal pesce almeno il 15% del loro fabbisogno di proteine di origine animale.
Le barriere coralline costituiscono una fonte di introiti, alimentazione e protezione costiera per oltre 500 milioni di persone nel mondo.




