Medicine etniche e tradizionali: Intervista al Dott. Giorgio V. Brandolini

Medicine etniche e tradizionali: Intervista al Dott. Giorgio V. Brandolini

Qual è la situazione delle medicine naturali?
Ci sono molti modi e molti strumenti per affrontare una malattia. E quindi molte tradizioni mediche. Ce ne siamo accorti e ora disponiamo di diverse medicine: moderne e complementari. Le
capacità di analisi e di intervento del medico o del guaritore fanno la differenza.

E le erbe?
Le erbe fanno parte della nostra tradizione. Con la scomparsa della medicina domestica, anche le erbe si sono allontanate dalle cure. Sono tornate di recente, sia per i nuovi contatti con altre
medicine popolari (gli immigranti, i viaggi e altri incontri) sia perché sono state studiate e i medici che le hanno prescritte ne hanno avuto una buona impressione.

Ma quando servono le erbe?
Le erbe sono composte da sostanze che agiscono sul nostro organismo. Da lì la loro importanza nella storia della medicina. Adesso ne sappiamo di più. Conosciamo il metabolismo e la
fisiologia. Sappiamo perché nelle piante vi sono principi attivi contro le cellule animali, ossia che le proteggono dagli erbivori (insetti, molluschi, vertebrati, etc.) e in alcuni casi
anche da funghi e microrganismi (batteri e virus). Ossia, la natura ha selezionato gli organismi aggressori e i sistemi per difendersi da loro. La miniera verde è una miniera
farmacologicamente attiva.

Quali tradizioni sono più utili?
Non c’è una gerarchia. Come in Cina e in India le medicine tradizionali sono insegnate e praticate, così anche da noi sarebbe bene rilanciare l’erboristeria di casa nostra. E poi
utilizzarla per incorporare suggestioni e sostanze importate da altre tradizioni mediche. Il punto critico è rilanciare un metodo di approccio alle cure, che esisteva, e che ora non
è più molto chiaro. L’impiego delle erbe è spesso un espediente, non il sistema aperto però basato su esperienza, metodo clinico, etc. Il problema è qui. Che il
medico della tradizione aveva più tempo per occuparsi di meno pazienti. I pochi che se lo potevano permettere. Poi c’erano i pratici, meno preparati ma spesso attenti e sensibili all’esperienza clinica. Infine c’era la medicina domestica, da non
confondersi con il dispensario domestico (la cassetta dei farmaci). Ora, un medico ha molte più cose da fare e meno tempo per stare con il paziente. Quindi, la sua analisi diviene
standard. Il paziente spesso è anonimo, ossia non c’è una conoscenza extra-clinica, in quanto vicino, in quanto persona di cui il medico conosce i problemi. La clinica va bene. Ma
la medicina tradizionale nei suoi tre livelli (medico, pratico, familiare) era in grado di intervenire in modo spesso più cosciente di quanto succede ora. Non era un problema di farsi fare
la ricetta e andare a comprare il farmaco. Era un dialogo e quindi l’apprendimento era continuo e il ricorso alle erbe era il risultato di tentativi ed errori, di un affinamento del metodo di
cura.

Questo sistema funzionava?
Il processo era empirico. La base era il metodo ippocratico, con un impianto concettuale abbastanza semplice. E quindi si procedeva per tentativi ed errori. A volte sbagliando. D’altra parte era
un sistema che produceva cure abbastanza economiche. Dove era ben strutturato, ossia dove esistevano i tre livelli d’intervento.

E ora può essere utile?
L’aumento del ricorso a terapie complementari e a farmaci di origine vegetale è reale. Forse ora c’è anche troppa pratica e troppo poca esperienza. Ossia si adottano tradizioni
diverse senza che il medico sia formato. Poi il livello dei pratici è quasi scomparso. Ossia, rimane con le tradizioni popolari nelle zone di montagna e in certe aree rurali del sud. Ma il
punto debole della situazione attuale è la scomparsa della medicina domestica. È un campo in cui andrebbe fatta sia sperimentazione sia formazione.

Perchè?
Perché la salute non è solo un problema fisico. È un tutt’uno con il resto della nostra esistenza. Ci sono aspetti dietetici, comportamentali, psichici, spirituali e di
relazioni con i familiari, i vicini e la comunità. Quindi il ruolo della medicina domestica, prevenire e assistere i guaritori, farsi carico della convalescenza, è qualcosa di
più di conoscere i farmaci (le erbe, le medicine, il dispensario domestico). È un problema educativo e un problema culturale. Può essere un contributo a contenere le spese
mediche, ad affrontare le malattie a un livello meno invasivo, meno drastico. Dove ciò sia possibile. Ossia è un riconoscere che dobbiamo conoscerci e preoccuparci della nostra
salute, prima di andare a chiedere l’aiuto del medico. Che non ci conoscerà né ci vorrà mai così bene come noi stessi.

Ma chi si può fare carico di questo cambiamento?
La formazione dei medici dovrebbe essere più aperta a nuove esigenze. In tale modo essi saranno stimolati a risvegliare le tradizioni e a mettere in moto la medicina domestica. Con
formazione, con consigli, con l’organizzazione di gruppi di auto-aiuto e coinvolgendo coloro che, pur non avendo studiato medicina, sono attratti dal mondo della salute. E che da volontari
contribuiscono a tante iniziative mediche e paramediche che vediamo tutti i giorni svolgersi negli ospedali e fuori.

Che va fatto dal punto di vista organizzativo?
I medici dovrebbero organizzarsi in ambulatori più ampli, in modo da coprire nuove aree del sapere e svolgere nuovi servizi, come la formazione, l’animazione dei gruppi, la promozione
culturale delle conoscenze mediche. La gente li seguirà, perché i risultati ci sono, dove, in piccolo, queste cose sono già state fatte.

Che risultato se ne può attendere?
Che la gente si responsabilizzi sulla conservazione e sul ristabilimento della propria salute è un obiettivo fondamentale per migliorare l’assistenza medica. E allo stesso tempo ampliare i
propri orizzonti, quando pensa alla salute e alla malattia, riscoprendo i legami tra il mondo fisico e quello spirituale.

Chi è Giorgio Brandolini
Giorgio V. Brandolini è nato nel 1962 a Bergamo, città dove risiede attualmente. Dal 1971 ha soggiornato in Bolivia, Brasile e Perù e
in altri paesi dell’America latina. Operando per le Nazioni Unite e per diverse associazioni umanitarie, si è successivamente trasferito in
Africa e in Medio oriente.
Nel corso della sua lunga esperienza ha lavorato in paesi nei quali le tradizioni mediche coesistono con le terapie moderne. Ha studiato le culture locali e le relazioni tra le loro cosmovisioni
e la vita quotidiana, oltre ai travagliati rapporti economici delle comunità locali con il mercato globale.
Durante i suoi lunghi soggiorni all’estero ha approfondito la spiritualità e le conoscenze mediche delle popolazioni indigene, nonché i loro rapporti con la natura, dedicando le sue
competenze naturalistiche e antropologiche a iniziative rivolte alla conservazione delle foreste tropicale, dei pascoli di montagna e della biodiversità. Ha fondato e presiede
l’associazione Orizzonte Terra di Bergamo. Autore del libro Medicine etniche e tradizionali (Macro
Edizioni
).

Giuseppe Danielli – Redazione Newsfood.com

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