La storia dei graffiti vandalici a Milano . Un impegno ultraquarantennale di Assoedilizia nella lotta agli imbrattamenti selvaggi dei muri della città.
23 Maggio 2025
A cura di ASSOEDILIZIA informa
Milano, 22 maggio 2025
La storia dei graffiti vandalici a Milano . Un impegno ultraquarantennale di Assoedilizia nella lotta agli imbrattamenti selvaggi dei muri della città.
RELAZIONE AL CONVEGNO DEL 22/5/2025 A PALAZZO MARINO
Di Achille Colombo Clerici

Graffitismo vandalico a Milano: a che punto siamo. Siamo ancora qui, alle prese con questo fenomeno deleterio, dopo oltre quarant’anni dal suo insorgere. E da allora, Assoedilizia, la prima Organizzazione di categoria ad occuparsene in Italia, è protagonista a Milano e nel Paese del dibattito e dell’impegno nella lotta ai cosiddetti “graffiti vandalici”.
Ricordo ancora il “graffiti tour” allorquando Assoedilizia organizzò una ricognizione nella città, portando l’allora sindaco di Milano Marco Formentini, i vertici del Comune, accompagnati da giornalisti e graffitari su un pullman in giro per Milano per constatare lo stato delle cose ed iniziare un confronto tra le rispettive posizioni.
Ma il termine “graffiti” è fuorviante, perché nobilita una quantità di sgorbi che imbrattano la nostra città e altro non sono che atti vandalici riprovevoli e condannabili. Aveva ragione l’allora sindaco di Milano Letizia Moratti quando affermava che, prima di decidere se si tratti di arte o non arte, occorre vedere se si tratti di atti leciti o meno.
Infatti, arte o non arte, nel nostro ordinamento nessun Picasso potrebbe pretendere di “abbellire” i muri dei palazzi, senza il consenso dei proprietari. E addirittura nessun proprietario potrebbe chiamare un Basquiat a dipingere le proprie facciate senza l’autorizzazione del Comune.
Le norme del regolamento edilizio, allora come ora, erano severe al proposito: figuriamoci che per il colore delle facciate si discuteva talvolta per mesi in Commissione edilizia. E’ questione di decoro pubblico.
Dall’inizio del fenomeno ad oggi ne abbiamo sentite, ma soprattutto viste di tutti i colori.
Trent’anni fa, giravano gli slogan della cultura autonoma giovanile hip hop, nata negli Stati Uniti d’America alla fine degli anni ’80 (come ci ricorda Beatrice Sicchiero nella sua tesi di laurea) che nella musica (rap) e nella danza (break) aveva le altre fondamentali manifestazioni.

” Un sabato sera è fatto per far baldoria e la vita per essere celebrata, un muro è fatto per esser disegnato” diceva Keith Haring pittore e writer statunitense morto giovanissimo, a 42 anni a New York.
“Muri bianchi, popolo muto!” gli faceva eco Star Walls, il collettivo di appassionati lettori dei muri delle città.
Assoedilizia, in collaborazione con il Consolato USA di Milano, organizzò una teleconferenza con la città di New York.
Il sindaco Giuliani non aveva dubbi: i graffiti non autorizzati sono tutti cattivi e si cancellano. “Graffiti Answers”, una società specializzata, offriva alla municipalità apparecchiature (idropulitrici, miscelatori di colore eccetera) al modico costo di 2 milioni di dollari l’anno, pagati dal Governo federale nell’ambito di un programma nazionale antigraffiti: il Comune metteva a disposizione camion e personale. Così ogni giorno, per 8 ore al giorno, dieci di questi mezzi giravano per la città – intervenendo su segnalazione dei cittadini a un numero verde – per ripulire i muri decorati in due maniere: o con getti di liquido decolorante che cancellano il graffito oppure ricoprendolo con uno strato di pittura uguale alla preesistente grazie alla miscelatura automatica del colore e della tonalità. Venivano così ripuliti ogni giorno 6.000 metri quadrati di facciate (100 edifici calcolando per ciascun edificio un imbrattamento medio di 20 metri per 3). Costo zero, quindi, per i privati, e servizio efficiente
A Milano invece c’erano gli irriducibili. Specialmente i cosiddetti “maestri” come Bros (Nicolosi), i quali sostenevano che ogni muro fosse da considerarsi libero. Contro alcuni di questi la Procura avrebbe proceduto con condanne penali e risarcimenti ai danneggiati.
Il dibattito socio/politico/culturale infuriava sui media.
Sono forme di aspirazione all’arte; sono espressioni del disagio dei giovani, lasciamoli sfogare; non dimentichiamo il benaltrismo del “con tutti i problemi che ci sono ci perdiamo in questi problemucci”. Oppure, troviamo dei muri per loro; ad evitare che la strada del vandalismo possa esser considerata la scorciatoia per diventare Jorit.
E’ la vox populi – diceva Cesare Lanza – e bene farebbero la Casta, l’élite, la classe dirigente a guardare, riflettere, intervenire.
Nel frattempo Milano diventava la Citta’ meta degli imbrattatori di tutto il mondo. Gli hooligans, i vandali imperversavano. Venendo dalla Spagna, dall’Olanda, da tutto l’Europa e da oltreoceano. Erano migliaia, organizzati in bande (crew), collegati in una rete mondiale con giornali, radio, siti.
Per un certo periodo si tenne anche un loro congresso annuale in un hotel cittadino.
Ma il fenomeno non si limitava a questo. Oltre i muri si imbrattavano, anzi si sfregiavano le vetrine, le vetture della Metropolitana, delle ferrovie. Il vandalismo dilagava. Arrivarono pure le bombolette spray selvagge durante i cortei del 25 Aprile e del Primo Maggio, che lasciavano dietro di sè vere e proprie devastazioni, talvolta con lanci di “uova” alla vernice. Il fenomeno si allargò dalla città capoluogo alle province della Lombardia.
Come mai – si chiedeva Alberto Arbasino in un articolo pubblicato su Repubblica – proprio Milano ha tanti milioni di metri quadri di muri pubblici e privati sistematicamente deturpati dagli spray degli zombi con danni economici gravi per tutta la collettività, ma anche con evidenti spese vive per acquistare le bombolette, invece di devolvere le somme alla solidarietà progressista, all’ospitalità nella protesta, all’accoglienza in ambienti non degradati ma appunto ospitali?
Assoedilizia provò a stimare i danni dei graffiti in tutta la regione: ammontavano a ben 305 milioni di euro. In testa alla poco invidiabile classifica, come previsto, la città di Milano, non a torto considerata la capitale d’Italia dei graffiti. Circa 24mila gli edifici imbrattati su un totale di oltre 55mila, con danni per 100 milioni di euro. Nelle altre province danni più limitati, ma comunque costosi.
Ricordiamo alcune significative iniziative promosse da Assoedilizia, muovendosi su diversi fronti: comunicati stampa, convegni, un seminario-laboratorio per graffitisti “virtuosi” all’Accademia di Brera, con la presenza del vicesindaco Riccardo De Corato, cui fece seguito il volume “Il decoro della città”.
Corsi di educazione civica mirati in diverse scuole della provincia.
Nel 2007 Assoedilizia organizzò per l’allora Assessore alla cultura della giunta Moratti, Vittorio Sgarbi una visita in città al degrado urbano.
Fu un evento spettacolare perché insieme percorremmo a piedi le vie maggiormente imbrattate di Milano, con al seguito un corteo di cineoperatori, giornalisti, politici, folto pubblico di milanesi. Una Kermesse che ebbe larga risonanza in città.
Ma voglio ricordare nel tempo anche l’iniziativa “Muri liberi” varata dall’allora Assessore ai Lavori Pubblici della giunta Pisapia, Carmela Rozza: una iniziativa, cui prese parte Assoedilizia, che consisteva nella messa a disposizione dei graffitari di muri rientranti nella gestione pubblica.
Sul fronte giornalistico, la costante sensibilità al problema dell’amico Giangiacomo Schiavi del Corriere della Sera, e l’attenzione mai mancata, da parte del Coordinamento Comitati Milanesi.
Nel 2008 era arrivata la Commissione per l’assegnazione di Expo e la Citta’ aveva fatto uno sforzo, già iniziato peraltro anni prima con il sindaco Gabriele Albertini, per ripulirsi il volto, ma senza grandi risultati duraturi. Vennero ripuliti, è vero, molti palazzi del centro e di alcune zone semicentrali e periferiche.
Il Carrobbio, Correnti, Corso Genova, Ticinese, Tutta Porta Cicca tirati a nuovo: un sogno per i milanesi abituati a vederli imbrattati.
Ma il fenomeno, divenuto ormai endemico, tornò a dilagare. Questo trend si protrasse con le giunte Moratti e Pisapia.
Nel 2012, il Comune e la procura (il procuratore incaricato era Elio Ramondini, con il procuratore capo Edmondo Bruti Liberati) si irrigidirono seguendo la “linea dura”, basata sul convincimento che l’imbrattamento non colpisca soltanto il proprietario dei muri ma anche l’Ente esponenziale (il Comune in questo caso) rappresentante della collettività. I risultati si videro.
Ma passò il tempo e tutto si diluì. Il fenomeno sembrava essersi affievolito, ma rimase latente e grave. Tanto da far pensare ad una sconfitta di ogni tentativo di venirne a capo. Anzi, da qualche tempo assistiamo ad una sua recrudescenza. Oggi, forti delle passate esperienze, non possiamo restare con le mani in mano, come nell’apologo della rana bollita di Noam Chomsky.
A chi poi invocasse ragioni ideologiche, o peggio si rallegrasse nel vedere danneggiata la cosa altrui, si deve far presente che buona parte del danno è ricaduta sulle spalle della collettività che l’ha pagata con il bonus facciate (istituito con la Legge di Bilancio 2020, la Legge160/2019, articolo 1 commi 219-224) e con le spese sostenute direttamente dai comuni per la ripulitura ( si tratta di decine di milioni spesi dal solo Comune di Milano; nel 2014 il Vicesindaco parlava di ben 25 milioni spesi in 2 anni).
L’odierno convegno non deve dunque ridursi ad essere un momento di mere analisi o di riflessioni, ma deve porsi come momento propositivo di un’azione decisa di interventi per affrontare concretamente questo problema che da mezzo secolo affligge Milano.
Parola d’ordine: non demordere, pulire e ripulire. Guai a lasciar correre poiché, ricordando la celebre battuta del sindaco newyorkese Giuliani “importata” dall’allora sindaco di Milano Albertini: la finestra rotta di un edificio attirerà altri sassi; ovvero: “un muro imbrattato è il richiamo per altri imbrattatori”.
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