La ricerca mondiale sui cambiamenti climatici si riunisce a Copenhagen
6 Marzo 2009
Sono passati quattro anni dall’ entrata in vigore del protocollo di Kyoto e tra circa nove mesi i grandi della terra si riuniranno a Copenhagen per la 15esima Conferenza delle Parti (COP 15) per
trovare un nuovo accordo che traghetti l’umanita’ verso un futuro in cui essa sia in grado di adattarsi ai cambiamenti climatici e di sfruttarne le possibilità.
Ma su quali basi scientifiche i rappresentanti dei 192 Paesi invitati a partecipare si baseranno per decidere cosa è meglio fare e qual è l’urgenza e la priorità degli
interventi? I cambiamenti climatici sono oramai una realtà scientifica, ma cosa succederà a tutti i campi dell’attività umana che risentiranno di tali cambiamenti? Cosa ne
sarà dell’agricoltura e del cibo? E cosa di mari e fiumi e della gestione delle risorse idriche?
Per rispondere a queste e molte altre domande, e per fornire ai legislatori e ai politici di Copenhagen una base scientifica per le loro negoziazioni, la comunità scientifica
internazionale si riunisce dal 10 al 12 Marzo all’Università di Copenhagen per la conferenza «Cambiamenti Climatici: Rischi Globali, Sfide e Decisioni».
La conferenza, organizzata dall’Alleanza Internazionale della Ricerca Universitaria, vuole catturare e mettere a frutto gli enormi sforzi che la ricerca scientifica ha compiuto negli ultimi anni
nel campo della comprensione, mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici. I partecipanti al convegno tracceranno un quadro generale delle questioni scientifiche più urgenti che
dovranno essere tenute in conto dai legislatori e negoziatori durante COP15.
I ricercatori di Bioversity International parteciperanno alla conferenza portando il loro lavoro di ricerca sull’uso della biodiversità come strumento per rispondere alle sfide del
cambiamento climatico.
Infatti, contrariamente a quanto si pensa comunemente la soluzione al riscaldamento globale non sta solo nella riduzione delle emissioni di gas serra o la compensazione per le emissioni di gas
nocivi. Una delle prospettive più promettenti per far fronte a questo complesso problema sta nella conservazione e nell’uso della biodiversità agraria per aiutare gli agricoltori a
«adattarsi» alla mutevolezza del clima.
La diversità delle colture, ed in particolare il patrimonio genetico delle varietà selvatiche dalle quali derivano, può essere di enorme aiuto in questo: i progenitori delle
colture moderne, infatti, sono depositari di alcuni tratti genetici che possono essere utilizzati nella selezione di nuove varietà colturali in grado di adattarsi ad un clima più
secco o a piogge irregolari.
«La domesticazione delle specie selvatiche parenti di ciò che coltiviamo nei campi è alla base stessa della nostra agricoltura e oggi le specie selvatiche stanno divenendo
sempre più importanti perché la scienza ha bisogno di loro come fonte di diversità genetica con cui migliorare le coltivazioni esistenti», spiega Andy Jarvis,
ricercatore di Bioversity International ed autore di uno studio sulle conseguenze del cambiamento climatico sui parenti selvatici delle piante da coltivazione.
«Ci sono molti esempi di come le specie selvatiche siano state utili in passato per aumentare la resistenza ai parassiti o alle malattie nelle specie coltivate. Pensiamo che il loro ruolo
in questo secolo sarà sempre più rilevante, soprattutto come risorsa per contrastare i cambiamenti climatici» aggiunge il dott. Jarvis.
Purtroppo, man a mano che la biodiversità si riduce, diminuiscono anche le opportunità di farvi ricorso.
I cambiamenti climatici mettono in pericolo la sopravvivenza delle specie selvatiche, comprese quelle con tratti genetici essenziali all’agricoltura e al miglioramento dei raccolti dai quali
dipende la maggior parte dell’umanità.
Lo studio di Jarvis indica che tra il 16 e il 22 percento delle specie utili all’agricoltura sono a rischio di estinzione. Ad esempio, fermo restando l’attuale livello di innalzamento delle
temperature, si ipotizza che circa un quarto delle specie selvatiche di arachidi si estingueranno prima del 2055.
«Un’opzione per cercare di arginare il problema è raccogliere i semi e conservarli in apposite banche dei semi. Secondo i nostri modelli si tratta di una misura di conservazione
molto importante, perché a lungo termine prevediamo che molte specie cruciali per l’alimentazione saranno minacciate nel loro ambiente naturale» spiega il dott. Toby Hodgkin, a capo
del programma di partnership globale di Bioversity.
Un altro aspetto interessante emerso dallo studio condotto da Bioversity sta nel fatto che – anche tra le piante – ci saranno vincitori e perdenti a causa del cambiamento climatico. Ad esempio in
Africa, a fronte di altissime probabilità di riduzione dei raccolti di granturco, la cassava, che è un alimento alternativo al granturco, vedrà aumentare il territorio
potenzialmente adatto alla sua coltivazione.
Secondo il dott. Jarvis, «una possibilità potrebbe essere quella di passare da una coltura all’altra. Naturalmente questo non è assolutamente facile, dato che esistono intere
culture costruite attorno ad un particolare tipo di cibo, ma potrebbe diventare una necessità».




