Europa soft sull'origine in etichetta

Bruxelles – L’etichettatura d’origine continuerà a non essere obbligatoria per i prodotti alimentari europei, ma «gli stati membri potranno richiederla se c’è una
richiesta giustificata da parte dei consumatori e se si riconosce che questa informazione possa influenzare sostanzialmente la scelta del consumatore a causa del legame tre le qualità
del prodotto e le sue origini oppure a causa di altri motivi di ordine ambientale ed etico».

È questa una delle novità contenute nel progetto di proposta di regolamento europeo, di cui ItaliaOggi ha preso visione, relativo alle informazioni da fornire ai consumatori nelle
etichette dei prodotti alimentari, che la Commissione europea vorrebbe presentare prima della fine del 2007 al Parlamento e al Consiglio Ue.

Il condizionale però è ancora d’obbligo perché la Direzione generale salute e consumatori (DG Sanco) ha appena diffuso, per consultazione con le altre direzioni generali
competenti, una prima bozza. Gli eurofunzionari hanno ancora una settimana per esprime il proprio parere, dopodiché la DG Sanco ultimerà il testo che la Commissione
presenterà probabilmente il 19 dicembre, in occasione dell’ultima riunione dell’anno dei Commissari europei.
Obiettivi. Il regolamento mira a modernizzare, semplificare e chiarire le attuali norme generali relative all’etichettatura dei prodotti alimentari (direttiva 2000/13/Ce e direttiva 90/496/Ce)
e introduce una precisa distinzione tra le informazioni che devono essere fornite obbligatoriamente al consumatore e quelle che invece potranno essere solo volontarie.

Informazioni obbligatorie. Oltre a quelle già previste dalla direttiva del 2000 (denominazione di vendita, elenco degli ingredienti, quantità di taluni ingredienti irritanti,
scadenza, condizioni di conservazione e di utilizzo, nome del fabbricante, contenuto alcolico se superiore all’1,2%), la proposta aggiunge due indicazioni obbligatorie: il quantitativo netto
per tutti gli alimenti (non solo per imballaggi preconfezionati), e l’indicazione delle proprietà nutritive.

Made In. L’art. 3 della direttiva in vigore in Europa in questo momento prevede (al punto 8) che il luogo d’origine o di provenienza sia obbligatorio «qualora l’omissione di tale
indicazione possa indurre in errore il consumatore circa l’origine o la provenienza effettiva del prodotto alimentare». La proposta di regolamento riprende questo articolo aggiungendo che
l’obbligatorietà è richiesta «in particolare se le informazioni che accompagnano l’alimento o l’etichetta potrebbero altrimenti lasciare intendere che il prodotto proviene o
è stato prodotto in un’altra area». Dalla bozza emerge anche un elemento nuovo: l’art. 22 (punto 5) prevede che «gli stati membri potranno richiedere che l’origine di un
particolare prodotto sia fornita se c’è una richiesta giustificata da parte dei consumatori e se sia generalmente riconosciuto che questa informazione possa sostanzialmente influenzare
la scelta del consumatore a causa del legame tre le qualità del prodotto e le sue origini oppure a causa di altri motivi di ordine ambientale ed etico». Per origine dell’alimento
si intende il luogo in cui esso è stato sottoposto all’ultimo trattamento che ne ha determinato un cambiamento sostanziale. Lo stesso articolo prevede poi che l’origine degli ingredienti
primari debba essere indicata quando differisce dal luogo dell’ultimo trattamento che ha determinato un sostanziale cambiamento del prodotto, ad esclusione delle preparazioni multi-ingredienti
e quando è evidente che gli ingredienti primari non possono provenire dal luogo indicato. Per carni diverse da quelle bovine, devono essere fornite informazioni su ognuno dei diversi
luoghi di nascita, di ingrasso e di macellazione.

Trasparenza. Dal progetto di regolamento di cui ItaliaOggi ha preso visione emergerebbe che l’obiettivo della trasparenza non sia particolarmente raggiunto: se per esempio Roma volesse
richiedere il «made in» su un proprio prodotto, come l’olio di oliva, queste stesse misure non potrebbero essere imposte ai produttore di olio d’oliva degli altri stati membri che
importano in Italia. Il consumatore potrebbe così sapere che l’olio che acquista non è prodotto con olive italiane ma non potrebbe sapere se queste sono spagnole o greche.
Chiarezza. La proposta ribadisce il principio generale per cui le informazioni e la presentazione degli alimenti devono essere precise, chiare e facilmente intelligibili ai consumatori e non
ingannevoli; non devono attribuire ad alcun alimento delle proprietà di prevenzione, di cura o di guarigione da una malattia.
L’art. 7 attribuisce anche agli operatori del settore alimentare che svolgano attività di rivendita e di distribuzione il dovere di «agire con debita cura per assicurare il
rispetto delle norme di informazione alimentare, in particolare non commerciando dei prodotti di cui sanno o presumono, sulla base di informazioni in loro possesso, che non soddisfano
determinati requisiti».

Sabina Pignataro

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