Dolce Torino

Dolce Torino

 

Torino ha sempre avuto un rapporto stretto con il cacao fin dal 500, quando i primi semi della pianta giunsero nella città savoiarda

Il vero periodo d’oro è l’Ottocento. Nascono locali storici, degna cornice di una città in piena espansione; molti di questi sono veri e propri «salotti
del cioccolato» ognuno con il proprio stile. Tra tanti, possiamo citare il Caffè Ristorante Platti, le cui raffinate architetture stile impero e barocco hanno conquistato
personaggi illustri da grandi finanzieri come Giovanni Agnelli a noti intellettuali, come Cesare Pavese.

Od il Caffè Florio, all’epoca ritrovo prediletto dei grandi della politica, come Camillo di Cavour e Massimo D’Azeglio, tanto da guadagnarsi il soprannome di
caffè dei codini.

Forse il titolo di re dei locali spetta però al Caffè al Bicerin. Nato nel Settecento, è nell’Ottocento che compie il salto di qualità. Il merito
è del bicerin (in piemontese bicchierino, dai piccoli bicchieri in cui veniva servito), mescolanza tra caffè, cioccolato e crema di latte. Inizialmente, ne vengono create
tre varianti della bevanda: pur e fiur (l’odierno cappuccino), pur e barba (caffè e cioccolato), ‘n poc ‘d tut (ovvero «un po’ di tutto»), con tutti
e tre gli ingredienti miscelati. Ed è proprio l’ultima versione ad avere successo, piacendo a tutte le classi sociali indistintamente. Il bicerin era dunque una bevanda
nazionale da piccola patria, amato indifferentemente dai cocchieri e dai viveurs, dalle sartine e dalle signore- dichiara un cronista locale. Il caffè trae vantaggio anche dalla
sua collocazione, posta vicino al santuario della Consolata, popolare luogo di culto: diventa presto abitudine per i fedeli, a digiuno per la Comunione o per la Quaresima, consumare la
bibita per ritemprarsi, la cioccolata, in quanto liquida, non era considerata cibo e poteva essere consumata anche dai più osservanti.

Il Bicerin non è però un fenomeno solo locale o «di borgata», tutt’altro; lo provano Alexander Dumas padre, la regina Maria Josè di Portogallo e
Pablo Picasso, tutti appassionati e fedeli consumatori. Lo scrittore americano Hemingway ne fu così entusiasta da inserirlo nelle 100 cose del mondo degne di essere salvate,
mentre il filosofo Nietzsche, colpito in egual misura dal calore e dal gusto, lo definì in maniera lapidaria ma efficace: «Rovente, ma delizioso!».

Esiste anche un lato meno modaiolo e meno artigianale della Torino cioccolatiera ottocentesca. Produttori come Pietro Caffarel, Piero Gabutti e i Fratelli Stratta applicano le nuove
tecnologie alla lavorazione del cacao creando l’industria cioccolatiera piemontese. Le fabbriche più moderne, come quella del Caffarel in zona Valdocco, arrivano a produrre
350 kg di materiale al giorno.

Ed è uno di questi imprenditori, Michele Prochet, l’autore di uno dei dolci piemontesi più famosi, il gianduiotto. L’anno è il 1806 ed il blocco
commerciale imposto da Napoleone rende merce rara alcuni prodotti, come il cacao. Per continuare a produrre, il cioccolataio torinese «arricchì» l’impasto
dolciario con le più economiche nocciole tritate delle Langhe. All’inizio il nuovo prodotto prendette il nome di givu, in dialetto cicca o bocconcino, per le sue ridotte
dimensioni, ma anche grillo, nel senso di stranezza o bizzarria.

Riguardo all’ufficializzazione del nome odierno, la versione più accreditata parla del Carnevale del 1865 (da allora chiamato Gianduieide) quando un attore travestito da
Gianduia regalò manciate di dolcetti alla folla, autorizzando Caffarel ad utilizzare il suo nome. Il nome attecchì, e da allora è rimasto fino ad oggi, come la
confezione: il gianduiotto fu il primo cioccolatino a venire incartato, simbolo di ricchezza.

Ancora oggi Torino è la capitale italiana dell’industria cioccolatiera italiana con una produzione di 850.000 tonnellate, il 40 % del totale italiano, con nomi di spicco
come Streglio e Ferrero, senza contare la miriade di mastri cioccolatieri artigiani. Ma forse niente potrà più rivaleggiare con la belle epocque del cioccolato.

Matteo Clerici

 

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