Consorzio Vini Colli Piacentini in liquidazione?…Intervista al fondatore

Consorzio Vini Colli Piacentini in liquidazione?…Intervista al fondatore

By Giuseppe

Il Consorzio di Tutela Vini doc Colli Piacentini è in forte crisi. Crisi economica, sociale, di bilancio, di direzione, di gestione, di presidenza…

 

Intervista a chi, nel 1986, fondò l’attuale consorzio di tutela dei vini Doc Colli Piacentini

Giampietro Comolli: si perde la millenaria storia della viticoltura piacentina di qualità  

Newsfood.com, 15 dicembre 2025

Consorzio Vini Colli Piacentini in liquidazione?
Perde la millenaria storia della viticoltura piacentina di qualità  
Abbiamo letto che da mesi (forse anni dice qualcuno!!) il Consorzio di Tutela Vini doc Colli piacentini è in forte crisi. Crisi economica, sociale, di bilancio, di direzione, di gestione, di presidenza… molte le voci che si susseguono sul web; ma molti anche i silenzi soprattutto degli ultimi 4 presidenti del Consorzio che hanno governato alcuni passaggi e cambi forse senza pesare fino in fondo cosa poteva succedere. Si dice che da 20-25 anni non si fa tutela, controlli, vigilanza. Addirittura pende su un ex direttore, poi anche funzionario di Valoritalia e qualche consigliere del Consorzio (    https://www.ansa.it/emiliaromagna/notizie/2024/07/10/contraffazione-di-vini-doc-12-indagati-dal-nas-a-piacenza_8552dd5c-bb23-4b7a-8457-d93e2238de5a.html –  https://www.winemag.it/contraffazione-frode-in-commercio-piacenza-wine-group-inchiesta/ ) la attesa prossima sentenza del Tribunale di Piacenza.
Newsfood.com ha realizzato una intervista a Giampietro Comolli, colui che nel 1986, fondò l’attuale consorzio di tutela dei vini Doc Colli Piacentini ed è stato uno dei più attivi direttori di Consorzi italiani per 30 anni, con rapporti in Regioni diverse, al Ministero e in Comunità.
Già Direttore del Consorzio piacentino dal 1986 al 1992, a scavalco fino al 1994. Inoltre è stato anche  fondatore della Federdoc, federazione dei consorzi di tutela d’Italia e manager di grandi imprese come la Spa Ferrari-Lunelli .
Rivolgiamo a Giampietro Comolli  alcune domande perchè ci aiuti a capire (diversi già i suoi interventi su questo argomento https://www.ilpiacenza.it/economia/malvasia-comolli-piacenza-non-sa-fare-sistema.html ) come siamo messi e come eventualmente salvare il salvabile.

Comolli, lei è una testimonianza storica del territorio e del mondo vinicolo

Sono rammaricato per una fine infausta e deleteria. Nel 1985 ero un dirigente di un sindacato agricolo impegnato in economia ambientale e territoriale, fra cui la viticoltura. Quando fui incaricato da Cciaa, Provincia, Coldiretti, Confagricoltura la prima cosa che feci fu andare dal più grande direttore di consorzi dell’epoca, ascoltare il prof Fregoni, girare vigna per vigna sui colli. Assorbire i desiderata di tutti. I tre piccoli consorzi di allora furono aggregati insieme dentro una unica doc ” a cappello”: da 3 doc passammo a 18 doc. L’obiettivo primario era aumentare l’8% di vini di qualità prodotti in minor tempo possibile. Il periodo era di forte crisi: contratti prezzo delle uve buone, crollo del vino sul mercato. migliaia di damigiane vendute, nessuna notorietà e valore aggiunto del vino, per quasi 7500 ettari di vigne. Il principio base fu: soddisfare ogni esigenza a scapito di certi personalismi.

E poi lasciò Piacenza ! 

A novembre 1992 fui chiamato a dirigere il neonato consorzio Franciacorta, ma restai per le consegne fino al 1994. Intanto avevo contribuito a formulare la famosa legge 164, grazie al prof Fregoni. Il  premio Gutturnium portò grandi personaggi a Piacenza per dare notorietà al territorio e ai relativi vini. Il Corrierone riconobbe che il vino frizzante Gutturnio aveva superato la Bonarda pavese sulla tavola e nei ristoranti milanesi, era simbolo della ” Milano da bere”. Costituii la Assovip per tutelare il prezzo dell’uva, il prezzo del vino, era anno dopo anno in crescita. Arrivammo come consorzio a rappresentare il 91% della produzione totale. Fui artefice del cambio di passo nella Enoteca Regionale di Dozza. Lasciai al CdA di allora un consiglio: prima possibile concentrarsi su poche Doc simboliche e identitarie, con una Docg punta di piramide.

Siamo ancora a quel punto? 

In 30 anni non mi sembra sia stato fatto nulla in termini di innovazione organizzativa, consortile e sindacale, e territoriale. Fondai nel 1998 una nuova FederDoc per dare più peso ai consorzi privati rispetto agli enti pubblici. Ero lontano da Piacenza ma consigliai di salire sul carro dell’erga omnes. Chi non ha aderito allora, oggi è in forte crisi di identità, di bilancio, di proposta, di vita. Oggi si perde il 10% di vigne l’anno, il prezzo delle uve non remunera, non dà reddito, le cantine chiudono, le bottiglie sul mercato si fanno concorrenza solo sul prezzo, si paga la qualità solo per brand noti, diffusi, presenti. Un grande territorio non può non avere un Consorzio di tutela di vini Do e Ig, perchè vuol dire abdicare, lasciare decisione vitali a estranei, non saper sfruttare le potenzialità del territorio, diventare sempre più marginali.

Comolli, cosa ne pensa di un consorzio di tutela che diventa di promozione?

L’obiettivo base di un consorzio non può essere solo la promozione. Spero che questa non sia la strada scelta da Piacenza. 40 anni fa pensammo prima alla vigna e alle viti e poi alla promozione. Un vino di pregio non parte mai dalle azioni promozionali perchè in quel caso “vince” sempre il marchio più grosso e che spende di più, e i piccoli sono come la spolverata di grana sui tortelli. Se i tortelli non sono alla altezza, la qualità del piatto non cambia per la spolverata. Il consorzio di tutela “deve” fare solo promozione per la denominazione e non per imprese commerciali e “può” delegare un ente specifico per la promozione collettiva e individuale. La visione del consorzio come prima e unica panacea della promocommercializzazione non serve al territorio, al valore dell’uva e alla identità tipologica, oggi indispensabile!

Quindi c’è stata una disattenzione locale a un modello nuovo nazionale ? 

Le norme oggi sono molto cambiate. La rappresentatività dell’ente è vincolante per poter avere in tutela ogni singola Doc. E’ stato un errore grave spezzettare la Doc originaria senza fare calcoli di prospettiva e di organizzazione. E’ mancata la visione pratica e gestionale. In molti consorzi di tutela la pratica Ue-Ocm è stato un abbaglio che ha portato crisi interne ed esterne. Eppoi la tutela deve essere in primis autodeterminata. La importanza e la necessità di un consorzio si basa sulla vigilanza delle imprese associate, come un disciplinare rigido su certe regole, la garanzia che le uve migliori siano pagate di più; bisogna fare campionature di bottiglie sui mercati, essere di stimolo all’imbottigliamento, avere almeno una Docg esclusiva, operare in modo che una doc grande conviva con una doc piccola; è utile formare aggregazione da una Igt per arrivare alla Docg. E’ mancata la programmazione generazionale, una direzione asettica con interessi di parte. Forse una causa generale è da trovare anche nell’importanza di seguire assiduamente Bologna e Roma, venendo meno la collaborazione di enti locali.

C’è una soluzione o più strade che possono garantire la tutela diretta dei produttori? 

Spiegare agli organi di stampa i tecnicismi legali e legislativi è lungo e complesso. Ci vorrebbe un tavolo di esperti. Il consorzio attuale “di tutela” – parlando anche con molti produttori fuori dal consorzio e molti giovani viticoltori – deve vivere non sopravvivere né cambiare obiettivo. Può esistere e rimanere un piccolo consorzio che non perda la istituzionalità e la referenza pubblica molto importante mantenendo viva almeno la Igt Valtidone che ha i numeri di legge. Ovvio con massima indipendenza e alcune regole e patti sociali che vanno dalla uva alla bottiglia, alla condivisione di un percorso di lungo periodo.

Quindi da qui a febbraio 2026 è possibile sperare in una soluzione concreta di decisione locale?  

La scelta della sola promozione del vino piacentino è una figlia di fico! Quel tipo di promozione elude il marchio tutela ed è uno smacco per i piccoli imbottigliatori che hanno investito.  Bisogna salvare il vigneto piacentino con strategia dando una nuova collocazione e connotazione, garantire un rapporto stretto uva-vino e di reciprocità, dare fiducia alle piccole cantine con eventi “attrattivi” interni al territorio. Rifare un modello organizzativo consortile che unifichi e non disgreghi, dare a tutti quasi lo stesso livello decisionale, avere costi fissi limitati. Creare due organi decisionali, anche gruppi di produttori, senza barriere e personalismi, affidare ad una figura esterna al consorzio  (nessun produttore, professore, amministratore attuale) “carta bianca”  per presentare una proposta organica totale cui tutti sono chiamati ad aderire nel rispetto delle richieste di tutti. Il tutto deve partire da una delega scritta degli attuali soci del consorzio, senza condizioni precostituite che non piacciono a nessuno.

Vedi anche: Il mondo del vino di Giampietro Comolli (Clicca qui)

NOTA DEL DIRETTORE… Chissà se il messaggio è arrivato a destinazione, forte e chiaro!


 

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