Bondi: «Così aiuterò il Cinema»

By Redazione

Quest’anno l’Italia è presente al Festival di Cannes con quattro film diversi per registro e tema, ma tutti ugualmente intensi, duri, spietati nel loro analizzare la recente storia
politica e l’attualità del nostro Paese, nonché nell’evidenziare i conflitti sociali che in esso permangono: i problemi legati alla malavita, le difficoltà
dell’integrazione con gli stranieri, l’incapacità di stabilire una memoria storica condivisa.

Potrebbe perfino sembrare esagerata una lettura così negativa della realtà italiana, ma sarebbe sbagliato se il cinema proponesse un’immagine edulcorata e gratificante di un Paese
senza problemi. In questo senso, ha ragione un intellettuale attento come Stenio Solinas quando scrive che «un Paese che sa fare i conti con se stesso senza fare sconti, che preferisce
guardare le cose in faccia e a fondo, che non si accontenta di ricette consolatorie né di belletti posticci, che si assume il peso di ciò che è stato, rivendica le cose
positive che nella sua storia ha compiuto, ma non è permissivo né auto-assolutorio nei confronti di quelle negative che le vanno addebitate» è – come penso anch’io –
un Paese maturo, che può guardare agli altri senza doversi vergognare.

Per molte stagioni il nostro cinema ha vissuto una crisi profonda (estetica, di contenuti, di incassi) ancora più dolorosa ricordando che ci furono stagioni in cui eravamo i migliori al
mondo (con il neorealismo tra gli anni Quaranta e Cinquanta e poi con la commedia nei Sessanta) e tutti cercavano di imitarci. La disaffezione del pubblico è però comprensibile,
poiché il cinema sostenuto, enfatizzato, imposto da una certa ideologia nichilista è stato per troppo tempo portatore di modelli incomprensibili, lontani dal senso comune, oppure
tristemente ombelicale, rinunciando a proporre quegli eroi positivi che lo spettatore ama e in cui può riconoscersi.
Oggi, però, dopo tanto tempo possiamo guardare allo stato economico del cinema italiano con moderata speranza: non si deve più parlare di crisi, di affanno, di caduta libera di
spettatori, di implosione dei racconti, di scarso fascino dei nostri interpreti, di sceneggiature minimaliste, di monotonia figurativa, di registi stregati dalle sirene
dell’autoreferenzialità. Il cinema italiano non è morto, come talvolta, negli ultimi decenni, sbrigativamente, si è cercato di sentenziare.
Essere presenti con quattro film al Festival di Cannes è appunto un segno importante, specie nell’anno in cui sulla Croisette si festeggiano i trent’anni della Palma d’Oro a L’albero
degli zoccoli di Ermanno Olmi, uno dei maestri del nostro cinema. È la conferma che la primavera del cinema italiano, iniziata nel 2007, continua a dare frutti, mentre si consolida una
tendenza favorevole su vari fronti. Sono almeno tre gli indicatori di una stagione alla quale guardare con giustificato ottimismo: 1) il cinema italiano conquista, come nel 2007, una quota
consistente e stabile del mercato (nel primo trimestre 2008 si attesta intorno al 36,5%); 2) si delinea, finalmente, una concreta differenziazione di prodotti, di storie e di generi; 3) si
intravedono le tracce di una rinnovata vitalità creativa.
Per questo motivo, si può ragionevolmente pensare che la filiera cinematografica e l’industria ad essa collegata stiano ritrovando la strada giusta. L’impegno del ministero dei Beni
Culturali è di rafforzare questo processo virtuoso, consolidando i risultati ottenuti, e di contribuire, con concretezza, energia e fantasia, a questo rilancio. Proseguendo sulla linea
tracciata dai precedenti ministri, Giuliano Urbani, Rocco Buttiglione e Francesco Rutelli, dopo che sono stati introdotti nella finanziaria 2008 alcuni strumenti di incentivizzazione fiscale
per le attività cinematografiche («tax credit«), come peraltro già esistono in altri Paesi europei (Gran Bretagna, Irlanda, Germania, Belgio, Olanda), stiamo lavorando
per ottenere l’approvazione dell’Unione Europea e quindi emanare i relativi decreti di attuazione.

Negli ultimi decenni le distorsioni del mercato cinematografico hanno messo sempre più a rischio la specificità culturale del cinema italiano, mortificandone la forza creativa,
impoverendone la capacità produttiva e limitandone la diffusione sul territorio nazionale e in Europa. La polverizzazione delle imprese cinematografiche italiane – caratterizzate da
dimensioni ridotte, scarsa patrimonializzazione ed alto tasso di mortalità – unita ad una forte presenza delle majors americane sul versante distributivo e dell’esercizio, e da qualche
anno anche su quello produttivo, ha determinato una forte presenza di film commerciali ad alto budget, di origine per lo più statunitense. Negli anni, in Italia, si è sempre
più configurato un mercato del cinema incapace di sostenere i prodotti filmici a matrice culturale, caratterizzati da una domanda non sufficientemente ampia ed esposti a un processo
generalizzato e continuo di costi di produzione crescenti.
In questo senso, sono altresì convinto che vada rivisto l’intervento, comunque necessario, di sostegno economico da parte del ministero dei Beni Culturali nei confronti del cinema
italiano. Attualmente il meccanismo è teso a finanziare la produzione delle sceneggiature meritevoli, ma è carente il sostegno nella fase di pre-produzione e sviluppo dell’idea,
ed ugualmente carente il sostegno nella fase di distribuzione. Basterebbe poco per invertire l’approccio, aiutando le case di produzione ad attivare nella fase di pre-produzione e di scrittura
tutte quelle sinergie (a livello di soggetto, marketing, coproduzioni…) indispensabili per poi riuscire ad affrontare le forche caudine dell’uscita nelle sale.
Il miglioramento di questa fase di pre-produzione permetterebbe inoltre di ampliare i target, visto che il cinema italiano ha sottovalutato numerose fasce di pubblico che invece il cinema made
in Usa presidia stabilmente: per esempio le famiglie. Non posso dunque che augurare il miglior successo al Family Festival di Fiuggi annunciato in questi giorni, prima iniziativa, sulla scia
del Family Day, dedicata espressamente ai film per le famiglie, un pubblico fondamentale per il cinema internazionale e che da noi viene quasi snobbato.
Infine, senza eccessivi trionfalismi e al di là del verdetto delle giurie e delle reazioni della stampa e della critica internazionale convenuta a Cannes, è legittimo, con un
certo orgoglio, pensare ad una prima vittoria morale del nostro cinema sulla Croisette.

Possiamo e dobbiamo augurare a Gomorra di Matteo Garrone, a Il divo di Paolo Sorrentino, a Sanguepazzo di Marco Tullio Giordana e a Il resto della notte di Francesco Munzi di raccogliere
consensi e apprezzamenti. Di trovare le vie migliori per essere venduti e proposti nelle sale cinematografiche di molti altri Paesi. L’auspicio è che questi quattro titoli, insieme agli
altri che saranno pronti nei prossimi mesi, siano capaci di allargare e arricchire lo spettro del nostro cinema. Uno spettro in cui l’intrattenimento, lo spettacolo e la riflessione aspirino ad
un alto standard di qualità.

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