Revoca del trasferimento del dipendente e del cambio di mansioni

Con sentenza del 10 aprile 2008, la sezione lavoro del Tribunale di Bari ha stabilito che il controllo giurisdizionale delle comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive che
legittimano il trasferimento del lavoratore subordinato deve essere diretto ad accertare che vi sia corrispondenza tra il provvedimento adottato dal datore di lavoro e le finalità
tipiche dell’impresa, ma trova un preciso limite nel principio di libertà dell’iniziativa economica privata, garantita dall’art. 41 della Costituzione, e quindi non può essere
dilatato fino a comprendere il merito della scelta operata dall’imprenditore.
Però, per il Tribunale, il trasferimento del lavoratore, oltre ad essere supportato dall’obiettiva sussistenza delle ragioni organizzative di cui all’art. 2103, deve altresì
essere soggetto ad un ulteriore indagine esterna diretta a sondarne la conformità al disposto costituzionale dell’art. 41 comma 2 Cost., nel senso che esso non deve recare danno alla
“sicurezza, alla libertà ed alla dignità umana”.
Alla luce delle suddette considerazioni, dalle allegazioni delle parti e dalle risultanze dell’istruttoria sono emersi sufficienti elementi che hanno indotto il Tribunale di dichiarare
illegittima la scelta del trasferimento compiuta dalla Banca sotto il profilo della ragionevolezza e correttezza.

Fatto e diritto
Una Banca, dopo aver riscontrato delle anomalie in un’ispezione per evitare il rischio di reiterazione da parte del suo dipendente di comportamenti di gestione clientelare del credito (che
avevano condotto all’irrogazione della sanzione disciplinare della sospensione cautelare e della sospensione di dieci giorni dalla retribuzione e dal lavoro), aveva trasferirlo ad un’altra
filiale di un’altra città il dipendente, affidandogli mansioni diverse rispetto a quelle di “Gestore Corporate” da ultimo ricoperte nella prima.

Le ragioni della società
Per la società, il trasferimento del dipendente trova legittimazione nella norma che prevede che “il prestatore di lavoro non può
essere trasferito da una unità produttiva all’altra se non per comprovate ragioni tecniche organizzative e produttive”. Inoltre l’art. 79 del CCNL di categoria prevede che “l’impresa,
per comprovate esigenze tecniche, organizzative e produttive, può trasferire il quadro direttivo ad unità produttiva situata in comune diverso. Nel disporre il trasferimento,
l’impresa terrà conto anche delle condizioni personali e di famiglia dell’interessato. Nei confronti dei quadri direttivi di I e II livello, che abbiano compiuto 45 anni di età ed
abbiano maturato almeno 22 anni di servizio, il trasferimento non può essere disposto senza il consenso del lavoratore”.

La decisione del Tribunale
Per il Tribunale, il controllo giurisdizionale delle comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive che legittimano il trasferimento del lavoratore subordinato deve essere diretto ad
accertare che vi sia corrispondenza tra il provvedimento adottato dal datore di lavoro e le finalità tipiche dell’impresa, ma trova un preciso limite nel principio di libertà
dell’iniziativa economica privata (garantita dall’art. 41 della Costituzione) e quindi non può essere dilatato fino a comprendere il merito della scelta operata dall’imprenditore.
Tuttavia il trasferimento del lavoratore, oltre ad essere supportato dall’obiettiva sussistenza delle ragioni organizzative di cui all’art. 2103, deve altresì essere soggetto ad
un’ulteriore indagine esterna diretta a sondarne la conformità al disposto dell’art. 41 comma 2 Cost., nel senso che esso non deve recare danno alla “sicurezza, alla libertà ed
alla dignità umana”.
Alla luce delle predette considerazioni, va rilevato che, dalle allegazioni delle parti e dalle risultanze dell’istruttoria sommaria svolta, sono emersi sufficienti elementi che depongono nel
senso della illegittimità della scelta compiuta dalla resistente sotto il profilo della ragionevolezza e correttezza.
Per il Tribunale, infatti, il trasferimento di un Quadro Direttivo del massimo livello (QD4) a più di 900 chilometri di distanza dalla sua città, in un ufficio diverso per
conoscenze ed esperienze dal bagaglio professionale accumulato in oltre venticinque anni di servizio, mentre era stata già avviata lite giudiziaria ed a soli due giorni dal compimento
del 45° anno di età del lavoratore, non può avere altro significato che quello di una vera e propria sanzione inflitta in aggiunta alla sospensione di 10 giorni.
Trattasi, a parere del Collegio, di comportamento lontano dai criteri di razionalità e ragionevolezza, desumibili dai principi generali di buona fede e correttezza di cui agli artt. 1175
e 1375 c.c. a cui deve uniformarsi anche il datore di lavoro durante lo svolgimento del rapporto.
Rispetto a tale trasferimento, non era mai stata fornita alcuna giustificazione da parte del datore di lavoro sulla necessità di mutamento immediato della sede di lavoro. Nessuna
allegazione sull’occorrenza estrema di disporre un immediato trasferimento e se questo era legato ai gravi disservizi della sede originaria oppure ad improcrastinabili esigenze di quella di
destinazione. Non veniva concesso il preavviso che, normalmente, deve essere dato e solo nel caso in cui effettivamente sussistano quelle comprovate e manifestate esigenze di urgenza,
indifferibilità ed indefettibilità del trasferimento, indennizzato con un importo pari a tante diarie giornaliere quanti sono i giorni di preavviso non concessi: ciò, se
non altro per ragioni di buona fede contrattuale.
In conclusione, il Tribunale ha imposto alla Banca la revoca del trasferimento, ordinando alla stessa di reintegrare con effetto immediato il ricorrente nello stesso posto di lavoro ricoperto
prima del provvedimento revocato, con la stessa posizione giuridica ed economica, con le stesse mansioni che aveva in precedenza e con assegnazione dello stesso portafogli clienti.

Tribunale di Bari, sezione lavoro, sentenza del 10 aprile 2008

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