Quando la mobilitazione paga

Ecco la storia di una vertenza che può essere d’esempio a lavoratori e imprenditori, a settembre dello scorso anno il consiglio di amministrazione della Ghinzelli Marino di Viadana
decide unanimemente l’apertura della procedura di mobilità per tutto il personale: 159 lavoratori oltre a quelli in somministrazione di manodopera e al personale occupato nelle
attività terziarizzate.

Vengono immediatamente attivati tutti i canali di mobilitazione e si ottiene una prima proroga di 30 giorni alla procedura. La proposta del sindacato sarebbe quella di avviare un percorso di
ristrutturazione aziendale che preveda il contenimento della capacità di macellazione annua, investimenti tecnologici, gestione più efficienti degli orari, flessibilità dei
ritmi di macellazione e contrazione occupazionale, avendo l’azienda indicato 50 esuberi.
Le posizioni delle parti, per tutta la durata della trattativa, restano molto distanti soprattutto circa l’organizzazione del lavoro, ma il sindacato mantiene un’impostazione analitica del
negoziato, imponendo la discussione ‘punto per punto’.

A gennaio finalmente l’Azienda accetta di congelare la procedura di mobilità, ma il confronto si blocca ancora una volta a febbraio sulla terziarizzazione di un particolare settore cui
Ghinzelli non vuole rinunciare. Come se non bastasse, l’Azienda procede arbitrariamente all’ingresso di una squadra esterna di lavoratori senza chiarirne la provenienza, la forma giuridica o la
ragione sociale.
È solo a fine marzo che la vertenza può dirsi conclusa. La società ha ritirato definitivamente tutti i licenziamenti e si è accordata con il sindacato per un
rilancio dello stabilimento. I licenziamenti non sono più in questione, resta solo da definire il discorso sugli investimenti.
Fondamentale nel successo di questa vertenza è stato indubbiamente l’averla allargata a livello nazionale. A sostegno dello stabilimento di Viadana, infatti, si erano fermati anche i
lavoratori di Mantova, Cremona, Parma, Reggio Emilia e Modena.
È l’ennesima dimostrazione che si può fare profitto dall’innovazione tecnologica e produttiva e non necessariamente a scapito dei diritti dei lavoratori.

Laura Svaluto Moreolo

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