Legambiente: l'ambientalismo del XXI secolo deve dire molti No

By Redazione

«Il futuro che vogliamo, per diventare presente, ha bisogno di grandi cambiamenti, ha bisogno di un ambientalismo del fare, di un ambientalismo che si batta anche per realizzare le opere,
le infrastrutture necessarie alla sostenibilità, siamo credibili nelle battaglie contro il Ponte sullo Stretto di Messina o contro le nuove centrali a carbone di Civitavecchia e di Porto
Tolle, così come contro le autostrade sbagliate e contro il diluvio di inceneritori che Totò Cuffaro vorrebbe in Sicilia, perché nello stesso tempo diciamo brava alla
Solvay che inaugura a Rosignano il primo impianto cloro-soda italiano mercurio-free, perché siamo a favore delle nuove linee metropolitane di Roma e dei parchi eolici, perché
vogliamo ferrovie più moderne ed efficienti e perché plaudiamo all’auditorium di Niemeyer a Ravello».

Così il presidente di Legambiente Roberto Della Seta ha aperto questa mattina alla Ex-Fiera di Roma i lavori dell’VIII Congresso nazionale dell’associazione, con una lunga relazione
introduttiva che ha tratteggiato il profilo dell’ambientalismo moderno che Legambiente vuole incarnare perché «sul piano culturale la rivoluzione ambientalista è riuscita,
ha imposto i suoi temi all’opinione pubblica, ma purtroppo l’ambientalismo è ancora oggi un «nano» politico, non è riuscito a diventare priorità nell’agenda di
chi governa il Paese. La sfida che abbiamo di fronte è quella di rendere la prospettiva ecologista socialmente e individualmente desiderabile, di proporla come risposta alla voglia di
cambiamento e di miglioramento, di intrecciarla con bisogni e interessi diversi dai nostri. Insomma, occorre convincere i nostri interlocutori che la qualità ambientale è un
moltiplicatore, non un inibitore, di modernità».
Ecco allora ribadita l’importanza del fare alleanza, di contaminare il proprio percorso con le istanze dei tanti interlocutori, anche lontanissimi dal nostro modo di pensare, così come
la prerogativa, che è una costante dell’azione di Legambiente, di seminare fuori dal suo recinto stretto e di lavorare al servizio degli interessi generali e non solo ambientali.

Tanti i temi toccati dalla relazione di Della Seta. A cominciare dalla sfida mondiale ai cambiamenti climatici che può e deve vedere l’Europa in prima linea sul fronte di una rivoluzione
energetica che, senza cedere al richiamo delle chimere nucleariste, punti decisa su efficienza e fonti rinnovabili. Per poi toccare un’idea di sviluppo – anche infrastrutturale – del nostro
Paese che faccia leva sull’identità dei territori e delle comunità come arma vincente per affrontare la globalizzazione, senza cadere nelle logiche nimby e senza ricondurre il
progresso esclusivamente al Pil.
Ma c’è anche la piena consapevolezza delle sconfitte dell’azione di Legambiente, o semplicemente delle battaglie non ancora vinte, delle tante criticità attuali. A cominciare
dalla difficoltà di ripristinare un’interlocuzione costruttiva con alcuni attori sociali, il sindacato e il mondo giovanile tra i primi, fino ai campi della politica energetica, delle
infrastrutture, della politica industriale, di quella fiscale, dell’uso del territorio in cui è più difficile trovare il giusto equilibrio tra istanze di modernità e di
tutela.

«Noi crediamo che le cause di queste criticità risiedano in buona parte nel grave stato di arretratezza culturale della classe politica del nostro Paese e nell’assenza di una vera
classe dirigente. Per colmare questi limiti Legambiente rivendica oggi con forza la propria natura di movimento – autonomo e politico – di cittadini organizzati, che pone al primo posto
l’interesse generale nell’ottica di costruire un futuro migliore attraverso la chiave universale dell’ambientalismo».

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