Le famiglie cambiano, le Istituzioni rincorrono

Cremona – La famiglia persiste e cambia, e la politica si deve abituare all’idea di segmentare la previsione dei propri effetti per tipologie di unioni e contesti, per questo è
ancora più necessario studiare come le famiglie di ciascun territorio prendono decisioni e rispondono alle crisi e quanto sono permeabili alle politiche.

Ai mutamenti sociali, alle instabilità e ai nuovi equilibri delle famiglie cremonesi è dedicato il rapporto di ricerca, voluto dall’Osservatorio provinciale delle Politiche
Sociali, presentato questa mattina. All’incontro, in Sala Giunta dell’Amministrazione sono intervenuti, oltre al presidente Giuseppe Torchio e all’assessore Anna Rozza, la curatrice Nora
Lombardi e Rebecca Zanuso. Hanno partecipando, portando le loro esperienze gli assessori dei Comuni di Crema, Cremona e Casalmaggiore. “I mutamenti della famiglia – ha spiegato Anna Rozza –
richiedono professionalità nuove e più articolate. Sia le famiglie tradizionalmente intese che le “nuove famiglie” sono investite da mutamenti sociali profondi e con essi devono
misurarsi: la precarietà del lavoro, l’aumento della popolazione anziana che chiede alle donne un maggior impegno nel lavoro di cura, l’incertezza che accompagna la vita dei giovani,
l’accentuarsi del fenomeno migratorio che comporta relazioni con culture nuove, le relazioni di comunità, di vicinato e di prossimità che si assottigliano, le nuove forme di
povertà, non sempre e non solo materiali che investono categorie nuove di cittadini”.

Dall’analisi dei dati ISTAT dell’ultimo censimento è emerso che in provincia di Cremona, così come in tutto il Nord Italia, sono confermati i fenomeni demografici più
significativi che contraddistinguono il Nord Italia e l’intero territorio nazionale: un tasso di fecondità inferiore al tasso di sostituzione, un tasso di vecchiaia tra i più alti
del paese, una conseguente tendenza all’aumento delle persone che vivono sole (conseguenza, oltre che dell’invecchiamento della popolazione, dei divorzi e delle separazioni), delle coppie senza
figli e delle donne sole con figli. Anche nel nostro territorio stanno avvenendo, seppure lentamente, cambiamenti destinati a costringere ad un ripensamento delle costruzioni sociali che
innegabilmente abbiamo rispetto alla famiglia, ma anche l’immagine che di essa hanno i servizi, i regolamenti di funzionamento degli stessi, gli operatori e, aspetto ancora più
rilevante, le politiche che li sottendono. “E’ auspicabile – commenta il presidente Torchio – che alcuni servizi vengano rimodulati negli orari e nell’offerta anche per andare incontro alle
esigenze di famiglie la cui organizzazione, per forza di cose, non coincide con quella delle famiglie tradizionali. La realtà parla di una larga fetta di cittadini che rimangono esclusi
da benefici o servizi”.
Si affermano, in questo modo, fattori che creano conflitti inediti e generano nuove forme di insicurezze nelle famiglie, in particolare nelle famiglie monogenitoriali, che vi sono naturalmente
più esposte perché più fragili economicamente, meno riconosciute socialmente e più di altre occupate nella ricostruzione di legami solidali al proprio interno. Le
famiglie, in tutte le loro forme, vengono dunque a subire processi di destabilizzazione che non sono in grado di gestire da sole.

“Coloro che hanno collaborato a questa ricerca (famiglie, associazioni, operatori dei Servizi, eccetera) – commentano Lombardi e Zanuso -hanno raccontato, attraverso la loro
quotidianità, il bisogno di parlarsi, confrontare le proprie esperienze, essere guardati, capiti, analizzati e mediati, aiutati a trovare nelle Istituzioni gli interlocutori più
competenti perché possano continuare ad esercitare i propri diritti insieme ai loro figli. Ricorre infatti molto spesso, in questo lavoro, il richiamo al bisogno di tutela dei minori,
sia dove le famiglie hanno già operato la scelta della separazione, sia come bisogno di aiuto preventivo nelle situazioni di fragilità. L’incapacità di gestire conflitti
pare essere uno dei nodi più difficili da sciogliere”. “Dallo studio – conclude l’assessore Rozza – emerge la fotografia di persone che chiedono, prioritariamente alle Istituzioni, una
nuova attenzione che adegui il passo a quello dei mutamenti sociali e che sappia quindi intercettare i nuovi bisogni che ne derivano: quando parliamo di nuovi diritti di cittadinanza, dobbiamo
pensare alle migliaia di donne e di uomini che per motivi diversi sono stati costretti o hanno scelto di vivere la propria genitorialità e affettività attraverso forme diverse,
senza per questo sottrarsi ai propri doveri e rinunciare ai propri diritti. Per farlo, spesso hanno bisogno di essere aiutati. Farlo ci restituisce adulti e bambini più sereni. Questo
non è un valore aggiunto, è un valore”.

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