Gutturnio… Dove è finito il vero originale antico @gutturnium ? Trafugato, perso, espatriato, falsificato, distrutto per invidia…?

Gutturnio… Dove è finito il vero originale antico @gutturnium ? Trafugato, perso, espatriato, falsificato, distrutto per invidia…?

By Giuseppe

 

Newsfood, 19.sett.2020

GUTTURNIO: IL GIALLO DEL VINO ROSSO PIACENTINO PARTE 2500 ANNI FA

 
Dove è finito il vero originale antico @gutturnium ? Trafugato, perso, espatriato, falsificato, distrutto per invidia…?
Brocca di pesante argento lavorata che ha dato il nome al Gutturnio di Piacenza.
2500 anni di storia di un vino che nel 1967 acquisisce il nome dell’antico “calice” latino.

Piacenza è città del vino da sempre, città mondiale della vite e del vino ufficiale dal 1987, città innamorata della sua tavola e del suo desco per la ricchezza di creatività, ricette, piatti, scambi e contaminazioni, città capitale nazionale ed europea della “conservazione del cibo”. Anche il vino ne è espressione e derivazione proprio per salvaguardare, non sprecare, non perdere il valore alimentare e nutritivo, oltre che salutare, del vino stesso soprattutto se passito, invecchiato, vino santo, vino da Santa Messa.
Piacenza è tutto questo fin dall’arrivo sulle sponde sud del fiume Po del misterioso popolo degli Etruschi, forse di origine anatolica, quindi della Turchia odierna.  Alla recente kermesse di Gola Gola Fest a Piacenza il tema del “giallo “ è risaltato fuori con nuovi importanti elementi  grazie all’economista e storico del vino Giampietro Comolli che è stato dal 1984 al 1992 responsabile territorio-vino della Coldiretti e direttore del neonato consorzio di tutela prima di andare a dirigere il neonato consorzio Franciacorta e  Annamaria Carini  già conservatore del Museo Archeologico di Palazzo Farnese.
“Il Gutturnio-dice Comolli- è il vino principe piacentino da sempre, doc dal 1967 fra i primi d’Italia, nato dal mariage di Barbera e Bonarda… i due vitigni più diffusi in alta Italia. Ma un vino nato 4-5 secoli a.C. quando gli Etruschi producevano vino sulle terramare palafitticole dell’argine sud del fiume Po.
Il primo viticoltore a produrlo fu un tal Saserna, potentissimo latifondista etrusco, che faceva un vino effervescente da uve rosse raccolte sugli alberi su cui si arrampicavano i tralci di vite… il tutto poi passò in mano ai romani  Plinio, Virgilio, Pisone, Cicerone che ne lodarono la qualità.
Quando fu necessario “denominare” questo vino, si utilizzò il termine gutturnium dal nome che era stato dato impropriamente a un vaso trovato in Po, considerato per errore un recipiente destinato alla mescita del vino. E tale nome gli fu accreditato con l’ottenimento del marchio DOC nel 1967. La perdita del reperto diede vita nel tempo a un’immotivata duplicazione dell’oggetto, un vaso metallico decorato a sbalzo con tralci di vite e grappoli d’uva, dissepolto a Veleia nel 1760;  il boccale o coppa riaffiorata fra le sabbie limacciose del Po a Croce S. Spirito nel 1878.
Da qui il primo giallo: gutturnium è un termine che svia dalla realtà per convinzione o per altro?
Il secondo giallo. Quale delle due brocche è quella vera? Quale dei reperti è piacentino realmente? Quale dei due calici era usato a tavola nei banchetti per bere il famoso vino etrusco ereditato dai romani di cui andavano fieri al tempo dell’Impero?
Ma il giallo dei gialli continua: oggi il vero vino Gutturnio Doc è quello frizzante o quello tranquillo? Nasce sicuramente frizzante-vivace già con l’etrusco Sarerna, ma poi diventa anche fermo nel 1986, corposo impegnativo, aristocratico da grande vino rosso. Ma non solo: c’è anche il giallo delle vallate piacentine che distano neanche 50 km in linea d’aria.
Il Gutturnio valtidonese e il Gutturnio valdardese per indicare solo le due originarie vallate di produzione: uno più asciutto più tannico più verticale per natura per trasferimento dalla terra ligure-lombarda-piemontese e uno più abboccato, armandolato tinteggiante spesso avvolgente dalla terra emiliana-lombarda-cretica del famoso flysch (arenaria-argilla-mana bianca).
Quale gutturnium è il gutturnio? Ecco un grande esempio reale della biodiversità e la enosostenibilità tanto decantata in molto libri e convegni: il giallo dei gialli del Gutturnio spiega anche come una “terra” possa modificare la tipologia di un vino di 2500 anni di storia.
Annamaria Carini  dà un contributo chiarificatore, almeno sulla origine del boccale, del nome, dell’uso, della forma. “Nel 1878 un piccolo vaso metallico si impigliò nella rete di un pescatore sulla sponda del Po in terra piacentina”. In modo molto popolare e comune era definito un “pitalino”!   Dagli studiosi di allora fu denominato aryballos e non guttus o gutturnium, di forma rotonda, capacità inferiore al mezzo litro, una unità di misura assai nota in epoca romana, di cui però non esiste più copia originale perché venduta.
Ma un altro studioso, anni successivi, ispettore delle antichità, cambia le carte in tavola: non specifica il luogo di ritrovamento,  chiama l’oggetto gutturnium e lo definisce una gran coppa d’argento, contenente due litri di vino. In realtà il termine guttus individuava sia un recipiente per olio o profumi usato nelle palestre e nelle terme, sia un vaso da tavola contenente vino, che veniva impiegato anche nei sacrifici. Il poco attestato diminutivo gutturnium era invece attribuito a una brocca per versare l’acqua sulle mani. Guttus e gutturnium erano entrambi muniti di versatoio da cui il liquido usciva goccia a goccia (in latino gutta).
Da questa seconda versione, prende origine anche la storia del ritrovamento in Veleja Romana, antiche terme di villeggiatura di aristocratici romani sui colli piacentini, e del deposito del reperto al museo di Roma dove però non risulta mai arrivato. Quindi perso? Venduto e da chi? Trafugato? Alcune foto casualmente reperite e un disegno consentono di fare un calco e di fare una riproduzione in ceramica, purtroppo “”incrociando” le due differenti e opposte informazioni tecniche arrivando a produrre una terza versione molto simile a un grande bicchiere d’argento del tesoro di Hildesheim conservato a Berlino, troncoconico, alto ben 27 cm (era di 9 cm l’altro) , con diametro all’orlo di 12 cm. Fu chiesto al cesellatore orafo Cesare Morisi, finalmente nel 1987, di riprodurre l’originale dalle fotografie e disegni attendibili, ottenendo così la vera copia in argento del famoso originale in argento,  oramai dato per perso, e il “Gutturnium” divenne un premio internazionale voluto proprio dall’allora direttore del consorzio di tutela dei Colli piacentini, Giampietro Comolli.  
Quindi il vero gutturnium che tipo di vaso è? E’ classificato come urceolus, orciolo, o brocchetta o calice da mescita, simile ad altri esemplari del I secolo d.C., rinvenuti a Pompei e prodotti in una officina locale. Le brocchette venivano usate alla fine della cena nel simposio per allungare il vino con acqua calda o fredda e ottenere la miscelazione decisa dal magister bibendi. Il vino rosso di punta piacentino ha preso dunque il nome da un recipiente che la precisa capacità di un sextarius  (litri 0,546), l’unità di misura del vino romano, corrispondente alla quantità che una persona sobria beveva nell’arco della giornata. L’acqua poi era indispensabile nel simposio perché consentiva il consumo del vino: nel mondo romano infatti il vino schietto, il temetum, era destinato solo alle libagioni cultuali, gli uomini dovevano miscelarlo con l’acqua, non solo per scrupolo religioso, ma anche per la gradazione alcolica elevata dovuta alla vendemmia tardiva.
Redazione Newsfood.com
Condividi su:

VISITA LO SHOP ONLINE DI NEWSFOOD