Africa: per una rivoluzione scientifica con un piccolo aiuto dall'Europa

«Il mondo ha visto con i propri occhi come la scienza e la tecnologia hanno reso possibile lo sviluppo economico e la crescita», ha dichiarato il 29 novembre a Bruxelles Abdoulie
Janneh, sottosegretario generale dell’ONU e segretario esecutivo della commissione economica per l’Africa. Adesso l’Africa vuole la stessa cosa ed è pronta ad abbracciare la scienza
grazie a un partenariato con l’Europa.

Il messaggio è stato lanciato da Janneh in occasione di un’audizione sul tema Scienza con l’Africa tenutasi al Parlamento europeo. L’audizione si è svolta in un momento in cui si
assiste al progressivo accrescersi dell’importanza di tale tema: è imminente una risoluzione in tal senso dal Parlamento europeo, e per il mese di marzo è in programma una grande
conferenza internazionale ad Addis Abeba in Etiopia.

La conferenza di marzo sarà «un momento decisivo per l’Africa», secondo Janneh, che ha precisato al Notiziario CORDIS che nessuna parte del mondo si è sviluppata senza
la scienza e che ora l’Africa deve reperire le risorse da investire. Gli investitori africani più importanti nella ricerca, ha precisato il sottosegretario generale dell’ONU, sono il
Sudafrica e l’Egitto, che devolvono rispettivamente lo 0,4% e lo 0,3% del loro PIL alla ricerca, mentre parte dei finanziamenti aggiuntivi sarà erogata dai fondi di sviluppo e un’altra
parte dal settore privato ed ha aggiunto che l’equilibrio ottimale sarà oggetto di discussione ad Addis Abeba in marzo.

Scopo dell’audizione parlamentare era contribuire alle discussioni sui meccanismi che potrebbero essere utilizzati per migliorare l’accesso delle istituzioni con sede in Africa a progetti di
ricerca e sviluppo (R&S) collaborativi e internazionali.

Janneh ha accolto con favore l’iniziativa e la buona volontà che ritiene sia stata manifestata. Ora però è giunto il momento di concretizzare l’impegno evidente in Europa e
Africa e di andare al di là delle parole, ha dichiarato. L’europarlamentare Pilar del Castillo Vera, che ha presieduto l’audizione, ha espresso il proprio consenso. Deve essere
progettato un modello pratico che possa riunire insieme gli scienziati africani ed europei, ha affermato. «Il prossimo passo deve essere veramente l’azione».

A livello istituzionale sono già in programma due nuove iniziative. La Commissione europea invierà una seconda delegazione ad Addis Abeba, per concentrarsi sul lavoro inerente
all’Unione africana. Verrà inoltre inaugurato un ufficio Scienza con l’Africa, per agevolare i rapporti tra scienziati europei ed africani.

L’europarlamentare polacco Jerzy Buzek ha definito la prossima conferenza di Addis Abeba come «l’avvio di Lisbona per l’Africa». Nell’UE, la strategia di Lisbona si pone come
obiettivo rendere l’economia europea la più competitiva del mondo entro il 2010. Abbracciare la ricerca come mezzo per sviluppare un’economia della conoscenza è un percorso che
l’Europa ha scelto di imboccare qualche tempo fa. Come sottolineato da Jorma Routti della finlandese Creative Industries Management, l’Europa si sta lasciando alle spalle un’economia della
pesca e dell’agricoltura.

Se l’Africa vuole seguire il medesimo percorso, deve assumersi la responsabilità di creare l’ambiente giusto e di introdurre le politiche adeguate. Tale processo è in
verità già in corso, ha spiegato Aida Opoku-Mensah, direttore della divisione tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC) e scienza e tecnologia presso la commissione
economica ONU per l’Africa. La cooperazione regionale è molto avanzata nella ricerca sull’agricoltura e si stanno incoraggiando altre collaborazioni e la creazione di reti.

«Esistono aree limitate di competenze. Ma non è una situazione ottimale. Se ci sono quattro paesi leader in un determinato settore, vogliamo che collaborino con i paesi limitrofi.
Sono pronti a farlo», ha dichiarato Opoku-Mensah. Dopo tutto, gli scienziati sono persone molto razionali, ha aggiunto Janneh.

«Siamo in una fase in cui ciò che è accaduto in passato negli altri paesi ci ispira e ci interessa. Ma non dobbiamo necessariamente seguire il loro sviluppo lineare»,
ha dichiarato Janneh. «Procediamo a balzi. La conoscenza c’è, è una questione di adattamento.»

Routti ha dato un suggerimento aggiuntivo su come l’Africa può assumersi la responsabilità della creazione dell’ambiente giusto per un’economia della conoscenza. Se ogni paese
africano avesse il proprio fondo di sviluppo, l’UE e i singoli paesi potrebbero effettuare donazioni a tali fondi. I beneficiari potrebbero scegliere come spendere le risorse in linea con le
loro priorità e circostanze, e i donatori potrebbero controllare il fondo. Tale modus operandi assicurerebbe la fiducia dei donatori nell’iniziativa e la continuità dei loro
contributi.

In occasione dell’audizione per l’Europa e l’Africa sono stati rivolti appelli ad abbandonare il rapporto donatore-beneficiario. Ma oggi un partenariato alla pari è possibile? La maggior
parte dei partecipanti si è detta ottimista, ma è stata espressa anche un’opinione discordante. Patrice Cayre dell’Istituto francese per la ricerca e sviluppo (IRD) ha offerto il
seguente punto di vista: «Le economie africane sono fragili. Non possono investire molto nella scienza. Non è e non può essere una priorità. Le capacità di
ricerca sono troppo deboli per dare vita a un vero partenariato, che richiede la presenza di almeno due controparti.»

Christa Janko, che ha riferito sulla propria esperienza presso la Scuola viennese di scienza clinica, è stata più ottimista: «Il partenariato funziona quando è
animato da buone ragioni ed entrambe le parti sono motivate», ha affermato.

Janneh ha riferito al Notiziario CORDIS che tali partenariati non rischierebbero di ricreare una dipendenza africana dall’Europa puntualizzando che i partner africani verrebbero definiti dagli
scienziati africani.

Per ora, l’Africa sta perfezionando la propria diplomazia della scienza, per usare le parole di Janneh; infatti al continente «serve solo una rivoluzione della scienza».

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