Della papaya verde e di altri magici frutti

Della papaya verde e di altri magici frutti

By Redazione

Nel turbolento Vietnam anni 50, Mui, una contadinella di 10 anni, lascia la propria famiglia e la campagna per trasferirsi presso una ricca famiglia di Saigon.

Inizia così Il profumo della papaya verde (Mùi du du xanh – L’odeur de la papaye verte), film del 1993 diretto da Tran Han Hung.

Durante il suo nuovo impiego come cameriera, la ragazza farà conoscenza di una governante più anziana che, tra un consiglio e l’altro, le racconterà la storia della
famiglia.

Mui verra così a conoscenza della pigrizia del capofamiglia, che passa il tempo a poltrire ed a strimpellare, e dell’operosità della moglie, che manda avanti il negozio di
famiglia e cura i tre figli.

Sarà proprio la donna a prendere a benvolere la contadina, che le ricorda una figlia morta precedentemente,e a metterla a curare i figli maschi; tra questi spicca il maggiore con l’amico
musicista Khuyen, di cui Mui è segretamente innamorata.

1961: il tempo passa e la contadinella è diventata una bella ed esperta cameriera.

Per uno scherzo del destino (o del regista) Mui viene trasferita, per volere della moglie del figlio maggiore proprio al servizio di quel Khuyen amato fin da giovane.

In meno che non si dica, Khuyen e Mui formeranno una coppia appassionata.

Il profumo della papaya verde è un film, lento, contemplativo, a volte quasi sognante.

Il regista Hung sceglie di trascurare gli avvenimenti nazionali (la guerra viene accennata di sfuggita, con un rombo o una sirena d’allarme) per evidenziare le vicende dei datori di lavoro di
Mui: ecco così che hanno grande importanza i piccoli quadretti, sia quelli negativi (come il ritorno del capofamiglia, che svuota la cassaforte di casa e poi muore) sia quelli più
comici (come il corteggiatore della nonna, che non si rassegna e fa la ronda sotto casa).

La pellicola acquista così una dimensione da”piccolo mondo antico”, a volte quasi fiabesca,  con Mui nelle vesti di moderna Cenerentola, caratterizzata dall’odore dell’ della papaya
verde che, come il sapore della Madeleine ne Alla ricerca del tempo perduto di Proust, serve a risvegliare i ricordi del passato.

La scelta del regista di dare tanta importanza ad un frutto non deve stupire: da sempre,  la frutta, di ogni genere, è considerata in possesso di caratteristiche,  virtù
(vere o presunte) assegnate loro dalla scienza o dal folklore.

La stessa papaya, per il sapore delizioso e per i colori brillanti, fu considerata da Cristoforo Colombo il frutto del paradiso.

I frutti del gelso, secondo quanto raccontato da Ovidio nelle Metamorfosi,  cambiarono colore in seguito alle disavventure di Piramo e Tisbe.

I due innamorati, per vivere il loro amore contrastato, si diedero appuntamento nel bosco di Nini, vicino ad una fonte ed a un albero di gelso dai frutti bianchi.

Tisbe, arrivata per prima, fu attaccata da una leonessa in caccia: la ragazza riuscì a fuggire, lasciando nelle fauci insanguinate dell’animale il mantello.

L’indumento, lacerato e sporco di sangue, fu trovato da Piramo, sopraggiunto; egli disperando per la sorte dell’amata, si suicidò, pugnalandosi a morte.

Tisbe, ritornata sul luogo dell’incontro vide l’amato morente e, raccolto un pugnale si suicidò. Da quel giorno, a causa del sangue versato, alcuni gelsi offrono frutti più
scuri.

Il sambuco è amico dell’uomo.

Secondo il folklore germanico, nella pianta dimora Holda, fata dai capelli d’oro, in grado di proteggere le persone ed animali domestici da malattie e serpenti velenosi.

Anche in epoca cristiana l’arbusto veniva piantato intorno ai monasteri per proteggerli dal male.

A volte la frutta può assumere significato e funzioni ambivalenti.

E’ il caso dell’arancio,  simbolo d’innocenza e purezza e manifestazione della bontà della natura ma anche  ingrediente per malefici e memento del Peccato Originale.

 O del ciliegio, ad esempio, sia albero pericoloso perché dotato di coscienza non troppo benevola (per alcuni, addirittura sede di demoni o streghe) sia veicolo della
generosità divina che (secondo una leggenda italiana) fece rifiorire un albero secco per premiare alcuni fedeli.

Particolarmente legata alla simbologia religiosa è  la melgrana.

Per i cabalisti ebrei, tale vegetale conteneva esattamente  613 semi, lo stesso numero di comandamenti della Torah, e ciò provava la correttezza della loro fede.

Secondo alcuni artisti  cristiani, invece,  la melagrana era il frutto del Giardino dell’Eden che conteneva la conoscenza proibita.

Essi la inclusero perciò nelle rappresentazioni della Vergine  Maria con un duplice scopo: da un lato per evidenziare la conoscenza ed il potere della Madonna, dall’altro per
sottolineare il suo ruolo di madre del Salvatore (in tale contesto, la melograna ricca di semi rappresentava la maternità per eccellenza per un cristiano).

Tale concezione del frutto come veicolo per la nascita di personaggi eccezionali riguarda anche la pesca.

In Giappone, ad esempio, essa  riveste grande importanza per la cultura locale: l’eroe Momotaro, mitico uccisore di demoni, viene  al mondo proprio da una pesca.

 

Tra i vari tipi di frutta, quello più presente nella mitologia e nel folklore  è la mela.

Secondo alcune leggende greche, è il frutto che Ercole dovette recuperare dal Giardino delle Esperidi nel corso della sua  fatica.

Inoltre, le vicende poi sfociate nella guerra di Troia iniziarono con il lancio di una mela da parte di Eris, dea della discordia, durante il banchetto nuziale di Pelide e Teti.

 In base alla più diffusa interpretazione sui racconti biblici, la mela era il frutto della conoscenza nel giardino dell’Eden; assaggiandolo, Adamo ed Eva avevano sancito la loro
ribellione contro Dio.

Nella tradizione germanica, la mela può essere componente d’incantesimi: chi entra nel paese delle fate e ne mangerà non potra più tornare indietro, ed è proprio una
mela che la regina cattiva usa per colpire Biancaneve.

Per i Celti, la mela ha un valore mistico.

Tale alimento proviene da Avalon (la terra-ponte tra il mondo dei mortali e quello degli dei) ed è simbolo di sapienza, forza e regalità: Merlino (come altri sapienti dell’epoca)
teneva le sue lezioni sotto un melo, mentre il dio Lug offre a re Cormac proprio un albero adorno di tre mele.

Nella storia americana, infine, è presente la figura  di Johnny Appleseed (Giovannino Semedimela): pioniere-missionario che, creando numerosi vivai di meli in un territorio
all’epoca semi-selvaggio, facilitò l’insediamente dei successivi coloni. 

Anche oggi la frutta è protagonista di tutte quelle voci, mezze verità e dicerie che costituiscono il moderno folklore.

Alcuni credono che mangiare la frutta vicino  ai pasti faccia male, altri pensano che se ne possa mangiare a volontà senza che la bilancia segnali alcun cambiamento: saremo pure
nell’era di Internet, dei computer e delle notizie in tempo reale ma evidentemente le leggende sulla (e a base di) frutta restano irrinunciabili.

 

 

Scheda del film

 

 Il profumo della papaya verde (Mùi du du xanhL’odeur de la papaye verte), Francia, 1993

Genere: drammatico

Regia: Tran Han Hung

Soggetto: Tran Han Hung

Sceneggiatura: Tran Han Hung

Fotografia: Benoît  Delhomme

Musica: Tôn-Thât  Tiêt

Durata: 100 min. circa

Interpreti: Neth Gerard, Vo Thi  Hai, Buy Lam Huy

Riconoscimenti: Camera d’oro a Cannes (miglior opera prima), 1993

Matteo Clerici


 

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