Un lavoro dell'ISS tra i 4 finalisti dell'Annual Research Award della Biomed Central

L’articolo scientifico «HIV-1 prevalence and factors associated with infection in the conflict-affected region of North Uganda» scritto da Massimo Fabiani e altri autori, tra cui
Silvia Declich, del Reparto Malattie Infettive del Centro Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute dell’ISS è stato selezionato tra i quattro finalisti del
premio che viene assegnato ogni anno dal gruppo editoriale Biomed Central.

L’identificazione dei finalisti è frutto delle votazioni dei lettori che sono chiamati a segnalare l’articolo prescelto tra quelli apparsi durante l’anno sulle 170 riviste incluse nel
gruppo editoriale. Il vincitore verrà comunicato nel corso della cerimonia che si terrà il 19 marzo a Londra presso la Royal Society of Medicine.

L’articolo italiano è frutto dell’attività di ricerca che da più di 15 anni il Reparto Malattie Infettive del CNESPS conduce in Uganda e testimonia la capacità del
gruppo di ricerca di operare anche in contesti di conflitto in cui le osservazioni epidemiologiche possono fornire indicazioni importanti sui rischi e condizioni di salute delle popolazioni
coinvolte.

La regione del Nord Uganda è afflitta da una guerra civile che dura da oltre 20 anni. Circa il 90% della popolazione della regione vive confinata in un centinaio di campi protetti, dove
è stata forzata a muoversi soprattutto in conseguenza dell’aggravarsi delle condizioni di sicurezza registrato nei periodi 1996-1997 e 2002-2004. Le persone residenti nei campi protetti
vivono in condizioni ambientali difficili. Essi hanno una mobilità ridotta e un’elevata difficoltà di accesso alle terre per la coltivazione, basando così la loro
sussistenza sugli aiuti alimentari forniti da organizzazioni internazionali.
L’obiettivo dello studio è stato quello di descrivere l’epidemia da HIV in questa regione afflitta dalla guerra civile, per la quale, in contrasto con il resto dell’Uganda, le
informazioni al riguardo sono ancora scarse. In particolare, lo studio è stato finalizzato a stimare la prevalenza HIV e identificare i principali fattori socio-demografici associati con
l’infezione, con particolare attenzione al rischio legato alla residenza nei campi protetti Lo studio è stato condotto nel 2005 su oltre 3000 donne afferenti ai siti sentinella per la
sorveglianza dell’infezione HIV presso le cliniche prenatale dell’Ospedale St. Mary Lacor (distretto di Gulu), dell’Ospedale St. Joseph (distretto di Kitgum) e dell’ospedale Dr Ambrosoli
(distretto di Pader). In Africa, dove la principale modalità di trasmissione dell’infezione è quella eterosessuale, le donne gravide possono considerarsi rappresentative della
popolazione generale adulta e costituiscono quindi un adeguato gruppo sentinella per la sorveglianza dell’epidemia da HIV/AIDS.
Lo studio ha mostrato come la prevalenza dell’infezione da HIV in questa regione rurale (8.2%) è ancora alta in confronto a quella stimata per l’intero paese (4.5% nelle aree rurali e
7.2% nelle aree urbane dell’Uganda). Questa differenza riflette verosimilmente gli effetti della guerra civile, la quale ha causato inizialmente una profonda crisi socio-economica, una carenza
di cibo e un ridotto accesso ai servizi sanitari sia curativi che preventivi. I fattori di rischio associati con l’infezione da HIV sono risultati l’età, la residenza, lo stato civile e
l’occupazione del partner. Mentre la maggior parte di questi fattori sono stati diffusamente investigati ed identificati come fattori di rischio in altri studi condotti in Africa, pochi studi
hanno analizzato l’associazione tra HIV e residenza nei campi protetti.

I risultati dello studio hanno mostrato che le persone che vivono nei campi protetti hanno una prevalenza HIV inferiore a quella stimata tra coloro che vivono fuori dai campi (6.3% verso
11.6%). Questo è un risultato piuttosto sorprendente alla luce del fatto che il sovraffollamento nei campi, le cattive condizioni igienico-sanitarie e socio-economiche, il maggior
rischio di violenze e abusi sessuali, e lo stretto contatto con i militari sono spesso considerati come fattori che aumentano la probabilità di trasmissione dell’infezione da HIV. Questo
risultato suggerisce che la relazione tra infezione da HIV e residenza nei campi è più complessa e che la ridotta mobilità ed accessibilità, e l’aumentato accesso ai
servizi sanitari preventivi e curativi tra i residenti nei campi potrebbero bilanciare o superare i rischi menzionati sopra.
Inoltre, l’effetto «protettivo» dei campi è verosimile che aumenti con la durata della residenza. Infatti, sebbene la fase iniziale possa costituire un contesto ad elevato
rischio per la trasmissione dell’infezione da HIV, il prolungato tempo di isolamento e l’implementazione di servizi di educazione e prevenzione sanitaria potrebbero contribuire a ridurre tale
rischio. Inoltre, è anche importante considerare il fatto che le persone che continuano a vivere fuori dai campi protetti hanno una maggiore mobilità e sono per lo più
residenti in aree urbane, condizioni queste che solitamente sono associate con un maggior rischio di infezione. In conclusione, i risultati di questo studio mettono in discussione l’assunzione
comune sull’associazione positiva tra infezione da HIV e residenza nei campi protetti. Ulteriori indagini di prevalenza, possibilmente abbinate ad indagini sui comportamenti a rischio, sono
auspicabili per valutare in maniera approfondita questa complessa relazione.

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