UE, vino e territori: accordi, crisi di mercato e scelte per il futuro

UE, vino e territori: accordi, crisi di mercato e scelte per il futuro

By Giuseppe

Dal patto con l’Australia al riposizionamento del vino europeo, fino ai dubbi sul modello produttivo italiano e sulle nuove bollicine toscane: riflessioni aperte sul 2026 e oltre

 

Commissione UE, non contenta del Mercosur: ecco l’accordo “pro-contro” con l’Australia

Newsfood.com, 29 marzo 2026


Il Punto e Virgola di Comolli

UE, vino e territori: accordi, crisi di mercato e scelte per il futuro

Dal patto con l’Australia al riposizionamento del vino europeo, fino ai dubbi sul modello produttivo italiano e sulle nuove bollicine toscane: riflessioni aperte sul 2026 e oltre

 

Commissione UE, non contenta del Mercosur: ecco l’accordo “pro-contro” con l’Australia

“Ursula” attivissima a viaggiare per firmare accordi commerciali. Ovvio che sono importanti, ovvio che danno una garanzia alle imprese europee, ovvio che sia la Commissione UE a firmarli proprio per i trattati esistenti in merito al rispetto della leale concorrenza sul mercato interno e sui mercati esteri. Ma senza svendere non solo l’Europa, ma decenni di lavoro, impegno e tutela delle produzioni agroalimentari (in primis) dell’Europa.

L’Europa, negli anni 1960-1980 (dopo il Trattato di Roma), ha spinto perché ci fossero produzioni di qualità alimentare sotto precisi marchi di territorio-collettivi, indicati come proprietà intellettuali indivise, prodotte con regole più stringenti rispetto a simili prodotti anonimi e di soli marchi o brevetti industriali. L’Europa, già negli anni ’80-’90, ha deliberato quote di produzione (vedi latte e carni), ha promosso azioni di controllo e di standardizzazione di regole e prodotti fra i vari paesi che hanno inciso sulle politiche e sui sistemi commerciali fra vari paesi e in accordi bilaterali fuori dalla UE.

Siamo appena usciti da una diatriba – non risolta – con il Mercosur (Sud America), ed ecco spuntare – secondo me – un accordo ancora peggiore con l’Australia proprio per i prodotti agroalimentari. Ovvio che un accordo UE-Australia è importantissimo, soprattutto con una globalizzazione che c’è e non c’è, con fattori di crisi orizzontali e non economici che incidono sulla vita e sulle tasche degli europei.

Tutto firmato a Canberra da von der Leyen di persona, da sola! Si sono conclusi velocissimamente (!!) accordi di libero scambio che potranno anche incrementare del 33% l’export europeo in dieci anni (in 10 anni), ma quale? L’accordo è ampio e contempla anche un modello di co-gestione, co-fattibilità e partenariato per la sicurezza e la difesa fra i due continenti, che sono esattamente l’uno opposto all’altro sulla Terra, ma i produttori australiani potranno usare termini come Prosecco, Halloumi e Feta (in Europa tutelati da marchi) considerati nomi generici. E lo Champagne e il Cava hanno lo stesso trattamento?

I settori più coinvolti sono anche i formaggi, i prodotti chimici e fertilizzanti, l’automotive. Quindi una firma in barba a 60 anni di lavoro per tutelare e non consentire a terzi di usare i toponimi geografici di prodotti speciali. L’Australia potrà invadere l’Europa con carne di manzo e agnello, zucchero e formaggi senza dazi, dogana, accise e imposte… ovviamente con i prezzi industriali. Gli allevatori industriali australiani passeranno da una vendita di 3.300 tonnellate anno di manzo a 35.000 tonnellate, 10 volte tanto, senza nessun onere aggiuntivo!

Il commento principale è stato che l’accordo sostiene la pace, la sicurezza, la fiducia, la durata dei contratti, la prosperità di due popoli, la creazione di istituzioni globali. Se il partenariato su sicurezza generale, difesa per la pace, controllo marittimo, salvaguardia informatica, tutela da interferenze straniere fuori accordo, formazione universitaria e istruzione, ricerca e innovazione tecnologica, cooperazione nelle situazioni di crisi… sono tutte positive, resto dell’idea che il libero scambio commerciale non possa buttare alle ortiche 50 anni di tutele, restrizioni, vincoli, controlli, impegni e costi dei produttori agricoli europei che hanno costruito imprese su Docg, Doc, Igp, Stg, Dop ecc… Credo che una attenzione maggiore su questi brand di identità territoriali avrebbe anche reso l’Europa più forte e più vicina ai cittadini, allontanando il potere imperante burocratico.

Mercato vini & spumanti 2026 e anni futuri: cosa succede?

Continua oramai da più di un anno un dibattito sterile, molto sterile, sui problemi legati alla produzione e ai mercati del vino e degli spumanti italiani, ma non solo, sia sul mercato nazionale, che su quello interno europeo e su quello mondiale. Grandi dibattiti (previsti anche al Vinitaly 2026 con tutti gli attuali super esperti di vino o pseudo tali), tanti articoli stampa, tutti pronti ad esternare una piccola medicina o ricetta… compresi imprenditori-scrittori-industriali… ma nulla di concreto, messo nero su bianco.

In questo la latitanza e la non condivisione fra Unione Italiana Vini, Federvini, Coldiretti, Confcommercio, Confagricoltura non fanno altro che procrastinare scelte e indirizzi inevitabili. Ho scritto più volte che “estirpi a tutti i costi” non è la soluzione unica e principale, ma la complessità dei settori-comparti coinvolti implica una strategia completa di medio-lungo periodo con possibilità di adeguamenti.

Quindi vanno bene anche interventi strutturali, ma anche strumentali e oggetto di pianificazioni e organizzazioni aziendali adattabili per grandi e piccole imprese. Ovvio, con ottiche e supporti diversi: chi sui prezzi-costi, chi su ricavi-reddito. Non è il tempo della “linearità comunitaria” degli interventi. Occorre avere tecnici-esperti sia in ambito pubblico (Regioni e Ministero) che in ambito privato: una consulta vera con facce nuove aiuterebbe molto.

Ma oggi grandi docenti non si vedono più. Enologi che non siano solo abili costruttori di vini, creatori di imprese proprie e accaparratori di premi, medaglie e stellette, non se ne vedono. Restano i grandi vecchi, appunto. Niente panico e terrorismo, ma oggi la segmentazione di imprese, mercati, consumatori, addetti ai lavori impegna le imprese in una flessibilità di produzione, di coltivazione, di designazione, di mercati, di prezzo. La riduzione dei costi aziendali non è il percorso primario.

Occorre scegliere consulenti, eventi, promozione e fiere: per certe aziende vale ancora spendere 4.000 euro per un box o banchetto o loculo al Vinitaly? Alla flessibilità della impresa bisogna abbinare continuità e presenza. In questo momento vini bianchi e spumanti risentono meno della crisi generale.

Il vino è sempre stato a cicli: nei miei oltre 50 anni sono passato dai vini con il fondo e sfusi, ai vini frizzanti bianchi, poi i rossi fermi di poche regioni, poi i frizzanti rossi, vini da meditazione, rossi corposi legnosi, ora bollicine, spumanti e bianchi, a breve sicuramente i rossi tranquilli leggeri poco alcolici o zero alcol.

Meglio produrre un vino onesto, sano e giovane, bollicina o tranquillo, di qualità Docg o Doc, ma a un prezzo accessibile risparmiando in vetri e tappi stratosferici, etichette griffate. Meglio incrementare vendita diretta e online. Meglio partecipare a ottime mostre-mercato piuttosto che a fiere. Meglio programmare incontri BtoB all’estero con addetti importanti.

Ovvio che una piccola azienda con fatturati fra 500 mila e 1 milione di euro deve posizionarsi meglio, e sono tante. Meglio puntare su un solo evento all’anno, in azienda o in località nota e facile da raggiungere nel giusto periodo, con un programma accattivante per i giovani. Oggi un solo cliente non va perso, va attratto. Oggi occorre cercare la domanda, rincorrerla, soddisfarla.

Anche grandi eventi a Londra, a Parigi, a Colonia, a Düsseldorf guardano più a fornitori e importatori regionali. Gli operatori vanno, e sono attratti, da segnali e informazioni convincenti in termini di budget e da più produttori aggregati: risparmio di tempo e creazione di “una carta” valida per molti punti vendita o ristoranti o piccoli grossisti locali. In questo momento gli stand consortili hanno sempre meno appeal: non giocano un ruolo di mercato.

Tutti i grandi paesi consumatori hanno ridotto sia volumi che valori, molto più i valori. Questo richiede che il prezzo della bottiglia sia più accessibile: oggi è il primo punto di partenza se non si vogliono perdere clienti, soprattutto giovani.

Vini Francia, Italia, Spagna: tutti in crisi… allora mezzo gaudio? Proprio no

Abbiamo visto (mettendo insieme e a confronto dati 2025 alla mano di enti e strutture e osservatori privati e pubblici) che il mercato di vini in tanti Stati, produttori e non, maturi o neofiti, è in una fase di incertezza, riposizionamento, crisi, costi e prezzi. La qualità e i brand non sono messi in discussione. Non esistono più mercati in crescita, sicuri. Usa e UK, ma anche Germania, sono in una fase di riduzione dei consumi. L’Italia stessa presenta dei cali, sia in grande distribuzione che come grossisti.

In particolare UK presenta veramente una crisi dei consumi generalizzati molto evidente. Ma anche brand come Champagne e Bordeaux (ma anche i Provenzali) in Francia sono in calo di consumi. Se da un lato il prezzo al litro di vino non è calato, oggi certe bottiglie finite sul mercato si vendono solo in promozione e con prezzi in calo almeno del 5/6% al consumatore finale rispetto ai prezzi 2023-2024. Un dato di fatto che può essere irreversibile.

In UK sicuramente gli aspetti doganali e fiscali, oltre dazi e accise, incidono troppo sul prezzo finale soprattutto con una sterlina stabile, se non in ritirata. Esempi a conferma arrivano, oltre ai cali del 10% di Champagne, anche dal Cava spagnolo che ha scelto di non toccare i prezzi franco cantina per nessuna tipologia. Viceversa vini della Nuova Zelanda e del Portogallo hanno incrementato le vendite in Europa soprattutto in Germania e in UK, nulla in Francia. La Spagna stessa, nel totale delle esportazioni, registra nel 2025 un calo intorno all’8% per volumi e valori.

Guardando al mondo intero anche Australia, Cile, Sud Africa, Grecia, Romania sono tutti paesi che presentano un segno meno sia come importazione che esportazione di vini e spumanti in generale. Qualche eccezione si riscontra per un leggero aumento dei volumi, a scapito di fatturati e valori alla dogana e direttamente al consumo. Gli scaffali della GD presentano sempre più etichette (anche note) scontate alla cassa dal 20 al 40% in periodi brevi. Tutte etichette che però sono acquistate anche in modo veloce e in periodi molto stretti: questo dimostra, a riprova, che l’interesse al vino sui vari mercati e canali di vendita c’è, esiste, ma a condizioni diverse.

Un dato recente dei primi mesi del 2026, proveniente dalla Francia, è molto chiaro: il prezzo medio al litro dei vini, soprattutto negli scambi fra imbottigliatori o commercianti (cassoni interi), è sceso mediamente nel 2025 rispetto al 2024 del 5,1%, un vino per l’altro, Aoc e Vin de Pays. Il tutto però a parità di volumi: quindi per le imprese i conti non tornano se non si interviene sul sistema e modello aziendale e strutturale.

Per l’Italia la bilancia commerciale di importazione ed esportazione è oggi sostenuta dal sistema Prosecco (Docg e Doc), seppur con un calo del prezzo medio: facendo ancora un esempio concreto riferito al mercato UK, solitamente leader per le bollicine italiane, nel 2025 il prezzo è stato ritoccato al ribasso arrivando a 3,56 sterline al litro a fronte di oltre 165.000.000 di bottiglie in un anno.

Vino Italia… qualche pensiero libero raccolto qua e là in tante cantine, volutamente anonime

Quest’anno compio 72 anni, dal 1981 vado al Vinitaly (come produttore, come enoteca Emilia Romagna, poi Oltrepò Pavese e Colli Piacentini, Franciacorta, Bolgheri Sassicaia, Terre del Gavi Docg, TrentoDoc, Gruppo Lunelli Ferrari, Valdobbiadene Altamarca, Forum Spumanti d’Italia, Bubble’s Italia, Pantelleria) e poi anche Colonia, Düsseldorf, Parigi, Londra, Barcellona… ho incontrato molti grandi produttori di vini. Alcuni, purtroppo, grandissimi, non sono più fra noi ad insegnarci qualcosa… altri bravissimi, sulla cresta dell’onda, imprenditori capaci, li vedo e li sento ancora per cui è facile scambiare opinioni. Le ultime tornando da Düsseldorf o in interviste in RaiTre e RaiTg1 e Mediaset.

L’Italia è Enotria tellus da sempre. Ma non si può sempre guardare prima e vivere del passato. L’Italia che guarda indietro non va mai avanti, non supera certi provincialismi, non cerca di crescere. L’Italia, culla di cultura e culture per secoli, ha sempre avuto una grande attenzione per la vite e l’ulivo, considerati prodotti simbolici, carismatici, anche morali, al punto di essere diffusi e popolari, non certo prodotti aristocratici. Questo ha consentito una diffusione territoriale ed estensioni senza pari: avevamo quasi 2 milioni di ettari coltivati anche promiscui secoli addietro.

Ma – ripeto – basta guardare, anche politicamente, dietro. Quello che è stato… è stato. Che si fa oggi per un domani di altre imprese e altre generazioni? Un onesto manager-economista (non politico occasionale e temporaneo) deve impegnarsi oggi. Ottima scelta le Docg-Doc-Igt: hanno creato uno status e numeri economici, ma ora? Vogliamo standardizzare il vino con alcol e senza alcol, subire un clima assai dinamico, non mollare la guida dell’impresa, essere sindacalizzati, succubi di consulenti che guardano a se stessi?

È sufficiente puntare ancora sul ruolo vino = cultura = terroir = socialità, anche se si cambia qualche addendo? Chi comprende e recepisce (anche come spesa qualificata) oggi questo assioma o sillogismo? Che tipo di consumi moderati e misurati possiamo supporre? Che futuro hanno certe piccole imprese famigliari che dipendono dalla vigna e da tutto quello che ruota attorno al campo agricolo, dagli eventi atmosferici alla redditività?

Tutte domande (e risposte) che ci siamo dati in continui incontri con amici produttori. Vero è che anche il cambio di impianti, varietà, vitigno, innesto, allevamento può dare un contributo! Ma pur sempre uno dei tanti contributi che devono essere messi in campo. Prima possibile. Abbiamo già perso qualche anno a discutere attorno a tavoli virtuali di bella presenza e visibilità.

Professori emeriti, docenti in cattedra, produttori pluripremiati, wine writer mondiali, enologi con sacchetti di 3 bicchieri, 5 grappoli, 7 foglie di fico, commerciali esteri che vendono milioni di bottiglie alla GD, agenti che riforniscono locali che assommano a 20-30 stelle Michelin, nazionali e francesi… hanno tutti una o più ricette, ma vanno poi messe in pratica con anche Regioni e Ministeri e Commissione UE. E qui casca l’asinello.

Molti dei miei amici hanno firmato protocolli, avvisi, procedure, iniziative… eppure siamo ancora indecisi su cosa si deve fare. Parlare di rinascenza o rinascita o rifondazione o rivitalizzazione del vino non serve senza una pianificazione e programmazione nazionale (UE condivisa). I giovani non guardano alla storia e cultura, purtroppo, sono impegnati a sopravvivere quotidianamente. Fatto salvo alcune professioni (fino a che resistono) come gestori di business e finanza, avvocati, magistrati e dirigenti pubblici, commercialisti, medici, primari… tutti gli altri sono impegnati a sbarcare il lunario. Anche le piccole imprese vitivinicole non sanno cosa fare perché non hanno spazi di manovra: chiudere la cantina o procrastinare il più possibile un calo-crisi evidente.

Vino anno 2050. Amici ed esperti sono tutti uniti a parole, nei fatti concreti e nelle scelte non molto

Il tema vino oggi affascina e attrae meno di 50-30 anni fa. L’azione di sommelier e corsi di formazione e anche la nascita di nuove Doc (dopo il 1986) creò un modello di vita, un approccio nuovo, intenso, culturale, ambientale e vitale verso il vino a tavola e fuori tavola. Tutto portò a consumi generalizzati, destagionali, fuori pasto creando momenti sociali pubblici e privati. Il vino motore di incontri conviviali.

Oggi quelle generazioni sono mature, preparate e hanno drasticamente ridotto i consumi. I giovani sono sempre più impegnati per strada e in locali con obiettivi diversi, sono più arrabbiati, paurosi, guardano il vicino con sospetto, alle 19 di sera i centri storici sono deserti… il passatempo e tempo libero è stare in qualche locale chiuso, da solo, o a giocare o a parlare.

Vero è che… c’è chi spinge sulla nuova-vigna per cambiamenti climatici, chi grida alla minaccia al vino vero, chi sostiene che il futuro è nel vino dealcolato, chi nell’estirpo diffuso delle vigne, chi nel cambio delle produzioni e tipologie (la mania di fare bollicine con tutto anche con lo Zibibbo e il Chianti), chi nei mixage, chi nella funzione estensiva della vite da sostenere con mezzi pubblici, chi sindacalmente non sa che pesci pigliare, chi fa finta che il problema sia marginale e si risolverà da solo, c’è anche chi crede e spera che la realtà dei fatti (crisi e guerre) scremerà naturalmente senza alcun sforzo le etichette sul mercato, chi punta al 99% di commercio estero anche in paesi dove l’alcol oggi è vietato… un bel guazzabuglio. E mi fermo qua.

Poi ci sono i puri e crudi che continuano a sostenere che il vino esiste da 8.000 anni e che ci sarà sempre, ma a che prezzo? Questa è l’altra faccia della medaglia. È vero che un calice di vino ha avvicinato popoli e a volte portato alla pace, ma erano altri tempi. In Francia, prima e ancor più che in Italia, la battaglia fra opinionisti e tecnici di matrice diversa è assai netta, cruda e contrapposta.

Demonizzare o santificare non sono solo le strade giuste. Gli eccessi e gli estremi, i no preventivi o le deleghe in bianco a strutture generaliste, burocratiche, sindacaliste oggi non sono in grado di dare un contributo per trovare la strada complessa che guarda lontano. Tutti troppo protesi a curare i soli associati, la propria sopravvivenza. In Francia come in Italia non esiste un futuro del vino in silenzio.

Basta parlare di tradizione nella innovazione, oggi modernizzare vuol dire cambiare sistema, non cambiare i vini, soprattutto di qualità nota e riconosciuta. Vanno riposizionati e sicuramente ridotti, curando di più aspetti collaterali e meno conviviali, più salutismo ma senza demoni. Il vino è legato alla vita, facciamo in modo che stupisca ancora, direbbe Voltaire.

Non lo vedrà la mia generazione, ma in Finlandia o Islanda o in Canada si potrebbero impiantare, con qualche difficoltà, vigne fra breve. Mentre già oggi ci sono cantine e vigne a 1.000-1.500 metri sul livello del mare. Solo 30 anni fa era un delitto impiantare una vigna sul crinale rivolto a nord! Anche il piede franco (non più l’innesto americano, dice l’amico  Mario Fregoni) potrà ritornare di moda, ma non risolve il problema generale del vino.

Ovvio che il piede franco garantisce una vita più lunga della pianta di vite (100-200 anni), certe difese naturali, la scelta di impianti larghi (basta 10.000 piante per ettaro, torniamo a 2.500) e poche piante per ettaro… tutti interventi tecnici obbligati… ma ci sono altri criteri, piani, obiettivi cui pensare e risolvere.

Non sono d’accordo con chi asserisce che le scelte e posizioni di oggi non vanno messe in discussione perché hanno consentito traguardi insperati. Guardare al passato pensando di lasciare una eredità o un futuro sicuro alla GenZero è un errore, anche se portato avanti da grandi titolari di impresa. La enotecnologia può aiutare, ma è solo uno dei tanti fattori di produzione.

Ripeto: si deve partire dal territorio-vigna per arrivare sullo scaffale con tutte le risposte alle domande, compreso la attrazione e il desiderio ma anche il momento giusto e la misura individuale, sana e sincera, del consumatore del futuro. Non è sufficiente gridare che il vino non è un superalcolico, occorre che sia il consumatore a crederlo fermamente con un modello di consumo diverso in diversi paesi.

La Toscanashire produce vini spumanti! Giusto o sbagliato, si domandano gli esperti…

Prosecco spumante docet. Se non ci fossero le bollicine nazional-popolari del Triveneto del Nord Est Italia, non ci sarebbero dati positivi nell’esportazione di vini italiani. All’export, su 10 bottiglie, 3 sono di Prosecco spumante, un marchio territoriale unico copre il 30%, purtroppo il 23% del valore alla dogana. In dogana una bottiglia di Prosecco vale quasi un quarto di una bottiglia di Champagne, ovvero quasi 698 milioni di bottiglie contro 153 milioni, ovvero 4 euro prezzo medio in dogana contro 14,50 euro alla dogana francese per lo Champagne.

Un altro elemento caratterizzante il Prosecco è che in Italia costa circa il 50/70% in meno che sui mercati esteri, mentre la stessa bottiglia di Champagne in Francia costa solo il 20% in meno rispetto che in Italia. Dinamiche diverse, numeri che aiutano a capire e a muoversi in modo dinamico. È evidente che questi numeri stimolano i produttori.

Negli anni 1999-2003 ero a Trento in Ferrari Spumante come direttore strategico del Gruppo Lunelli e i territori italiani che producevano bollicine erano molto pochi, soprattutto di qualità e noti. Per esempio il Prosecco Doc (all’epoca era così denominato l’unico esistente a Valdobbiadene e Conegliano) produceva e vendeva meno di 90 milioni di bottiglie! Ovvio che l’exploit delle imprese del Prosecco Docg & Doc, oggi, attira.

È recente la notizia che anche la Toscana, dalla Maremma al Chianti, sta pensando a produrre spumante. Da un lato i produttori hanno ragione: nel XVI-XVII secolo il territorio di Montalcino-Montepulciano produceva il moscatello, un mix di uve bianche dal Moscato bianco e giallo (anche di origine greca e siciliana) alla Malvasia del Chianti. La famiglia Antinori, come la famiglia Ricasoli, produceva bollicine già 100 anni fa.

Dall’altro lato sorge spontanea la domanda: ne vale la pena? È giusto che la Toscana, nota nel mondo per i migliori vini rossi tranquilli nazionali e fra i più noti al mondo, punti anche su vini spumanti? Certo Vermentino, Vernaccia, Malvasia, Pinot Bianco e Nero, Chardonnay… oramai sono vitigni molto diffusi nelle terre toscane. È nata (ok Comitato dato, in attesa ok dell’UE) la Igt Toscana metodo classico e metodo Charmat.

A parte che questi termini tecnici sono oramai obsoleti e spesso creano confusione (anche se clasico – con una esse – è usato in Sud America e in penisola Iberica), la Igt Toscana meriterebbe di usare con forza la dizione corretta di metodo tradizionale (c’è già Classico il Chianti) e metodo italiano, per dare a Cesare quello che è di Cesare.

Stefano Campatelli, direttore del Consorzio Vino Toscana, sostiene che, di fronte a cambi di consumi e stili di vita, una grande denominazione e territorio devono sapersi adeguare, creare opportunità di sviluppo per le imprese. Quindi la Igt sarebbe il modo per firmare geograficamente produzioni già in essere ma anonime, in linea con un mercato sempre più segmentato e diversificato. Ottimo far crescere il Consorzio e tutelare la registrazione del nome Toscana.

Ma… dico io! Appare evidente che ampliare le tipologie dell’offerta punta ad accontentare anche altri consumatori in modo che la denominazione Toscana possa aiutare e veicolare la nuova tipologia e nessun cliente non debba essere scontentato. Viene prima il cliente che la difesa di una leadership territorio-vino che esiste da più di un secolo con il Chiantishire.

Resto dell’idea che i grandi vini nel mondo hanno una grande caratteristica (escludendo i brand aziendali o del titolare di impresa): il binomio territorio-tipologia, come Champagne e Franciacorta, Barolo, Bordeaux e Bourgogne, Napa, Porto e Marsala, Zibibbo e appunto Chianti, Montalcino, Bolgheri… Vista la situazione generale del vino italiano, europeo, mondiale credo che forse sarebbe meglio serrare i ranghi (in ottica di futuro e di esistenza di impresa, rispetto al tutto e subito commerciale) e puntare proprio a scelte più autentiche, uniche, vincolanti, identitarie, legate alla cultura e non alla moda, avendo, magari rischiando, sempre più prospettiva.

 

 


Il Punto e Virgola di Comolli è la rubrica di analisi e commento dedicata ai grandi temi dell’economia agroalimentare, del vino e delle politiche europee, con uno sguardo attento ai territori, alle imprese e ai cambiamenti geopolitici che influenzano produzione, mercati e consumi.
Il “Punto e Virgola” non mette un punto fermo: osserva, collega e invita a capire cosa sta cambiando nel sistema agroalimentare italiano e internazionale.


Giampietro Comoll


Il Punto e Virgola di Comolli: Un punto per fermarsi, una virgola per andare oltre.
Il punto e virgola serve a collegare ciò che altri separano.

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