Toscana: Diatriba per la decisione del Sindaco di Lucca di vietare l'apertura di altri locali etnici dentro la cinta muraria della città

By Redazione

Roma – Sugli involtini primavera in terra toscana c’é subbuglio. “Bene ha fatto il sindaco di Lucca ad impedire l’apertura di nuovi ristoranti etnici e fast food nella
cinta muraria della sua città” ha commentato il ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali Luca Zaia, sottolineando come non si tratta di “una battaglia contro
qualcosa o qualcuno, ma a difesa del nostro territorio e della nostra agricoltura”.

Ai giovani amanti del fast food e del cibo di strada, il ministro consiglia di “mangiare una fetta di prosciutto o di salame Dop per alimentarsi e, al contempo, coltivare la cultura del
proprio Paese e del territorio. Abbiamo a disposizione – ha sottolineato Zaia – 4.500 prodotti tipici. Ognuno di questi rappresenta la cultura e la storia di un tratto del nostro paese.
E poi perché – ha aggiunto il ministro – non si può preparare il riso alla cantonese con le nostre uova, il nostro prosciutto e una delle straordinarie varietà di
riso italiane. Ne guadagneremmo tutti in salute sia per la bontà dei prodotti che per il risparmio di carburante che ne deriverebbe. Non è possibile che per ogni caloria
ingerita, ce ne siano decine o addirittura centinaia bruciate per il trasporto”.

Storicamente però, ha sottolineato il presidente dell’Accademia italiana della Cucina (Aic) Giovanni Ballarini, “abbiamo sempre subito e fatto tesoro di invasioni alimentari:
dalle melanzane allo zucchero, dalle patate al pomodoro, fino al tacchino e il granturco. E oggi i kebab li facciamo noi; sono molte le ditte italiane che li forniscono con nostre
materie prime macellate. Il problema vero è che i locali etnici sono di bassissimo livello, un degrado; lontani dalla vera cucina cinese che è raffinata, costosa e
richiede lunghi tempi di preparazione. Sono come le tante pizzerie all’estero. La nostra identità gastronomica – ha proposto il presidente Aic – si salva piuttosto difendendo la
cucina delle famiglie, quella del pranzo della domenica, e soprattutto abbassando i prezzi in trattoria. Se si potesse mangiare con 15 euro una ribollita, seguita da pecorino, salumi e
un mezzo bicchiere di vino, si potrebbe offrire al consumatore il vantaggio della varietà, senza fare l’errore di chiudersi in specificità”.

Tanto più che “una cattiva trattoria toscana può fare più danni di un kebab” ha detto il presidente nazionale di Slow Food Roberto Burdese, secondo il quale
“l’identità si crea nel confronto, non chiudendo i confini. In cucina tutte le contaminazioni sono non solo utili, ma fondamentali. Tuttavia il problema principale resta la
qualità del cibo. E per garantire cibo sano a tavola – ha concluso – occorre far chiudere gli sporcaccioni e gli intossicanti, a prescindere dal colore della pelle
dell’esercente”.

Mentre a Roma il 9 febbraio si inaugurerà il primo couscous bar “non si possono chiudere le porte a culture straniere”, ha concluso il presidente dell’associazione Street
Food Massimiliano Ricciarini, sottolineando come “derivano dai ceci, legumi provenienti dalla Siria e dal Libano, piatti tipici nazionali: la farinata ligure e del Monferrato, la cecina
a Livorno, fino a pane e panelle a Palermo e alla pugliese Ciceri e tria, pasta e ceci appunto”.

 Alessandra
Moneti                             
             Ansa.it per NEWSFOOD.com

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