Schermo piatto, tra tavola e pellicola

Schermo piatto, tra tavola e pellicola

I maccheroni di Alberto Sordi ne “Un americano a Roma”. Il Martini che accompagna James Bond nelle sue avventure. Il pranzo iperbolico ed esasperato de “La grande abbuffata”.

Da sempre il cibo ed il cinema vanno a braccetto, con il secondo che usa il primo come metafora della vita e delle vicende narrate, con le sue gioie, le sue sfide, le sue delusioni.

Partendo da tale rapporto, Antonio Attorre crea ” Schermo Piatto. Il cinema interpreta il cibo”, libro dedicato al matrimonio tra pellicola e piatto.

Il testo è diviso in due parti, (o meglio due tempi).

La prima offre una serie di itinerari (a metà tra la sala di proiezione e la cucina), su svariati aspetti: il pranzo come incontro degli affetti, il cibo come ancora contro la paura e
così via. A fare da guida, colossi dello schermo come Totò o Charlie Chaplin.

Leggendo si vede come registi e sceneggiatori abbiano usato il cibo. Ad esempio, la gara di cucina di “Vatel”  racconta un epoca di fasti materiali e di miserie morali. O come i piatti
d’élite (ed il desiderio di padroneggiarli) siano l’architrave del catone animato “Ratatouille”.

La seconda parte offre invece 11 racconti, storie in cui il cinema va in cucina ed i piatti più importanti invadono lo schermo, offrendo moltissime possibilità di sviluppare
l’argomento e moltissime chiavi di lettura.

Antonio Attorre, “Schermo Piatto. Il cinema interpreta il cibo” Slow Food 2010, 220 pp., 14,50 Euro

Matteo Clerici

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