Salute in carcere. Lo Stato di diritto passa dal pianeta carcere

Salute in carcere. Lo Stato di diritto passa dal pianeta carcere

Al 6 giugno, al Castello di Gargonza (Arezzo), sono intervenuta al XXXII Congresso nazionale di medicina penitenziaria organizzato da Amapi e Simpe. A seguire il testo dell’intervento: Il diritto
alla salute è compatibile con la detenzione? Salute e carcere, due principi costituzionali da rispettare: diritto alla salute e funzione della pena.

Se il grado di civiltà di un Paese si misura dalle condizioni delle sue carceri, il nostro sistema penitenziario è l’ideale cartina al tornasole dell’Italia. Lo Stato che detta le
leggi è quello che non le rispetta, neppure nel momento in cui impone una pena per chi ha violato le leggi. Può apparire paradossale, ma se la pena ha anche una funzione rieducativa
e riabilitativa, in queste condizioni la pena in Italia è solo punitiva.

63 mila detenuti per una capienza di 43 mila, carceri sovraffollate, carceri completate ma mai aperte, carceri aperte ma senza detenuti, carceri che non possono aprire perchè non ci sono
gli agenti penitenziari, carceri con la pianta organica apparentemente perfetta, ma nella pratica senza agenti a causa dell’uso distorto e dell’abuso dei distaccamenti.

Agenti che figurano in un carcere ma che poi svolgono le loro mansioni in altri luoghi, perfino a fare la scorta a qualche ministro o ministero. Un sistema giudiziario al collasso: 10 milioni di
processi pendenti, 140 mila processi che vanno in prescrizione ogni anno (un’amnistia di classe), l’obbligatorietà dell’azione penale che si trasforma nel suo esatto opposto, nella
discrezionalità senza controllo e senza responsabilità dei magistrati, neppure quella civile voluta dai cittadini italiani con il referendum radicale, scaturita dal caso Enzo
Tortora e annullata da una legge del Parlamento.

In queste condizioni straordinarie di assoluta illegalità, per poter fare delle riforme occorre azzerare la situazione con l’unica misura che la politica ha a disposizione: l’amnistia. Una
classe politica che non si è voluta assumere le proprie responsabilità che ha nascosto la testa sotto la sabbia, ha varato nella scorsa legislatura l’indulto, che – come cassandre –
avevamo avvertito che, senza essere seguito dall’amnistia, avrebbe solo fatto respirare per qualche mese le nostre carceri, ma poi sarebbe tornato tutto come prima.

E così è stato. La risposta che arriva dal Governo e dal ministero della Giustizia con il Piano carceri, è inadeguata: una goccia nel mare, riassorbita subito in alcuni casi.
Un esempio per tutti. A Sollicciano, il carcere fiorentino, alla fine di maggio i detenuti erano 933, la struttura ne può “ospitare” 630. I detenuti crescono con un trend di oltre 100
detenuti ogni 6 mesi. Il piano del ministro Angelino Alfano prevede di stanziare 10 milioni di euro e di avere 200 posti in più per il 2012.

Ossia 100 in meno di quelli che servono oggi! Ironico e grottesco al tempo stesso. Se non fosse per le vite di persone in carne ed ossa, ci sarebbe da ridere. Insieme all’amnistia occorrerebbe
avere i numeri e le cifre del nostro pianeta carceri e per questo proponiamo l’anagrafe pubblica digitale degli istituti penitenziari. Abbiamo depositato un disegno di legge fatto con la
collaborazione dell’associazione “il detenuto ignoto” e che potrebbe essere il primo passo per aprire uno squarcio nel muro di silenzio che circonda le carceri.

Scambiando delle battute con delle detenute che ho incontrato nei giorni scorsi durante una visita in carcere, una mi ha detto: se facessero un “grande fratello” nella nostra cella forse ci si
renderebbe conto cosa succede davvero qua dentro! Il nostro disegno di legge è esattamente questo: sapere tutto degli istituti di pena http://blog.donatellaporetti.it/?p=638). Così
ad esempio si verrebbe a conoscenza dei numeri, non solo complessivi, ma anche scorporati per ciascun carcere.

Così si verrebbe a sapere dell’esistenza dei manicomi criminali e forse ci si chiederebbe il perchè dell’esistenza di strutture in cui finiscono persone ritenute talmente malate che
in alcuni casi non vengono neppure condannate ad una pena perchè incapaci di intendere o di volere: viene comminata loro “solo” una misura di sicurezza collegata alla pericolosità
sociale di 2, 5 o 10 anni, che in alcuni casi diventa un ergastolo bianco che perde il legame sia con il reato da cui ha avuto origine sia con l’effettiva pericolosità, ma legata invece al
grado di riassorbimento del disagio mentale nella nostra società e nelle strutture che nel territorio dovrebbero accoglierle.

Montelupo fiorentino è l’esempio da cui ripartire. Dopo denunce, ordinanze e altre misure l’Asl ha ordinato di non internare più di 169 persone per poter garantire delle cure, una
struttura che ha una capienza di 110 persone. A dicembre i detenuti erano 186, hanno toccato punte di 196, sfollamenti vari, subito annientati dai nuovi invii del Dipartimento
dell’Amministrazione Penitenziaria, che con giri di partita interni trasferisce detenuti. Ha senso allora parlare di diritto alla salute in carcere, quando si internano persone malate che hanno a
che fare non con medici o infermieri, ma soprattutto con agenti penitenziari che non solo non hanno alcuna preparazione ma neppure assistenza psicologica? Un appello conclusivo ai medici: in
carcere avvengono dei pestaggi, i medici lo sanno, non denunciarli è connivenza che in alcuni casi può portare alla complicità. Il passaggio dei manicomi criminali al
Servizio Sanitario Nazionale riporta il medico alla sua funzione originale, rimette al centro la relazione medico paziente, poco, anzi nulla, importa se detenuto.

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