Repubblica Ceca: di ghetto in sinagoga, di festival in museo, il cuore ebraico del Paese

Repubblica Ceca: di ghetto in sinagoga, di festival in museo, il cuore ebraico del Paese

La città di Pilsen, nella Boemia Occidentale, vanta due sinagoghe, tra cui la seconda per grandezza in Europa e due cimiteri ebraici, uno antico e uno moderno. Altri siti ebraici si
incontrano fuori città, lungo la cosiddetta Strada Ebraica (www.jewish-route.eu) che attraversa l’intera regione di Pilsen. Tra tutti quelli censiti in Europa, il quartiere
ebraico di Trebic è il meglio conservato in assoluto. Pregevole complesso urbano, sotto l’effige Unesco, il quartiere di Zamosti si distende tra il fiume Jihlavka e la
collina Hradek. Un percorso didattico conduce lungo le due vie principali e attraverso vicoli, vicoletti e passaggi coperti tra le case.

Il villaggio in agosto è preso d’assalto per lo Shamayim, importante festival di cultura ebraica. Tra il XVI e il XIX secolo, centro spirituale, culturale e politico degli ebrei di Moravia
fu Mikulov, sede dei rabbini provinciali. Oggi sopravvivono una novantina di edifici tra Rinascimento e Barocco: abitazioni ma anche una scuola, una casa delle anime e persino una cisterna
per i bagni rituali. La storia dell’insediamento ebraico di Brno, in Moravia, è relativamente recente. Nel 1454 gli ebrei furono infatti espulsi dalla città e la
comunità ebraica tornò a mettere radici qui solo nel XVIII secolo.

Tra i gioielli del ghetto, la celebre villa liberty di via Cernopolni 45 firmata da Ludwig Mies van der Rohe e sotto tutela Unesco. Altri siti ebraici si rintracciano un po’ in tutto il Paese,
a Hermanuv mestec, Holesov, Jicin, Kolin,Polna, Rakovnik, Rychnov nad Kneznou, Velke Mezirici… ma per non dimenticare è doverosa una visita
a Terezin, a una sessantina di chilometri da Praga. Nel 1942 i nazisti ne fecero un campo di concentramento, passato alla storia con il nome di Theresienstadt, da cui
passarono 152.000 ebrei deportati da ogni parte d’Europa. Oggi il sito, sul cui ingresso campeggia ancora la tristemente nota scritta “Arbeit macht frei”, è un monumento alla memoria e un
monito per le generazioni future.

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