Progetto “APENET: monitoraggio e ricerca in apicoltura”
23 Aprile 2012
Non si arresta la mortalità delle api degli alveari italiani e ciò costituisce una grave minaccia ecologica ed economica. Loro, così piccole e così importanti
per il sostegno all’ecosistema – tramite l’impollinazione sostengono la vita dell’84% delle piante e del 75% di quelle di interesse alimentare – sono ancora in pericolo. E la causa non
è una sola.
Di questo e di come il mondo scientifico si pone nell’affrontare il problema, si è parlato a Roma, durante la presentazione alla stampa dei risultati del progetto “APENET: monitoraggio
e ricerca in apicoltura”, studio condotto da un team di ricercatori coordinati dal CRA-API, Unità di Ricerca sull’Apicoltura e la Bachicoltura diretta da Marco Lodesani.
Il CRA-API è una delle tante strutture del CRA – Consiglio per la Ricerca e la Sperimentazione in Agricoltura e il Presidente Giuseppe Alonzo, in apertura di conferenza ha sottolineato
come “il CRA stesso insieme al Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali attraverso il finanziamento del Progetto Apenet abbia a cuore la salute delle api e di quanto sia
importante studiare il loro disorientamento nel ritornare agli alveari, oltre alle cause dei loro disturbi. Siamo di fronte a una situazione multifattoriale che porta ad una progressiva moria
delle colonie e il ruolo di questo progetto è proprio quello di individuare e studiare gli agenti che possono interferire con la vita degli insetti”.
Partiamo dal concetto chiave del progetto APENET: che cos’è che condiziona il benessere degli alveari? A rispondere è il direttore dell’Unità di ricerca di Apicoltura e
Bachicoltura CRA-API, Marco Lodesani.
“Il benessere delle colonie dipende da molti fattori: primo fra tutti quello ambientale. Un esperimento svolto anche a livello europeo ha confermato l’ipotesi che l’utilizzo di api allevate in un
ambiente diverso da quello originario sopravvivono meno rispetto alle api locali. Gli effetti della carenza di polline (siccità a fine estate) sono stati dimostrati in termini di maggiore
suscettibilità ad un patogeno e minore sviluppo delle colonie, mentre non si è trovato un effetto sinergico tra 2 dei più diffusi patogeni delle api (il virus delle ali
deforme e il microsporide Nosema ceranae).
Grazie al progetto Apenet è stato messo in evidenza il ruolo che alcune molecole neurotossiche utilizzate in agricoltura hanno nei fenomeni di mortalità e di spopolamento
verificatosi negli scorsi anni, anche se a contribuire a questo fenomeno è anche il tipo di agricoltura moderna praticata in Europa e questo può essere sinonimo di una
necessità di rivedere l’intero sistema agricolo.
Al momento, la prosecuzione dell’attività di monitoraggio iniziata con il progetto APENET, sta continuando con un maggior numero di “centraline biologiche” a tenere sotto osservazione il
fenomeno e capirne le correlazioni con l’ambiente circostante. Attualmente questo sistema di monitoraggio è lo strumento più efficace di cui disponiamo per difendere il patrimonio
apistico nazionale”.
In cosa consiste il monitoraggio nazionale portato avanti con il progetto Apenet? Lo abbiamo chiesto a Franco Mutinelli dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie che ha curato
lo studio “in campo” del progetto.
La creazione della rete di monitoraggio nazionale Apenet ha contribuito alla dimostrazione del carattere endemico di Nosema ceranae in Italia, ha permesso la realizzazione di un’indagine
sistematica sulla presenza e sulla distribuzione geografica dei virus delle api, sulla presenza di residui di pesticidi (pesticidi, acaricidi e neonicotinoidi) in api, polline e cera, e sul
valore nutrizionale del polline. Ha inoltre reso possibile la creazione di un database sullo sviluppo degli alveari e il loro stato sanitario, permettendo di migliorare le conoscenze sulla
mortalità annuale e invernale degli alveari. Per il futuro, si evidenzia la necessità di consolidare ed ampliare la rete di monitoraggio, che oggi conta 28 centraline per un totale
di 1350 alveari controllati, trasformandola in uno strumento di supporto all’apicoltura in ambito di regioni e province autonome.
Il coordinatore della ricerca Lodesani, nel suo intervento ha messo in luce che sussistono interazioni sinergiche tra agenti di stress e collasso delle colonie d’api. Questa parte della
ricerca è stata curata dall’Università di Napoli Federico II con l’Università di Udine e a rispondere sono i referenti dei due atenei, rispettivamente Franco Pennacchio
eFrancesco Nazzi.
Le interazioni genotipo-ambiente, i cambiamenti climatici ed altri diversi fenomeni possono influire sul livello di resistenza degli insetti: è stata dimostrata ad esempio la relazione tra
la qualità dell’alimentazione proteica e il livello di resistenza ad alcuni fenomeni ambientali ed ai patogeni, così come il legame tra la presenza di pesticidi ed alcuni fenomeni
patologici. I dati raccolti hanno dimostrato che diversi agenti di stress, interferendo con il sistema immunitario dell’ape possono indirettamente facilitare esplosioni virali che possono
rapidamente condurre a morte le colonie. Un tale modello può consentire l’interpretazione di una serie di fenomeni collegati con la salute delle api e, dunque, indirettamente con le
produzione apistiche e più in generale con le produzioni agrarie.
Tra i pesticidi incriminati, quelli utilizzati per la concia del mais. Ce ne parla Vincenzo Girolami dell’Università di Padova che ne ha studiato gli effetti letali e subletali.
In Italia si è osservata una correlazione tra la morte delle api e le semine primaverili del mais, dove si impiegano seminatrici pneumatiche e sementi conciate con insetticidi appartenenti
alla famiglia dei neonicotinoidi. Considerando l’ipotesi che l’effetto tossico sia direttamente connesso all’esposizione delle api alle polveri emesse durante la semina dalla macchina operatrice
pneumatica, si sono svolte prove in campo condotte durante la primavera-estate, sia per quanto riguarda l’emissione del particolato, sia come intossicazione delle api. Le api nelle ore successive
al libero sorvolo sono morte nella quasi totalità, manifestando i sintomi classici da intossicazione da neonicotinoidi: il risultato è stato quindi che un singolo passaggio (a passo
d’uomo veloce) nei primi 10 metri dalla seminatrice provoca di regola intossicazioni letali.
Redazione Newsfood.com+WebTv




