Parco Monti Sibillini – Delle Grotti (Gruppo misto) presenta le osservazioni al Piano

Lorenzo Delle Grotti (Gruppo misto) ha presentato le sue osservazioni al Piano per il Parco dei Monti Sibillini adottato con delibere delle Giunte regionali di Marche ed Umbria nell’estate del
2006, in particolare, il consigliere provinciale chiede al Presidente del Parco “di rivedere e modificare il Piano per il Parco così come è stato presentato, perché in
molte parti è inconsistente e contraddittorio, e soprattutto non attinente e funzionale alla realtà territoriale di riferimento.

Prevede, inoltre, una programmazione più generale ed affida alle autonomie locali la fase applicativa e dei dettagli urbanistici, che solo un Piano Regolatore Generale può dare e
che auspico i Comuni vogliano quanto prima predisporre, senza ulteriori ritardi, e comunque senza vincoli che ne condizionerebbero la stesura”.

È per questi motivi che Delle Grotti ha inviato alcune osservazioni, “con l’auspicio che vengano recepite e che possano contribuire ad una diversa stesura del Piano per il Parco che
abbia come asse portante un programma chiaro e ben definito di tutela e sviluppo del territorio”.

“Vorrei innanzi tutto sottolineare – scrive il consigliere a commento delle sue osservazioni – i ritardi e la scarsa comunicazione con cui l’Ente Parco ha presentato il Piano alla gente che
vive ed opera in questo territorio, un approccio che denota un metodo errato di concepire la gestione di questa Istituzione.

In questi anni i soggetti preposti alla gestione di quest’area protetta hanno interpretato il loro ruolo pensando di poter amministrare questa realtà come se si trattasse di una grande
riserva del Nord America o del Continente Africano, e non di un territorio fortemente antropizzato e visibilmente segnato nei secoli dall’opera dell’uomo.

Un territorio le cui popolazioni sono depositarie di una storia e di una cultura millenaria, e di conseguenza di usi e tradizioni che si tramandano nel tempo, è l’uomo il protagonista e
il custode dell’ambiente che lo circonda e di tutto ciò che vi accade.

Un uomo che deve essere considerato l’elemento portante del Parco nella visione del territorio così come è giunta a noi, e non un nemico da mettere sotto tutela da parte di
qualche presunto luminare catapultato in una realtà che a malapena conosce sui libri, e che comunque non ha mai vissuto a pieno.

La gestione di questo Ente non ha fino ad oggi ben compreso questo concetto, tanto è vero che l’esercizio di questa funzione è stato sempre affidato a soggetti esterni convinti
che i loro modelli precostituiti di salvaguardia e gestione di aree protette si sarebbero adattati anche a questo territorio.

I danni prodotti da questo tipo di approccio sono oggi sotto gli occhi di tutti: paesaggi emblematici del nostro Parco come ad esempio le Marcite o quelli caratterizzati da un immenso
patrimonio culturale e architettonico, frutto dell’opera dell’uomo, rischiano di andare perduti per sempre, o quanto meno stravolti, a causa anche dell’applicazione di un errato modello di
difesa ambientale che ha pressoché ignorato l’opera dell’uomo e che ha costretto contadini e pastori ad abbandonare progressivamente questi contesti.

Ma anche per una mancata politica di investimenti mirata proprio a trattenere questi soggetti (gli unici in grado di tutelare alcuni aspetti del paesaggio), e a garantire il recupero e la
salvaguardia dei beni storici e culturali della zona.

Purtroppo – continua – devo constatare che anche questo Piano per il Parco risente di questa impostazione, frutto di una visione statica ed errata di questo territorio e dei sui abitanti, tanto
che non si è fatto nemmeno lo sforzo intellettuale di documentarsi al meglio e approfondire la conoscenza di questa realtà socio-economica.

Il frutto di questa errata impostazione è un Piano che, se applicato così com’è, otterrà come primo risultato quello di soffocare lo sviluppo dell’intera area, ma
soprattutto del Comune di Norcia, e in particolare senza aver risolto a pieno il problema della tutela ambientale del territorio, cioè di quell’attività che giorno dopo giorno va
portata avanti con intelligenza e attenzione e curata in ogni minimo particolare.

È inutile infatti assegnare il massimo grado di tutela ai Piani di Castelluccio, per poi permettere che quotidianamente centinaia di camper vi sostino liberamente; così come non
è più tollerabile che, a causa delle esigenze di altri territori, si continuino a consentire consistenti prelievi di acqua da portare fuori bacino imbrifero, eliminando
addirittura una cascata in piena zona Parco.

La gente dice no ad un Parco che viene vissuto solo come insieme di vincoli per i soli residenti, completamente privo di risorse e garanzie per lo sviluppo futuro del territorio.

Questo atteggiamento, che oserei definire ultravincolistico, sta facendo transitare fra la popolazione l’idea che in fondo sarebbe conveniente uscire dal Parco, o quanto meno spostare i confini
lungo le alte vette della zona.

Ciò, rappresenterebbe sicuramente la più grande sconfitta per l’Ente Parco, ma anche per tutti coloro che in questi anni ci hanno creduto e si sono battuti per la tutela di questa
parte meravigliosa del nostro Paese, perché così metterebbe in evidenza una politica gestionale del Parco lontana dai cittadini e per nulla attenta alle peculiarità di
questa realtà.

In questo senso vado a ribadire ancora una volta la necessità di istituire la doppia Sede, come d’altronde avviene in altri Parchi d’Italia, al fine di rendere più vicina questa
Istituzione ai cittadini umbri, attualmente fortemente penalizzati dalla sede unica nelle Marche, ma anche da uno Statuto che penalizza il nostro peso ambientale ed umano all’interno della
gestione dell’Ente.

Ma soprattutto vorrei ribadire la necessità di tutelare una delle poche “specie animale autoctone” di questa zona, i cittadini residenti, e soprattutto i pastori e i coltivatori diretti,
che di questo territorio, da loro stessi modellato, sono i primari custodi, i depositari di conoscenze, tradizioni e di una cultura unica e irripetibile.

Se le politiche del Parco continueranno ad essere indirizzate verso l’introduzione di specie allogene come il daino o il cervo, ma non si preoccuperanno di salvaguardare la presenza dell’uomo
quale soggetto autoctono per eccellenza di quest’area, sarà una sconfitta per tutti, perché è come se ci trovassimo di fronte ad un altro Parco, non quello per cui è
stata fatta la legge istitutiva nei primi degli anni ’90”.

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