Oceana scopre pescherecci italiani che usano reti derivanti illegali in acque tunisine

L’organizzazione per la conservazione marina Oceana sta conducendo un progetto insieme alla Fondazione Marviva nel Mar Mediterraneo, destinato alla protezione delle risorse ittiche come il
tonno rosso, alla denuncia di attività di pesca illegali e alla protezione di habitat marini in pericolo.

Durante questa settimana, osservatori di Oceana a bordo della nave di ricerca Marviva Med hanno identificato e denunciato l’attività di varie imbarcazioni italiane, provenienti da
porti del nord e della costa ionica siciliana, che sembra abbiano trovato un rifugio per la loro attività illegale in acque limitrofe alla Tunisia. Questi pescherecci realizzano
campagne di pesca di vari giorni fino alle zone di pesca di pesce spada a Sud della Sardegna e fino alle zone orientali della Tunisia.

Xavier Pastor, Direttore Esecutivo di Oceana per l’Europa e responsabile della campagna a bordo del Marviva Med, ha ribadito ancora una volta la necessità di porre fine all’uso di
questo attrezzo da pesca: “Oceana sta conducendo una campagna contro l’uso di questo attrezzo illegale da oltre quattro anni. Alcuni di questi pescherecci illegali sono una vecchia conoscenza
della nostra organizzazione, dato che negli scorsi anni sono stati osservati e denunciati per l’uso di reti derivanti e, in alcuni casi, sono stati perfino sovvenzionati per riconvertirsi ad
altri attrezzi da pesca più sostenibili”.

“Andrea Doria II”, “Ausonia”, “Saratoka”, “Ross Lucy”, o “Federica Seconda” sono i nomi di queste imbarcazioni, la cui attività illegale è stata denunciata da Oceana
alla Guardia Costiera italiana mediante posta elettronica inviata dal Marviva Med. Apparentemente, la loro struttura e gli attrezzi che tengono a bordo rispecchiano le caratteristiche dei
pescherecci da traino o pescherecci con palangari. Tuttavia, all’interno, detengono chilometri di reti conosciute come i muri della morte, che calano durante la notte e issano all’alba per
catturare pesce spada e tunnidi.

Molte di queste imbarcazioni sono già state denunciate precedentemente nei rapporti di Oceana del 2006 e nel rapporto pubblicato di recente “Reti derivanti italiane: la persistenza
della pesca illegale. Rapporto della campagna di Oceana 2007”.

Le reti derivanti italiane sono una delle principali cause della moria nel Mediterraneo di capodogli e altri cetacei. Da quando il buon tempo ha consentito l’inizio della campagna di pesca,
arrivano alle coste della Calabria capodogli intrappolati nelle reti, morti o moribondi. Recentemente, uno di questi cetacei è apparso nelle Isole Baleari, trascinato dalle correnti
e circondato da resti di questo tipo di rete.

Xavier Pastor ha aggiunto: “La frequenza con la quale osserviamo e denunciamo queste imbarcazioni è troppo alta, se si considera che ci troviamo di fronte ad un attrezzo illegale
vietato da sei anni”. L’uso di reti derivanti non si limita solo alla flotta italiana. Anche la Tunisia e l’Algeria usano reti derivanti per la cattura di tunnidi, malgrado gli impegni
internazionali adottati contro questo attrezzo da pesca nel seno di organizzazioni come l’ICCAT o la CGPM. Per concludere, Xavier Pastor ha fatto notare: “Oltre 500 imbarcazioni continuano ad
utilizzare reti derivanti nel Mar Mediterraneo, mettendo in discussione la validità della legislazione e gli accordi internazionali, e minacciando la sopravvivenza di specie
protette”.

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