Lo “Spritz”, croce e delizia del Nord-Est
3 Gennaio 2009
Secondo alcuni le sue origini affondano nel medioevo o addirittura in età paleoromana; ma le teorie più accreditate fanno risalire l’origine della bevanda al tempo
della dominazione asburgica.
I soldati austriaci, non abituati ai vini locali poiché troppo forti, avrebbero iniziato ad ordinare bicchieri di vino allungati con acqua.
Questa sarebbe stata il principio della bevanda, denominata spritz dal verbo tedesco spritzen, cioè spruzzare.
Da questa sua forma di partenza, acqua e vino bianco, lo spritz si è presto evoluto e modificato, tramite l’aggiunta di ingredienti più o meno vari, specialmente
aperitivi. Ci sono però regole fisse: affinchè la bevanda possa chiamarsi Spritz, in dialetto Spriss o sprisseto, deve essere sempre presente una “base” di 40%
di vino bianco e 30 % di acqua minerale gassata, su cui poi ogni barista crea il suo beveraggio, dal caratteristico colore rosso. Il risultato finale è molto vario, andando da
una gradazione di 12 ad una di 45 gradi.
Queste varie composizioni risultano più che gradite: secondo il Gazzettino, principale quotidiano del Nord-est, nel Veneto ogni giorno vengono consumati 250.000 spritz
all’Aperol; a Treviso, i due locali più frequentati per far fronte alla domanda di spritz ordinano 12.000 litri di Aperol all’anno.
Questa diffusione ha però i suoi lati oscuri.
I tradizionalisti contestano l’evoluzione massificata della bevanda. Nato come momento di aggregazione e di rilassatezza, quasi un rito popolare da gustare senza fretta, il
consumo dello spritz si è rapidamente trasformato in una sorta di corsa all’alcool, basata più sulla quantita che non sulla qualità, devastante soprattutto
per i più giovani.
Per prevenire eccessi, a Padova sono da tempo attivi gli spritz angels, vigilanti privati assunti dai baristi di Piazza delle Erbe per evitare che il consumo di alcolici degeneri in
atti di inciviltà. Ed il provvedimento potrebbe presto estendersi ad altre città.
Matteo Clerici




