Legittima la proroga del contratto a termine se l'attività è identica a quella del contratto iniziale

Con sentenza del 16 aprile 2008, n. 9993, la sezione lavoro della suprema Corte di Cassazione ha stabilito che la proroga del contratto di lavoro subordinato a tempo determinato è
legittima solo nel caso in cui l’attività lavorativa sia identica a quella del contratto iniziale e se ricorrono diverse, imprevedibili ed urgenti esigenze.

Fatto e diritto
Un dipendente della società Autostrade aveva rivendicato l’esistenza di un unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato per aver prestato la sua attività lavorativa, mediante
dieci proroghe dello stesso contratto di lavoro subordinato a tempo determinato.
Il Tribunale, in funzione di giudice del lavoro, aveva dichiarato illegittima, a norma dell’art. 2 della L. 18 aprile 1962, n. 230, la proroga del primo di dieci contratti di lavoro subordinato
a tempo determinato stipulati tra le parti, accertando conseguentemente l’esistenza tra le parti stesse di un unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato e condannando la società
convenuta a riassumere il ricorrente e a pagargli le retribuzioni contrattuali dalla data dell’atto di messa in mora.
La società è ricorsa in Corte d’appello che, in parziale riforma della sentenza di primo grado, ha accertato la diversa decorrenza del rapporto di lavoro a tempo indeterminato,
ritenendo giustificata la proroga del primo contratto a tempo determinato e illegittima l’apposizione del termine al contratto (l’ottavo, tra le parti).

La decisione della Corte d’Appello
Per la Corte d’Appello, la motivazione dell’azienda di non dovere licenziare personale stabilmente assunto in sostituzione di quello cessato l’aveva indotta a procedere ad assunzioni a termine,
nei limiti valutati e convenuti localmente con le OOSS. a livello di tronco e non di singola tratta o stazione, assunzioni che pertanto la Corte territoriale avrebbe dovuto ritenere
legittime.
Contro tale sentenza, il dipendente è ricorso in Cassazione, lamentando la violazione e la falsa applicazione dell’art. 2 della l. 18 aprile 1962, n. 230 in rapporto all’art. 23 della l.
28 febbraio 1987, n. 56 nonché l’omessa e contraddittoria motivazione su di un punto decisivo della controversia.

La decisione della Corte di Cassazione
Secondo la Corte di Cassazione, la Corte d’appello aveva erroneamente e immotivatamente disatteso la prevalente interpretazione della norma secondo cui la proroga del contratto di lavoro a
tempo determinato deve essere sostenuta da ragioni ontologicamente diverse da quelle poste a fondamento dell’originaria assunzione, ritenendo sufficiente allo scopo anche la protrazione delle
medesime esigenze, purché questa sia stata imprevedibile.
Per la Corte di Cassazione, la Corte d’Appello avrebbe erroneamente omesso di esaminare i contratti intermedi tutti per la sostituzione di personale in ferie, in applicazione di una delle
ipotesi di legittima apposizione di un termine alla durata del contratto di lavoro, individuate, a norma dell’art. 23 della L. 28 febbraio 1987, n. 56, dal CCNL applicabile alle parti.
Per la Cassazione, la disciplina della proroga dei contratti a tempo determinato stabilita dall’art. 2 della l. n. 230/1962 si applica anche alle ipotesi di contratto a termine individuate
dalla contrattazione collettiva a norma dell’art. 23 della l. n. 56 del 1987, in ragione del carattere aggiuntivo di tali ipotesi rispetto a quelle tassativamente indicate dall’art. 1 della l.
n. 230, cui l’art. 2 riferisce la disciplina della proroga, come emerge dalla formulazione del suddetto art. 23.
L’art. 2 della l. n. 230/1962 stabilisce, come è noto, che «il termine del contratto a tempo determinato può essere, con il consenso del lavoratore, eccezionalmente
prorogato, non più di una volta e per un tempo non superiore alla durata del contratto iniziale, quando la proroga sia richiesta da esigenze contingenti e imprevedibili e si riferisca
alla stessa attività lavorativa per la quale il contratto è stato stipulato a tempo determinato ai sensi del secondo comma dell’art. precedente».
Sulla base di tale disposizione, la legittimità della proroga del termine apposto al contratto di lavoro è pertanto subordinata al concorrere di due condizioni, tra di loro
connesse, costituite dall’identità dell’attività lavorativa rispetto a quella per la quale il contratto è stato stipulato e dalla ricorrenza di esigenze contingenti ed
imprevedibili, comunque diverse da quelle che costituivano la ragione dell’iniziale contratto.

Suprema Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza n. 9993 del 16 aprile
2008

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