L’Aquila, 30 gennaio 2010: inaugurazione anno giudiziario 2010

L’Aquila, 30 gennaio 2010: inaugurazione anno giudiziario 2010

L’Aquila, 30 gennaio 2010: Anno giudiziario 2010
Qui il discorso integrale:
INAUGURAZIONE ANNO GIUDIZIARIO 2010 RELAZIONE DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DELL’ORDINE DEGLI AVVOCATI DI MILANO AVV. PAOLO GIUGGIOLI

“Signor Presidente della Corte di Appello, Signor Procuratore Generale, Autorità tutte, civili, religiose e militari, Signori Magistrati, rappresentanti dei Fori europei e Colleghi,
sono lieto di poter prendere la parola anche quest’anno in occasione della solenne cerimonia di apertura dell’anno giudiziario e, in qualità di Presidente del Consiglio dell’Ordine degli
Avvocati, indirizzo a tutti i presenti il mio saluto.
Con la cordialità e lo spirito di collaborazione che contraddistinguono i rapporti istituzionali tra l’Ordine degli Avvocati, le autorità giudiziarie, i magistrati e il personale
amministrativo e di cancelleria, in rappresentanza dell’Avvocatura milanese mi appresto a fornire un contributo al confronto tra i soggetti della giurisdizione e al pubblico dibattito cui questo
momento è deputato.
L’anno appena trascorso non ha portato sostanziali cambiamenti nel pianeta Giustizia, in particolare mi riferisco ai problemi ormai cronicizzati che imbrigliano da troppo tempo la complessa e
articolata macchina giudiziaria.
Che la situazione sia rimasta invariata si rileva dai dati prodotti periodicamente e in occasione di questa cerimonia dalle diverse Autorità e dagli osservatori interessati all’andamento
di questo fondamentale settore.
 
GIUSTIZIA IN CRISI
Per ragioni di sintesi mi limito a indicare, innanzitutto, quanto riferito dal Sig. Ministro della Giustizia nel corso dell’annuale Relazione tenuta qualche giorno fa davanti ai due rami del
Parlamento:
– 5.625.000 sono i procedimenti civili pendenti, con aumento del 3,5% rispetto all’anno precedente; i procedimenti definiti infatti – 4.605.500, dato 2008 – non riescono a incidere sul carico
complessivo alimentato da oltre 4.826.000 procedimenti sopravvenuti;
– 3.271.000 sono i procedimenti penali pendenti, che hanno registrato una “modesta” riduzione rispetto all’anno precedente (in realtà lo scorso anno nella relazione si parlava di 2.262.000
procedimenti penali pendenti).
– la Giustizia costa 8 miliardi di euro all’anno, cioè circa 30 milioni di euro per ogni giornata lavorativa;
– oltre 30.000 cittadini hanno chiesto di essere indennizzati a causa dell’irragionevole durata del processo, con un trend di crescita annuale delle richieste del 40%.
“La giustizia italiana – chiosa laconicamente il Ministro – è, dunque, come noto, in crisi”.
Lo stato di inefficienza dell’amministrazione giudiziaria è al centro anche di numerosi interventi di autorevoli organismi nazionali e non, i quali sottolineano i diversi aspetti
conseguenti all’inadeguatezza del sistema di fornire una pronta risposta alla domanda di tutela proveniente dalla società.

GIUSTIZIA CIVILE
Interessanti indicazioni possono essere reperite nella Relazione annuale del Governatore della Banca d’Italia, ove – con riferimento alla giustizia civile – viene dato conto dei ritardi che
“infliggono costi elevati alle imprese” a causa dei quali, un’impresa coinvolta in una causa civile per inadempimento contrattuale preferisce, in un terzo dei casi, transigere piuttosto che
attendere l’esito del giudizio, rinunciando mediamente al 36 per cento della somma dovuta.
La rinuncia a ricorrere alle vie giudiziarie ordinarie per fare valere le proprie pretese risulta confermata dal posizionamento del nostro Paese nella nota classifica stilata ogni anno dalla
Banca Mondiale (rapporto Doing Business 2010) nella quale viene monitorata la facilità di “fare impresa” in oltre 180 nazioni, determinata sulla base di dieci differenti parametri tra i
quali figura la capacità della giustizia civile e delle procedure giudiziarie di far rispettare un contratto (enforcing contracts).
L’Italia quest’anno è al 78° posto della classifica generale, perdendo 4 posizioni rispetto alla precedente rilevazione e al 156° per quanto riguarda l’efficienza della giustizia
civile, con il recupero di 2 posizioni.
La sfiducia del mondo imprenditoriale nel nostro sistema giudiziario emerge sotto altro aspetto anche dal recente studio del Censis (Dossier sul contenzioso tra imprese in Italia – giugno 2009)
nel quale si evidenzia che “Il sistema giustizia, e le disfunzionalità che lo caratterizzano, continuano a rappresentare un pesante costo per il Paese e un ostacolo rispetto ai processi di
crescita, sviluppo e modernizzazione.
Malgrado ciò, il sistema sembra incapace di trovare soluzioni in grado di incidere nel profondo: tra le attese e i progetti di riforma, ancora lontani a venire, sta emergendo una domanda
di giustizia disposta a rivolgersi anche al di fuori del sistema “ordinario”, pur di avere risposte certe in tempi brevi”.
Situazione che pare destinata a rafforzarsi a causa del “livello di ingolfamento raggiunto dal sistema” rappresentato anche nel secondo Rapporto sull’efficienza e la qualità della
giustizia, stilato dalla Commissione europea per l’efficienza della giustizia del Consiglio d’Europa (CEPEJ) e citato dal Dossier Censis, nel quale l’Italia viene collocata al primo posto tra i
Paesi europei per numero di cause pendenti. “Un dato attribuibile alla totale mancanza di meccanismi preposti al filtraggio delle controversie e all’alto livello di litigiosità: con 4.800
casi ogni 100 mila abitanti (dati al 2006), l’Italia è il terzo Paese per numero di cause iscritte a ruolo, superato dalla Federazione Russa, che presenta poco più di 5 mila cause
in entrata, e dall’Olanda, che invece si classifica come Paese nel quale è più inflazionato il ricorso ai tribunali, con 5.800 cause”.
Il legislatore italiano non è nuovo all’introduzione di sistemi di definizione dei conflitti alternativi al ricorso al giudice, di regola, come soluzione d’emergenza, anche imponendo
filtri pre-contenziosi diretti a deflazionare l’imponente carico di procedimenti gravante sugli organi giudiziari.
Nel recente passato il legislatore è intervenuto con il decreto legislativo 5 del 2003 in materia societaria e lo scorso anno con la legge 69/2009, ove – oltre a modificare nuovamente le
regole del processo civile – ha affidato al Governo un’ampia delega in materia di mediazione finalizzata alla conciliazione delle controversie civili e commerciali.
La prospettiva di un ricorso sempre più generalizzato allo strumento conciliativo è stata accolta con maturità e senso di responsabilità dall’Avvocatura. In
realtà gli Ordini, in testa quello di Milano, si erano già attivati in tal senso negli scorsi anni con l’istituzione di organismi di conciliazione competenti anche in materia
societaria.

STRUMENTI ALTERNATIVI AL GIUDIZIO ORDINARIO
È stata, quindi, apprezzata la volontà del legislatore di introdurre e disciplinare compiutamente le procedure di mediazione quali strumenti fondamentali di risoluzione delle
controversie.
Va altresì favorevolmente valutato il ruolo centrale e imprescindibile che la legge delega e il decreto attuativo hanno assegnato alla classe forense e agli Ordini territoriali per lo
sviluppo e la diffusione delle procedure conciliative da realizzarsi in particolare tramite l’istituzione di Organismi di Conciliazione Forense presso i Tribunali.
Siamo anche consapevoli e abbiamo già fatto presente nelle sedi competenti che l’impegno organizzativo ed economico richiesto agli Ordini sarà grandissimo e che quindi sarà
necessario fornire adeguati strumenti per poter far fronte ad una richiesta, prevedibilmente molto ampia e diversificata.
È del tutto evidente, infatti, che gli Organismi istituiti dagli Ordini saranno i primi ad essere aditi dai cittadini interessati a ricorrere allo strumento conciliativo.
Vorrei solo ribadire che l’Ordine di Milano si è già attivato nel campo della conciliazione stragiudiziale; l’Organismo di Conciliazione Forense, istituito nel 2008, ha ottenuto il
riconoscimento ministeriale attraverso l’iscrizione al registro dei conciliatori societari e la Fondazione Forense di Milano lo scorso anno ha conseguito l’accreditamento tra i soggetti abilitati
a tenere corsi di formazione obbligatoria.
L’Ordine di Milano è, dunque, pronto a raccogliere la sfida che viene lanciata al mondo forense con questa normativa.
L’Organismo di Conciliazione Forense potrà infatti richiedere immediatamente l’iscrizione nel registro previsto dallo schema di decreto legislativo e, altrettanto celermente, potrà
rendersi operativo negli ambiti d’azione dallo stesso previsti.
Sarà anche nostra cura predisporre l’attività formativa che, nel rispetto delle disposizioni regolamentari di prossima emanazione ministeriale, costituirà requisito di
qualificazione professionale per coloro che intenderanno assumere il ruolo di mediatori.
Il riferimento alla legge 69 del 2009 relativamente alla mediazione finalizzata alla conciliazione in materia di controversie civili e commerciali mi offre lo spunto per operare un rapido cenno
alle recenti modifiche apportate dalla stessa legge al codice di rito.
A poco più di due anni dall’entrata in vigore della “novella competitiva” abbiamo assistito a un’ennesima riforma, e sotto alcuni aspetti a una controriforma del processo civile che –
ancora una volta – è intervenuta con modifiche settoriali sul codice di procedura, in attesa di porre mano alla tanto auspicata riforma strutturale organica della giustizia civile.
È difficile nascondere il disagio per il metodo seguito negli ultimi vent’anni, da quando cioè è stata approvata la L. 353/90 entrata progressivamente in vigore nei cinque
anni successivi, nel corso dei quali sono stati approntati svariati correttivi, di cui non è agevole cogliere il nesso unitario e che hanno provocato spesso sovrapposizioni che hanno reso
l’impianto processuale sempre meno organico e coeso.
In verità, eccezion fatta sicuramente per le novità introdotte al libro II del Codice di Procedura Civile con riferimento alla disciplina del Ricorso per Cassazione, è
comunque possibile rinvenire alcuni spunti positivi.

LA NOVELLA DEL 2009
Sicuramente è apparsa quanto mai opportuna l’abrogazione, avendone riconosciuto il fallimento, del processo societario ex D. Lgs. 5/2003, rito involuto e quanto mai rischioso per le
parti.
Del pari è stata positivamente apprezzata l’abrogazione dell’art. 3 legge 102/2006 che aveva assoggettato al rito del lavoro le controversie di risarcimento dei danni alla persona
conseguenti a incidenti stradali, creando non poche difficoltà di coordinamento con il rito ordinario a cui rimanevano soggette le cause di risarcimento dei danni alle cose derivanti dai
medesimi incidenti.
Anche la delega al Governo per la semplificazione dei numerosissimi riti civili – più di ventisette – e le rilevanti novità volte a un maggiore coordinamento e alla
razionalizzazione delle varie fasi del processo sono state oggetto di vaglio positivo.
Come già rilevato la riforma introdotta con riferimento ai ricorsi in Cassazione e segnatamene l’introduzione nel codice di rito dell’art. 360bis c.p.c. che prevede il cosiddetto “Filtro
in Cassazione” è stata oggetto di un giudizio fortemente negativo in quanto foriera di determinare una gravissima compromissione del diritto di difesa con conseguente sbilanciamento tra i
poteri delle parti e quelli del Giudice, oltre a porsi in evidente contrasto con i principi cardine che regolano il giusto processo.
Maggiori preoccupazioni desta poi lo scenario della giustizia penale da anni terreno di scontro e caratterizzato da accese polemiche che accompagnano regolarmente i disegni di legge che Governo e
maggioranza parlamentare propongono con l’intento di riformare quegli aspetti del processo che presentano maggiori problematicità.

GIUSTIZIA PENALE

Occorre preliminarmente notare come tali interventi, a volte solo annunciati senza che vi sia la possibilità di valutarne nel concreto il contenuto, subiscono il limite costituito dalla
assenza di un organico progetto di riforma complessiva del sistema penale che abbia come unico ed irrinunciabile obiettivo quello di renderlo efficiente senza comprometterne le garanzie, prezioso
presidio di tutela per il cittadino.
Alcuni di tali interventi, penso a quello in materia di intercettazioni telefoniche o a quello destinato ad incidere in modo più esteso sul processo penale, dopo mesi di un dibattito che,
partito dalle sedi istituzionali, si è poi articolato nei mass media con amplificazione oltre misura dei toni polemici, hanno subito una ormai lunga impasse che non sembra proprio
destinata ad essere superata.
Ciò costituisce indice significativo di come il contesto di permanente conflittualità che affligge sia i tempi che i contenuti di ogni intervento riformatore determini un effetto
moltiplicatore delle inefficienze del sistema, finendo solo per inasprire il conflitto tra politica e magistratura e la sfiducia nell’istituzione giudiziaria.
Su tale ultimo aspetto non può non destare preoccupazione l’assenza sino ad oggi di una reale volontà volta a creare anzitutto quel giusto clima politico ed istituzionale,
condizione imprescindibile per un’azione riformatrice autentica e, quindi, efficace.
L’introduzione di istituti che, in applicazione di principi costituzionali, siano tesi a presidiare il contenimento dei tempi del processo e a disincentivare l’ingiustificata inerzia
dell’autorità giudiziaria è senz’altro un condivisibile obiettivo di civiltà.
Un processo penale, la cui durata sia ragionevole ed al contempo sia “giusto” costituisce una delle più importanti garanzie sia per il cittadino che per la esigenza di giustizia diffusa
nella collettività.
È indispensabile che tale nobile risultato vada perseguito e raggiunto nel rispetto almeno di due condizioni:
1) che si riporti il sistema penale a dimensioni fisiologiche ed a proporzioni tali da consentire il superamento dell’attuale obesità, anche attraverso la predisposizione di meccanismi
trasparenti e controllabili di selezione delle iniziative accusatorie: fissare senza tali accorgimenti ex abrupto scansioni temporali totalmente irrealistiche rispetto al numero dei procedimenti
pendenti ed all’iperbolico catalogo delle incriminazioni, avrebbe l’effetto di far aumentare il tasso di ingiustizia e di iniquità del processo penale, lasciando che le scelte sui tempi
rimangano ostaggio dell’arbitrarietà dei singoli uffici giudiziari;
2) che le modalità attuative della ragionevole durata del processo siano modellate sull’uso di criteri razionali ed equi, tassativi ma anche elasticamente adattabili sul caso
concreto.
L’intervento sulla durata dei tempi processuali, pertanto, in assenza di una seria depenalizzazione, di una riorganizzazione razionale delle risorse e delle forme di controllo delle
modalità di esercizio dell’azione penale, provocherebbe fatalmente, sul piano della funzionalità interna del processo, ulteriori distorsioni ed arbitrii.
È, in conclusione, auspicabile che si proceda ad un’organica riforma di sistema il più possibile condivisa, capace di affrontare i nodi della riorganizzazione delle risorse umane e
materiali e la declinazione del complesso di garanzie cui la stessa Corte costituzionale ha raccomandato di parametrare il principio della ragionevole durata al fine della sua stessa legittima
attuazione.
Non si può non fare un accenno al problema del sovraffollamento delle carceri.
La risposta che viene data a questa vera e propria emergenza nazionale deve essere lungimirante.
Occorre ribadire che non è solo costruendo nuove carceri che si risolve il problema, ma incrementando il ricorso alle misure alternative alla detenzione così da realizzare il
principio costituzionale secondo cui le pene devono tendere alla rieducazione del condannato.
Gli investimenti vadano quindi non solo nella direzione di realizzare nuovi penitenziari ma anche e soprattutto nell’incremento delle risorse umane e strutturali che consentano la piena
realizzazione dell’ordinamento penitenziario e degli istituti in esso previsti per favorire il recupero dei detenuti.
E’ paradossale constatare che, da un lato viene spesa una quantità impressionante di parole, valutazioni, analisi, studi di ogni genere sul tema della riorganizzazione della Giustizia,
mentre dall’altro assistiamo alla mancata attuazione della riforma dell’ordinamento giudiziario riguardante il decentramento del Ministero della Giustizia, previsto proprio per intervenire in
modo strutturale su questi problemi.
Il decreto legislativo 240, infatti, dal 2006 è rimasto inattuato per la mancata adozione dei decreti che dovrebbero istituire in concreto le dodici direzioni regionali e le quattro
direzioni interregionali del Ministero cui affidare le attribuzioni per le aree funzionali riguardanti: a) il personale e la formazione; b) i sistemi informativi automatizzati; c) le risorse
materiali, i beni e i servizi; d) le statistiche.
Lo stesso decreto ha altresì previsto l’istituzione – anch’essa rimasta ancora oggi sulla carta – dell’Ufficio del direttore tecnico nei principali distretti di Corte d’Appello (Milano,
Roma, Napoli e Palermo).

MANCATA ATTUAZIONE DEL DLGS 540/06
Le funzioni assegnate a tale struttura sono pienamente rispondenti alle esigenze di razionalizzazione e riorganizzazione delle risorse da tutti auspicate, essendo deputata all’assolvimento di
compiti di gestione e controllo delle risorse umane, finanziarie e strumentali relative ai servizi tecnico-amministrativi degli uffici giudicanti e requirenti, alla razionalizzazione e
all’organizzazione del loro utilizzo, alla programmazione e all’aggiornamento degli interventi per la creazione di nuove strutture tecniche e logistiche.
È, perciò, inevitabile tornare su questi temi, sui quali insisto da anni, per la verità, fin da prima che fosse messo in cantiere il provvedimento in questione.
Da sempre, infatti, sostengo che per il buon funzionamento della macchina giudiziaria è essenziale l’introduzione di una figura manageriale che si dedichi alle problematiche organizzative
e logistiche degli uffici, alla gestione delle risorse umane e finanziarie e che mantenga sotto controllo la produttività degli uffici, ciò soprattutto in complesse realtà
come la sede giudiziaria di Milano.
L’incarico di Manager del Palazzo, come spesso ho avuto modo di definire questa figura di vertice dell’organizzazione degli uffici giudiziari, dovrebbe essere conferito a professionisti che
abbiano le competenze per la gestione ottimale delle risorse e una qualificata esperienza maturata in contesti, eventualmente anche aziendali, di grandi dimensioni e caratterizzati da una elevata
complessità organizzativa.
Rinnovo quindi anche quest’anno l’appello affinché sia data attuazione a innovative misure organizzative, quanto meno nelle forme già previste e vigenti del decentramento del
Ministero e dell’Ufficio del Direttore Tecnico.

MANAGER DEL PALAZZO
Mi sia consentito anche esternare la necessità di assicurare dignità al ruolo dell’avvocatura quale soggetto della giurisdizione, attraverso una effettiva partecipazione dei suoi
rappresentanti istituzionali all’interno dei Consigli giudiziari, come peraltro previsto dal decreto legislativo 25/2006 prima delle modifiche apportate dalla legge 111/2007.
Senza mettere minimamente in dubbio l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, occorre però dare atto che essa non può esimersi da un controllo sulle sue
responsabilità; controllo che è tanto più adeguato quanto maggiore è la consultazione dei soggetti che, come gli avvocati, fanno parte del sistema giudiziario e godono
di una posizione privilegiata che consente loro di poter esprimere con cognizione di causa valutazioni sull’operato dei magistrati.
La ridotta competenza dei rappresentanti dell’avvocatura nei Consigli giudiziari distrettuali, rappresenta l’occasione mancata per poter affermare una cultura della co-gestione tra gli operatori
della Giustizia delle problematiche riguardanti il servizio giudiziario e, in particolare, l’andamento degli uffici e la conduzione della giurisdizione, nella quale – giova ripetere – gli
avvocati sono funzionalmente e istituzionalmente parte attiva.
Mai come quest’anno possiamo considerare valido l’antico adagio fare di necessità virtù.
Le difficoltà e le carenze organizzative e finanziarie che pesano sul sistema giudiziario non hanno impedito la realizzazione di numerose importantissime iniziative rese possibili dal
sempre più serrato e proficuo dialogo che, maturato nel corso di un rapporto di collaborazione pluriennale, si è venuto a creare a Milano tra l’Ordine degli Avvocati, le
Autorità Giudiziarie e gli Uffici di volta in volta interessati, fino a tradursi in taluni casi in una vera e propria strategia unitaria che ha dettato l’agenda delle azioni da porre in
essere.

RAPPRESENTANZA DEGLI AVVOCATI NEI CONSIGLI GIUDIZIARI
INIZIATIVE CONCERTATE TRA ORDINE AUTORITÀ’ GIUDIZIARIE E UFFICI
E proprio per l’importanza di tali interventi che è giusto e doveroso darne conto in questa sede, avendo cura di citare innanzitutto quelle iniziative che hanno avuto origine nel
richiamato legame di collaborazione e nel senso di responsabilità messo in campo da ciascuno dei soggetti coinvolti; iniziative pensate e realizzate al fine di migliorare tempi e
modalità di amministrazione della Giustizia, nonché di razionalizzare e snellire l’iter processuale, in particolare attraverso l’introduzione di innovativi strumenti di
lavoro.
Nel corso dell’anno è stato possibile proseguire nell’implementazione del Processo Civile Telematico che, a tre anni dall’avvio con valore legale dei decreti ingiuntivi on-line, sta
registrando eccezionali risultati. Il passaggio al sistema telematico ha comportato una notevole semplificazione dell’iter relativo al procedimento monitorio, con l’abbattimento dei tempi di
attesa rispetto ai decreti cartacei. Il 1° giugno scorso ha avuto il via la nuova utilità telematica connessa al PCT, realizzata da Tribunale e Ordine nel rispetto dell’art. 51 del
decreto legge 112 del 2008 e riguardante le notifiche e le comunicazioni di cancelleria che vengono effettuate telematicamente.
Inoltre, dal 2 gennaio, con gli stessi strumenti (firma digitale e Punto di Accesso) l’avvocato “telematico” riceve i biglietti – notifiche – in corso di causa anche da parte della Cancelleria
della Corte d’Appello.
E’ già stata avviata dal settembre 2009 la sperimentazione relativa alla informatizzazione delle memorie processuali.
Gli importanti risultati ottenuti nell’ambito civile, ci incoraggiano a procedere con celerità anche nel campo penale dove, peraltro, non possiamo dire di essere all’inizio di una nuova
era, avendo già mosso alcuni significativi passi, per esempio, con il piano di digitalizzazione degli atti processuali ex art. 415 bis c.p.p., in applicazione del quale l’Ordine degli
avvocati ha fornito al Tribunale una trentina di personal computer con i quali gli avvocati, previa autenticazione, possono visionare, stampare o copiare su supporto informatico fascicoli o parti
di fascicoli d’interesse.
Merita di essere citato anche il recente Protocollo siglato congiuntamente da Ordine, Procura e Camera Penale di Milano, con il quale si è dato il via alla sperimentazione delle
notificazioni di atti ai difensori a mezzo di posta elettronica, in applicazione dell’art. 148, comma 2-bis c.p.p.. Se tanto ci attendiamo dal processo di informatizzazione e telematizzazione,
non di meno siamo convinti dell’importanza dei protocolli con i quali, con riferimento ai processi in corso davanti al Tribunale e alla Corte d’Appello, sono state individuate regole condivise
volte a razionalizzare e ottimizzare lo svolgersi delle varie fasi processuali, con l’obiettivo di rendere più celeri i processi e, quindi, anche di restituire maggiore effettività
ai richiamati principi del giusto processo, della ragionevole durata di esso nonché di garantire il pieno esercizio del diritto di difesa.
Intese di ampio respiro sono state sottoscritte per la realizzazione di interventi diretti al miglioramento e alla qualificazione del servizio giudiziario milanese.
Mi riferisco in primo luogo al Protocollo per la costituzione del Tavolo permanente della Giustizia del Tribunale di Milano cui hanno aderito oltre l’Ordine, il Tribunale e la Corte d’Appello, le
Autorità pubbliche locali e nazionali, a significare che è interesse di tutta la collettività e delle istituzioni che la rappresentano poter beneficiare di un servizio
giudiziario efficiente.
In quest’ottica è stata raggiunta tra Tribunale e Ordine degli Avvocati di Milano un’intesa diretta a realizzare interventi organizzativi, informatici e procedurali per perseguire, sulla
base di un piano triennale, l’obiettivo di ridurre la durata dei procedimenti civili e penali a un massimo di un anno.
Occorre sottolineare che la sfida in atto, non certo da oggi, per l’Avvocatura, va affrontata sul terreno dell’innovazione e della specializzazione; sul piano del rigore nella selezione
all’accesso e del mantenimento di un elevato livello di qualificazione e di etica professionale garantito da un controllo efficace sul decoro professionale da parte degli ordini. In questa
direzione, parrebbe andare anche l’iter legislativo relativo alla riforma della professione forense che esce dall’esame nei mesi scorsi da parte della Commissione Giustizia del Senato. Questo
progetto di legge, per il quale si auspica una prossima quanto celere ripresa dei lavori parlamentari, è nato, non senza difficoltà, dall’intenso e approfondito dibattito dello
scorso anno intercorso tra le diverse componenti, istituzionali e associative dell’avvocatura.
L’Ordine milanese, rappresentativo di una classe forense attenta a tutte le esigenze dei cittadini, si è fatto carico di dare piena attuazione alla normativa in materia di patrocinio a
spese dello Stato che ha comportato nel 2009 la presentazione presso l’Ordine di 3.708 istanze di ammissione: di cui, nell’arco dell’anno, 3431 dichiarate ammissibili, 151 respinte soprattutto
per infondatezza e le restanti, ancora ferme in attesa di documentazione o ritirate per rinuncia del cittadino.

INIZIATIVE DELL’ORDINE
I Consiglieri dell’Ordine gestiscono questa rilevante mole di lavoro coadiuvati da un apposito ufficio della Segreteria per gli aspetti burocratici e da circa una trentina tra avvocati e
praticanti abilitati che, gratuitamente, svolgono attività di assistenza e informazione.
Importante anche l’impegno dell’Ordine per quanto riguarda la difesa d’ufficio che ha attivato ormai da anni una Commissione Consiliare per la gestione dell’elenco dei difensori a ciò
abilitati e la valutazione, sotto il profilo deontologico e delle competenze, di coloro che presentano istanza d’iscrizione a detti elenchi.
Per rendere più efficiente e trasparente il meccanismo di nomina dei difensori, l’Ordine ha inoltre approvato un Regolamento volto a fissare i principi cui attenersi nello svolgimento di
tale funzione.
Non va poi trascurato l’impegno profuso dal Consiglio dell’Ordine per consentire agli avvocati di disporre di forme di anticipazioni bancarie a condizioni agevolate sulle parcelle.
È questo un modo per contribuire ad attenuare i disagi provocati dai ritardi, anche superiori all’anno, con i quali vengono saldate le parcelle da parte dell’amministrazione pubblica. In
quest’ultimo anno, ancor più che negli anni passati, l’Ordine ha rilevato l’esigenza di spiegare quali sono le sue reali funzioni, troppo spesso banalizzate e descritte in modo distorto
come residui di superati corporativismi.
Fermamente persuaso, quindi, dell’importanza del sistema ordinistico e delle sue prerogative, poste essenzialmente a tutela dell’utenza, il Consiglio dell’Ordine ha ritenuto di dover “comunicare”
al di fuori della cerchia degli addetti ai lavori le funzioni che, come istituzione pubblica, sono di sua competenza e, quindi, anche di fare conoscere i servizi, di cui possono usufruire i
cittadini.
Oltre alla campagna di pubblicità istituzionale Piacere Avvocato realizzata nel 2008, l’Ordine ha promosso l’iniziativa Dalla Parte del Cittadino, ideata e condotta in collaborazione con
il Corriere della Sera.
Trattasi di un progetto innovativo che ha portato per la prima volta in Italia un Ordine forense al di fuori del Palazzo di Giustizia a incontrare e ad ascoltare la città attraverso un
itinerario di 12 tappe “a tema” individuate sul territorio della città milanese.
Dalla parte del Cittadino è stata anche preziosa occasione per rendere maggiormente disponibile al pubblico il patrimonio di competenze in materia di accesso alla Giustizia di cui
l’avvocatura milanese e il suo Ordine sono in possesso.
In quest’ottica di promozione del vero ruolo dell’avvocato nella società, come strumento di diffusione della legalità e della conoscenza del diritto l’Ordine ha partecipato nel 2009
a importanti manifestazioni pubbliche segnatamente al 1° Salone della Giustizia a Rimini e al MIfaccioIMPRESA, primo Salone italiano rivolto ai nuovi e aspiranti imprenditori, aperto a ogni
realtà, pubblica o privata.
L’impegno e la responsabilità verso i cittadini trova espressione stabile anche nell’Organismo di Conciliazione Forense oltre che nello Sportello del Cittadino, ormai al suo secondo anno
di attività e primo istituito da un Ordine forense in Italia.
Lo Sportello assolve a compiti informativi e di orientamento su costi, tempi e adempimenti necessari per avviare una causa; sugli strumenti alternativi di risoluzione delle controversie; sulla
difesa d’ufficio e patrocinio a spese dello Stato.
Presso lo Sportello sono disponibili apposite liste di avvocati divise per materia di specializzazione e sottoposte al rigoroso controllo da parte dell’Ordine, all’interno delle quali i cittadini
possono scegliere i professionisti.
L’eccessiva durata dei processi ha ispirato l’istituzione del Centro per assistenza al ritardo della giustizia cui possono rivolgersi avvocati e cittadini che vogliono sottoporre casi di
ritardata giustizia verificatisi davanti al giudice ordinario, amministrativo e contabile.
Diverse sono state inoltre le iniziative intraprese per agevolare l’attività dell’Avvocato:
1) Prestito d’onore per giovani avvocati: nasce per offrire ai giovani avvocati che non hanno ancora compiuto 40 di età, la possibilità di ottenere un finanziamento per
l’attività professionale o per uso personale a condizioni vantaggiose.
2) Anticipazione su parcelle del patrocinio a spese dello Stato e difese d’ufficio: iniziativa promossa in favore di tanti Colleghi che si trovano nella difficile situazione di subire l’enorme
ritardo nei pagamenti dei compensi liquidati dai giudici nello svolgimento della propria attività di difensore d’ufficio o come avvocato del patrocinio a spese dello Stato.
3) Convenzione con società Open Dot Com: con la quale l’Ordine ha la possibilità di assegnare gratuitamente (per un anno) a ciascun iscritto una casella di posta elettronica
certificata (PEC), accollandosene la relativa spesa.
Non intendo abusare oltre della Vostra pazienza, ma sento, comunque, il dovere di terminare questo mio intervento invitando tutti – avvocati magistrati e istituzioni – ad una fattiva e leale
collaborazione per assicurare al cittadino una Giustizia giusta, funzione prioritaria di un Paese democratico.
Questo è l’obiettivo al quale dobbiamo tendere con spirito di servizio, generoso impegno e pragmatismo, abbandonando sterili contrapposizioni e conflitti deleteri che ostacolano la
ricostruzione del patto di fiducia con i cittadini, le imprese, il mondo del lavoro e delle professioni. Grazie per la prolungata attenzione.
Milano, 30 gennaio 2010 Avv. Paolo Giuggioli

Redazione Newsfood.com
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