Invalidità degli atti dispositivi del lavoratore nelle transazioni

Con sentenza del 18 aprile 2008, n. 10218, la sezione lavoro della Suprema Corte di Cassazione ha stabilito che la transazione sindacale con cui un lavoratore rinuncia a far valere determinati
diritti, a fronte di una indennità concordata con il datore di lavoro, non è idonea ad impedire la domanda di risarcimento del danno alla salute per una specifica malattia, in
quanto la violazione degli obblighi di sicurezza da parte del datore ex articolo 2087 Cc (“Tutela della condizioni di lavoro”) non può essere sottointesa in nessun tipo di accordo ed in
quanto non possono essere contrattati quelli che l’ordinamento considera diritti indisponibili come appunto quello della salute.
Quindi, se un lavoratore in sede di transazione sindacale rinuncia al successivo suo diritto al risarcimento “per qualsiasi titolo”, si presume che esso sia consapevole di quali diritti si
tratti e che esista la volontà e l’intenzione di accordarsi sugli stessi.
La Cassazione ha così accolto il ricorso degli eredi di un lavoratore che, dopo quattro anni da una transazione firmata in sede sindacale per la chiusura del suo rapporto, aveva fatto
causa all’azienda per il pagamento dei danni subiti in seguito ad una malattia (il morbo di Parkinson) che sosteneva di aver contratto sul posto di lavoro.
Mentre il Tribunale era stato dalla parte del dipendente, condannando il datore alla liquidazione del danno biologico, la Corte d’Appello aveva rilevato che il dipendente era consapevole della
malattia e della sua possibile origine professionale e, quindi, la rinuncia del lavoratore anche a pretese risarcitorie connesse al rapporto di lavoro era stata oggetto della transazione.
La Cassazione, tuttavia, ha accolto il ricorso degli eredi sostenendo che la dichiarazione da parte del lavoratore “di rinuncia a maggiori somme riferita, in termini generici, a titolo di
pretese in astratto ipotizzabili in relazione alla prestazione di lavoro subordinato e alla conclusione del relativo rapporto, può assumere valore di rinuncia o di transazione, che il
lavoratore ha l’onere di impugnare nel termine di cui all’articolo 2113 Cc, alla condizione che risulti accertato sulla base dell’interpretazione del documento o per il concorso di altre
circostanze desumibili aliunde che essa sia stata rilasciata con la consapevolezza di diritti determinati o obbiettivamente determinabili e con il cosciente intento di abdicarvi o di transigere
sui medesimi”.

Fatto e diritto
Un dipendente aveva chiamato in giudizio la società per il risarcimento del danno biologico per aver contratto la malattia di Parkinson a causa del lavoro svolto e la società era
stata ritenuta responsabile dal giudice del lavoro ai sensi dell’art. 2087 cod. civ.
La Corte d’Appello, ritenendo precluse le domande dall’esistenza di un accordo conciliativo raggiunto dalle parti del rapporto di lavoro in sede sindacale nell’ambito del quale il dipendente
avrebbe validamente rinunciato, tra l’altro, anche a pretese risarcitorie connesse all’intercorso rapporto di lavoro, ha ribaltato la decisione del giudice di primo grado.
Il ricorso è poi proseguito in appello nei confronti dei suoi eredi, a seguito del decesso del dipendente stesso. Ma la Corte d’appello ha altresì ritenuto tardiva la
riproposizione in appello da parte degli eredi del lavoratore che avevano sostenuto l’incapacità di intendere e di volere del loro parente al momento della stipula dell’accordo
transattivo citato e che dagli atti non risultavano elementi sufficienti sia per ritenere la sussistenza della dedotta incapacità temporanea, sia per attribuire alla società la
consapevolezza di un tale stato e quindi la sua mala fede nel contrarre l’accordo transattivo.
Contro la sentenza della Corte d’appello, gli eredi hanno presentato ricorso in Cassazione.

Le ragioni degli eredi
Gli eredi hanno rilevato che il diritto al “risarcimento del danno biologico ex art. 32 Cost. e 2087 c.c. come tutela del diritto alla salute” sarebbe indisponibile e pertanto non transigibile.
In secondo luogo, al momento della transazione, la possibilità di chiedere il risarcimento non poteva essere prevista, essendo ancora in corso l’accertamento della malattia
professionale, per cui il diritto era in fieri e non ancora entrato nel patrimonio del de cuius. Inoltre la formula usata nella transazione sarebbe stata generica (“eventuale risarcimento danni
per qualsiasi titolo”) e le somme aggiuntive sarebbero state erogate a titolo di incentivazioni all’esodo. Per cui, come affermato dalla sentenza di primo grado, si tratterebbe di mera formula
di stile che non esprimerebbe una reale volontà di rinunciare al relativo diritto.
Inoltre e comunque, il dipendente sarebbe stato in una situazione di assoluta incapacità di intendere e di volere alla data di stipula della c.d. transazione, come risulterebbe dalle
cartelle cliniche, ignorate dalla Corte d’appello.

La decisione della Corte di Cassazione
Per la Cassazione, la transazione sindacale con cui un lavoratore rinuncia a far valere determinati diritti, a fronte di una indennità concordata con il datore di lavoro, non è
idonea ad impedire la domanda di risarcimento del danno alla salute per una specifica malattia, in quanto la violazione degli obblighi di sicurezza da parte del datore ex articolo 2087 Cc
(“Tutela della condizioni di lavoro”) non può essere sottointesa in nessun tipo di accordo.
La Cassazione ha così accolto il ricorso degli eredi, ribadendo che la dichiarazione da parte del lavoratore “di rinuncia a maggiori somme riferita, in termini generici, a titolo di
pretese in astratto ipotizzabili in relazione alla prestazione di lavoro subordinato e alla conclusione del relativo rapporto, non può riguardare i diritti indisponibili, come quello
della salute”.

Suprema Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza n. 10218 del 18 aprile
2008

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