Incendi: l'Italia deferita alla Corte di giustizia

La Commissione europea si appresta a deferire l’Italia alla Corte di giustizia europea per il mancato completamento dei piani di emergenza in caso di incidenti rilevanti in impianti in cui sono
presenti sostanze pericolose, essa ha inoltre deciso di chiudere un procedimento contro l’Italia riguardante la designazione di siti naturali protetti, in considerazione dei progressi
significativi conseguiti nel 2007.

Il commissario per l’ambiente Stavros Dimas ha dichiarato: «Le autorità italiane devono predisporre piani di emergenza intesi a proteggere i cittadini e l’ambiente dalle
conseguenze di gravi incidenti industriali. È assolutamente indispensabile che gli impianti in cui vengono trattati materiali pericolosi dispongano di piani di emergenza in caso di
incidenti. Le conseguenze di incidenti di questo tipo vanno evitate con ogni mezzo possibile.»

Richiesta di pronuncia della Corte sui piani di emergenza intesi a far fronte ad incidenti gravi

La Commissione si appresta a deferire l’Italia alla Corte di giustizia europea per la mancata osservanza della normativa europea sul controllo delle conseguenze derivanti da incidenti rilevanti
connessi con determinate sostanze pericolose[1]. La direttiva, nota anche come direttiva Seveso II, impone agli Stati membri di predisporre piani di emergenza per le zone circostanti impianti
industriali in cui vengono depositati o manipolati ingenti quantitativi di sostanze pericolose.

Secondo il disposto della direttiva, le autorità degli Stati membri erano tenute a elaborare piani di emergenza per gli impianti suddetti entro il 3 febbraio 2002. Nell’ottobre 2007 la
Commissione ha inviato all’Italia un’ultima lettera di richiamo che segnalava la mancanza dei necessari piani di emergenza in oltre il 20% degli impianti in cui venivano depositate o manipolate
sostanze pericolose. Nelle due risposte trasmesse nel dicembre 2007, l’Italia ha riconosciuto tale carenza e si è impegnata a elaborare i piani mancanti.

Tuttavia l’Italia non si è ancora conformata al disposto della direttiva e non vi sono elementi per ritenere che le carenze attuali saranno colmate entro breve. Ritenendo inaccettabile
tale situazione, la Commissione ha deciso di deferire l’Italia alla Corte di giustizia.

Chiusura del procedimento relativo alle zone di protezione speciale

A fronte dei progressi compiuti nel 2007 nella designazione di zone di protezione speciale, la Commissione ha deciso di chiudere il procedimento intentato al riguardo contro l’Italia. Nel 2003
la Corte di giustizia europea ha dichiarato che l’Italia era venuta meno all’obbligo di classificare numerose aree come zone di protezione speciale per la tutela di specie di uccelli e di altre
specie migratorie ai sensi della direttiva «Uccelli selvatici». La rete di protezione presentava particolari lacune in Sicilia, Sardegna, Lombardia e Calabria (cfr. IP/05/56).

L’Italia ha designato gli ultimi siti mancanti, raggiungendo un numero soddisfacente di zone di protezione speciale nelle varie regioni. La Commissione ritiene pertanto che essa si sia
conformata alla sentenza della Corte di giustizia europea e può quindi chiudere il procedimento.

Procedura giuridica

L’articolo 226 del trattato conferisce alla Commissione il potere di agire nei confronti degli Stati membri che non adempiono ai loro obblighi.

Se ritiene che sia stata commessa una violazione del diritto comunitario tale da legittimare l’apertura di un procedimento di infrazione, la Commissione invia allo Stato membro interessato una
diffida o «lettera di costituzione in mora» (primo avvertimento scritto), invitandolo a presentare le sue osservazioni entro un termine ben preciso, in genere di due mesi.

Alla luce della risposta dello Stato membro, o in assenza di risposta, la Commissione può decidere di formulare un «parere motivato» (secondo e ultimo avvertimento scritto),
nel quale espone chiaramente e in via definitiva i motivi per cui ritiene che sia stata commessa una violazione del diritto comunitario e invita lo Stato membro a adempiere entro un termine ben
preciso, in genere di due mesi.

Se lo Stato membro non si conforma al parere motivato, la Commissione può decidere di adire la Corte di giustizia delle Comunità europee. Se la Corte di giustizia accerta che il
trattato è stato violato, lo Stato membro inadempiente è tenuto ad adottare i provvedimenti necessari per conformarsi al diritto comunitario.

L’articolo 228 del trattato conferisce alla Commissione la facoltà di procedere nei confronti di uno Stato membro che non si sia conformato a una precedente sentenza della Corte di
giustizia delle Comunità europee, ancora una volta attraverso l’invio di un primo avvertimento scritto (lettera di costituzione in mora) e di un secondo e ultimo avvertimento scritto
(parere motivato). Sempre a norma dell’articolo 228, la Commissione può chiedere alla Corte di infliggere una sanzione pecuniaria allo Stato membro interessato.

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