Il lavoratore a termine è una donna, laureata e collaboratrice

Nel corso degli ultimi anni le caratteristiche del lavoro hanno modificato il panorama occupazionale italiano ed il Ministero del lavoro ha organizzato una conferenza stampa per la
presentazione del dossier che spiega la portata del fenomeno ed i suoi contorni qualitativi e quantitativi.

Nel rapporto, infatti, il “Coordinamento delle attività statistiche” del Segretariato Generale del Ministero del Lavoro intende fare chiarezza su un tema di cui sono state date le
valutazioni più diverse e disparate in modo da disegnare politiche di intervento adeguate.
Il dossier nasce dalla sintesi e dalla comparazione dei dati provenienti dall’indagine Istat sulle Forze di Lavoro (Rilevazione Continua delle Forze di Lavoro – RCFL) e dei dati degli archivi
amministrativi dell’Inps così come strutturati nel Campione Longitudinale degli Attivi e dei Pensionati.

Il lavoro a termine – Sono considerati lavoratori a termine i dipendenti con un contratto temporaneo (compresi gli interinali, gli stagionali, i contratti di inserimento, a chiamata,
etc..) ed i lavoratori (classificati tra gli occupati indipendenti) con contratto di collaborazione coordinata e continuativa (404 mila) ed i prestatori d’opera occasionale (93 mila).
Il Ministero ha rilevato che tra i lavoratori a termine è più alta, rispetto alla media, la percentuale di occupati part time: 11% tra gli agricoli, 23% tra i dipendenti a
termine, 39% tra i collaboratori e 63% tra prestatori d’opera occasionale, contro il 13% per il complesso degli occupati.
Il lavoro a termine, inoltre, è scelto nella maggior parte dei casi per i lavori stagionali, il lavoro occasionale ed il periodo di formazione o apprendistato e ben 9 lavoratori su 10 ha
dichiarato di aver accettato questa tipologia di contratto non per volontà, ma per l’impossibilità a trovare un lavoro migliore.
Il 18% dei lavoratori a termine, comunque, dichiara di essere in cerca di un’altra occupazione e la percentuale cresce (fino quasi al 50%) nel caso di collaboratori e i prestatori d’opera
occasionale. Tra le motivazioni che spingono a cercare un nuovo lavoro compare l’esigenza di un’occupazione non occasionale, di un guadagno maggiore (agricoli), di migliori possibilità
di carriera e di un lavoro più qualificante.
Il Ministero ha evidenziato che il numero dei contratti a termine è inferiore alla media europea, ma che le donne si allineano al livello UE, mentre gli uomini si distaccano
maggiormente.
Tra coloro che permangono nel lavoro a termine è maggiore il numero dei collaboratori, degli occupati nel settore agricolo, delle donne e dei laureati, mentre chi riesce a passare
più frequentemente ad un lavoro permanente è un uomo residente al Nord Italia, di età compresa tra i 25 ed i 34 anni, con un livello di istruzione medio-bassa ed impiegato
nel settore dell’industria e delle costruzioni.
Il Ministero, inoltre, ha rilevato che il 24,5% dei lavoratori dipendenti a termine permane nella stessa condizione dopo 36 mesi di impiego: 1 su 4, dunque, è ancora apprendista e solo 1
su 3 è passato ad un contratto a tempo indeterminato.

Le criticità del lavoro a termine – Il Ministero ha concluso il dossier indicando quali sono i punti di criticità del lavoro a termine in Italia.
In particolare, si tratta di una tipologia contrattuale che interessa 2,5 – 3 milioni di lavoratori e che, pur essendo inferiore alla media europea, è in costante crescita, soprattutto
per alcune categorie sociali.
L’aumento dei contratti a termine si riscontra soprattutto nel part time e nei servizi, ma desta preoccupazione anche l’uso che ne viene fatto dalle pubbliche amministrazioni.
Un altro elemento critico è la difficoltà riscontrata nel passaggio ad un lavoro permanente, specie a causa dell’uso distorto di alcuni strumenti (quali l’apprendistato), che
dovrebbero favorire l’accesso al lavoro stabile e che, invece, vengono sfruttati per i vantaggi che procurano al datore di lavoro.

Leggi Anche
Scrivi un commento