Forlì: Bagnara: “I dati Istat sui fatturati dei diversi settori economici hanno confermato le proiezioni del modello econometrico”

Forlì – Gli ultimi dati Istat sui fatturati dei diversi settori economici hanno confermato le proiezioni del nostro modello econometrico presentate nell’autunno
scorso – afferma con soddisfazione Gian Luca Bagnara, Assessore alle Politiche Agroalimentari della Provincia di Forlì-Cesena.

Il modello econometrico, sviluppato nell’ambito del dottorato di Ricerca in Economia Alimentare dell’Università di Bologna, offriva infatti uno scenario di un
comparto agroalimentare con buone prospettive di tenuta sulla crisi finanziaria ed economica mantenendo una buona performance del ritorno degli investimenti (ROI: 0.6 nel 2008 rispetto
all’anno precedente e di un altro 0,5 nel 2009) grazie ad un graduale processo di specializzazione in filiere integrate ed internazionalizzazione. L’Istat ha confermato un
aumento del 11% del fatturato in Italia e 19% all’estero.

Il modello econometrico è stato costruito su un sistema di indicatori di bilancio e di variabili macroeconomiche, predisposto per 6 paesi europei, 9 settori (7 riferiti
all’industria alimentare, 1 al commercio di prodotti alimentari e 1 all’agricoltura), per un periodo di 9 anni: in totale, sono stati calcolati gli indicatori di bilancio di
circa 9 mila imprese a livello europeo.

Il clima di depressione finanziaria indurrà poi le imprese a contenere il capitale investito permettendo così un ulteriore miglioramento del ritorno degli investimenti. La
variabile negativa può invece derivare dalla tensione dei crediti al commercio inseriti in una politica più ampia di innalzamento del deficit pubblico necessario per far
fronte alla crisi finanziaria ed all’esigenza di investire per far ripartire il ciclo economico: un allungamento di 10 giorni di pagamento indurrebbe un peggioramento del ROI
dello 0.2.

Dietro questo scenario positivo, che conferma la definizione di “settore anticiclico”, si celano però alcune criticità – afferma Gian Luca Bagnara. In
uno scenario macroeconomico in calo, cioè di crisi, occorre infatti tener presente  gli effetti sulla gestione operativa e quelli sulla gestione finanziaria delle imprese
agroalimentari:

Effetti sulla gestione operativa: Una situazione di ciclo economico negativo favorisce una minore domanda o domanda stagnante con maggior vantaggio, nel breve periodo, per il prodotto
indifferenziato o di minor valore aggiunto. Questo richiede così minori investimenti strutturali (es. immobilizzazioni tecniche) ma maggiori di tipo organizzativo (es. avviare
partnership commerciali) per sviluppare comunque il fatturato. In tale situazione viene avvantaggiato il posizionamento sui marchi privati (private label) della grande distribuzione il
quale, sul breve periodo, si traduce in redditività per l’industria alimentare anche se diventa poi rischioso in una successiva fase di ripresa in quanto viene compromessa
la potenzialità di differenziazione sul mercato. 

Se la stagnazione o, meglio, il calo è accompagnato anche da una minore apertura verso i mercati internazionali, vi è un minor rischio sul flusso di cassa
dell’industria stessa, evidenziando così una esigenza meno forte di  strategie di differenziazione. All’opposto la situazione è più critica se il
ciclo economico in calo è accompagnato da una maggiore apertura dei mercati.

Effetti sulla gestione finanziaria: La difficoltà economica potrebbe favorire poi un maggior peso del deficit sul Pil anche per mantenere politiche di investimento pubblico
necessarie a fare da spinta al ciclo economico. A seguito delle relative politiche finanziarie, il maggior deficit si può riflettere in una maggiore pressione sulla gestione
finanziaria da parte del settore commercio con ulteriori difficoltà per la redditività dell’industria alimentare.

I settori che più dovrebbero beneficiare in termini di ritorno degli investimenti dovrebbero essere quello ortofrutticolo, le bevande ed i prodotti alimentari elaborati.
Più in difficoltà sono il settore del latte, delle carni rosse suine e della mangimistica a causa del maggiore indebitamento delle imprese.

Purtroppo, l’agroindustria soffre di costi fissi elevati ed imprese sotto-capitalizzate. Questi fattori rendono poi difficile il rapporto con il sistema bancario, alzando
così il costo del danaro ed i relativi oneri finanziari. I tempi medi di incasso dei crediti commerciali (90 giorni in Italia), infatti, sono sensibilmente superiori rispetto a
quelli europei (53 giorni). I bilanci delle imprese italiane, in particolare, evidenziano una durata media delle scorte di 77 giorni (26 in Europa), probabilmente legata a prodotti
più elaborati e stagionati, ma che incidono sensibilmente sul capitale investito.

Tutto questo comporta maggiori difficoltà nel fare fronte agli impegni di breve periodo: l’indice di liquidità primaria dell’IT (0,61) è infatti
decisamente inferiore a quello europeo (0,83) e, più in generale, a quella soglia (l’unità) che convenzionalmente segna il confine con la possibilità
dell’insorgenza di tensioni finanziarie nel breve periodo (come previsto dall’accordo di Basilea II). In altri termini, la liquidità dell’impresa, compresi i
crediti, non è sufficiente per coprire i debiti correnti.

E’ un aspetto di forte criticità poiché, generalmente, questo fabbisogno di breve periodo è coperto ricorrendo al sistema bancario (anticipi in conto corrente
e fidi). L’industria alimentare italiana è perciò fortemente esposta all’indebitamento con gli istituti di credito (il rapporto tra debiti finanziari e mezzi
propri è quattro volte superiore a quello europeo: 1,6 contro 0,4).

Un’altra causa dell’indebitamento elevato risiede nella sottocapitalizzazione tipica dell’impresa italiana. Il rapporto di indebitamento (rapporto tra il totale delle
fonti ed il patrimonio netto) è, infatti, compreso tra 5 e 6 per l’Italia, rispetto al 2,9 dell’Unione Europea. I mezzi propri, inoltre, coprono appena il 50-60%
delle immobilizzazioni contro 88% in Europa.

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