Fallimento dell’azienda: in caso di insolvenza, il tfr del lavoratore è sempre garantito

E’ un grave errore licenziarsi, meglio avere pazienza.

Con sentenza del 7 maggio 2008, n. 11147, la sezione lavoro della Corte di Cassazione ha disposto che il dipendente è pienamente tutelato nel caso di insolvenza dell’azienda, in
particolare per quanto attiene al tfr che l’Inps deve erogare, tramite il Fondo di garanzia, in luogo del datore di lavoro fallito.
Per la Cassazione, il pagamento del tfr è dovuto al lavoratore anche è parzialmente commisurato all’anzianità maturata in precedenza alle dipendenze di altro datore di
lavoro (anche cioè in caso di trasferimento d’azienda), non avendo rilevanza la cessione dei diritti maturati dal lavoratore in materia di Tfr presso la prima azienda.

Fatto e diritto
Un lavoratore era stato chiamato in giudizio dall’Inps a seguito dell’esorbitante importo relativo al tfr richiesto per i soli sei mesi di lavoro presso la Srl di cui era stato dichiarato il
fallimento ed a seguito del quale era stato emanato apposito decreto ingiuntivo.
Il lavoratore aveva sostenuto che l’importo del tfr si riferiva anche al precedente rapporto di lavoro alle dipendenze di una Spa non invocabile poiché era configurabile nella specie un
trasferimento d’azienda. Dato che la Spa non era stata dichiarata fallita, dunque, ad essa non si poteva applicare l’art. 2 della L. n. 297 del 1982, che presuppone lo stato d’insolvenza di
ogni debitore.

Le ragioni dell’Inps
Per l’Inps, il lavoratore aveva disposto del proprio credito per tfr maturato alle dipendenze della Spa mediante cessione pro soluto in favore della Srl (comunicata alla Spa), che aveva
trasformato il credito del lavoratore in obbligazione pecuniaria a carico del nuovo datore di lavoro, del quale il Fondo di Garanzia non poteva rispondere ad alcun titolo.
Per l’Inps, infatti, il lavoratore, disponendo del suo credito al di fuori della prevista procedura, aveva sostanzialmente rinunciato a farlo valere nei confronti dell’effettivo datore di
lavoro, in vista dell’assunzione da parte di una società da considerarsi terza o continuatrice della precedente. D’altro canto, la Legge n. 297 del 1982, art. 2 fa espresso riferimento
al datore di lavoro e non al cessionario o al preteso espromissore e, quindi, non era derogabile dai privati: peraltro, gli atti compiuti per aggirarne l’applicazione si ponevano al di fuori
del legittimo esercizio dell’autonomia privata e non perseguivano interessi meritevoli di tutela.

Le ragioni del lavoratore
Costituitosi in giudizio, il lavoratore chiedeva la conferma del decreto opposto ed eccepiva l’infondatezza di quanto sostenuto dall’Inps.
Il lavoratore, in particolare, sosteneva di aver pattuito con la Srl un’espromissione liberatoria ai sensi dell’art. 1272 c.c., la quale, non avendo carattere novativo, aveva mantenuto la
natura originaria del credito per tfr, legittimando l’intervento del Fondo di Garanzia.
Il Pretore rigettava il ricorso dell’Inps che ricorreva in Corte d’Appello. Anche la Corte, tuttavia, rigettava il ricorso.

La decisione della Corte d’Appello
Per la Corte d’Appello, il dipendente avrebbe avuto comunque il diritto di chiedere alla Srl (e quindi al Fondo di garanzia) il credito e, stante la sopravvenuta insolvenza della Spa,
evidenziata dalla omologazione del relativo concordato preventivo, le eccezioni dell’Inps correlate all’esistenza di un debitore non avevano ragione di esistere.
Lo stesso giudice si faceva carico dell’obiezione secondo cui la L. n. 297 del 1982, art. 2, nel prevedere l’intervento sostitutivo del Fondo di garanzia, farebbe riferimento solo al
«datore di lavoro» e non anche a cessionari o espromissori: in proposito la Corte ha osservato che, in realtà, la norma non esclude l’intervento del Fondo di
garanzia ai fini del pagamento del tfr maturato dal lavoratore nel corso dell’intera vita lavorativa (e quindi nella specie per la parte del tfr relativa al periodo in cui il lavoratore era
stato dipendente della Spa) nell’ipotesi di espromissione liberatoria quale quella configurabile nella specie.
Contro tale sentenza, l’Inps ha proposto ricorso in Cassazione.

La decisione della Corte di Cassazione
Per la Cassazione, la qualificazione giuridica della Corte di Appello della fattispecie negoziale, operata dal giudice di primo grado, non è coerente non solo con le argomentazioni
sviluppate fino a quel punto della sentenza, ma anche con gli accertamenti di tipo fattuale insiti nelle stesse e, in particolare, con l’inequivoco riferimento alla maturazione in favore del
lavoratore del diritto ad un unitario tfr in relazione all’intero periodo lavorativo, compreso quello in cui egli era stato dipendente della Spa
Per la Cassazione, tale ricostruzione di insinuazione e riconoscimento del credito nella sede fallimentare presuppone che ci sia stato il riconoscimento da parte del secondo datore di lavoro
(subentrato nel quadro di una vicenda collettiva di cui l’Inps ancora in appello sosteneva la qualificabilità in termini di trasferimento di azienda) della unitarietà dei rapporti
di lavoro.
Ne deriva che le pattuizioni intervenute tra la Srl e lavoratori in merito al tfr maturato durante il periodo di dipendenza dei lavoratori stessi dall’altra società inerivano al rapporto
di lavoro.
Per la Cassazione da ciò deriva la sussistenza di un diritto dei lavoratori ad un unitario tfr (peraltro riconosciuto nella sede fallimentare) poiché opera la garanzia prevista
dalla L. n. 297 del 1982, art. 2 per il t.f.r. relativo al rapporto unitariamente considerato, analogamente a quanto avviene in caso di trasferimento d’azienda. Il ricorso, pertanto, è
stato rigettato.

Suprema Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza n. 11147 del 7 maggio
2008

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