Demansionamento dei dirigenti: decadenza delle prove

La Suprema Corte di Cassazione, sezione lavoro, con la sentenza del 24 ottobre 2007, n. 22305, ha stabilito che il lavoratore che impugna il demansionamento deve dimostrare fin dal ricorso
introduttivo del giudizio di esservi stato sottoposto per non rischiare la decadenza dalle prove, come stabilito dall’articolo 414, n. 5, Cpc.
La Corte di Cassazione ha così chiarito che i poteri d’ufficio del giudice del lavoro possono essere esercitati pur in presenza di già verificatesi decadenze o preclusioni e pur
in assenza di una esplicita richiesta delle parti in causa, tenendo conto che, se deve esserci sempre la specifica motivazione dell’attivazione dei poteri istruttori d’ufficio ex art. 421
c.p.c,, il mancato esercizio di questi va motivato soltanto in presenza di circostanze specifiche che rendono necessaria l’integrazione probatoria.
Quindi, per la Corte di Cassazione, correttamente la Corte d’appello ha confermato la pronuncia di primo grado che aveva ritenuto decaduto il ricorrente dalla prova non indicata nel ricorso
introduttivo del giudizio.
In altre parole, se non esiste motivazione, il giudice del lavoro può esercitare i poteri d’ufficio anche quando si sono verificate decadenze o preclusioni e in assenza di una richiesta
esplicita delle parti in causa, ma fa notare che è sempre necessaria una specifica motivazione per far attivare i poteri istruttori d’ufficio di cui all’art. 421 del Cpc.

Fatto e diritto
Un dirigente aveva convenuto in giudizio l’azienda ospedaliera dove lavorava, lamentando una serie di atti e comportamenti reiterati diretta alla sua emarginazione nel posto di lavoro e che,
dopo essere stato nominato Direttore Chimico Ospedaliero, responsabile del laboratorio di analisi chimico-cliniche, veniva sollevato dall’incarico e veniva incaricato di assumere la
responsabilità del settore dell’automazione chimico-clinica.

Le ragioni e le richieste del dirigente
Il dirigente aveva rinviato tale incarico e denunciava la violazione dell’art. 29 D.P.R. 761 del 1979 (che vieta l’assegnazione a mansioni di livello inferiore alla qualifica), invitando il suo
superiore ad assegnargli semmai funzioni coerenti con la posizione ricoperta.
Rivoltosi anche al Tar per l’illegittimità degli atti di conferimento di incarichi apicali cui il ricorrente stesso ambiva e lamentando una prolungata attività di mobbing subita
ad opera dell’Azienda ospedaliera, chiedeva:
a) la condanna all’assegnazione di mansioni corrispondenti all’inquadramento avuto ed alla professionalità maturata;
b) l’accertamento e alla condanna al pagamento dell’indennità “di risultato” nella misura massima prevista per la sua posizione funzionale oltre agli interessi maturati ed alla
rivalutazione monetaria;
c) l’accertamento che gli atti posti in essere dall’Azienda, già dichiarati illegittimi con precedente sentenza del Tar, erano da considerarsi in violazione dell’art. 2087 c.c. e
dell’art. 56 d.lgs. n. 29 del 1993 con conseguente condanna della medesima a risarcirgli i danni patiti in misura pari alla somma delle mensilità di retribuzione che avrebbe dovuto
percepire quale “responsabile di struttura complessa” per il periodo in cui aveva subito la lesione,
d) la condanna al risarcimento del danno biologico subito a causa dell’illegittimo comportamento datoriale, da accertarsi in causa a mezzo di c.t.u. medico-legale.
L’Azienda ospedaliera contestava il fondamento delle domande del ricorrente e ne chiedeva il rigetto alla sezione lavoro del Tribunale, che però rigettava le domande proposte dal
ricorrente nei confronti dell’Azienda.
Allora il dirigente impugnava tale decisione in Corte di Appello chiedendo che fossero accolte le suddette domande proposte.

Le ragioni dell’azienda ospedaliera
L’Azienda Ospedaliera chiedeva che fosse dichiarata l’inammissibilità dei mezzi istruttori richiesti dall’appellante e, nel merito, il rigetto delle richieste e la conferma integrale
dell’impugnata sentenza, oltre alle spese di entrambi i gradi di giudizio.

La decisione della Corte di Appello
La Corte di Appello rigettava l’impugnazione del dirigente confermando integralmente la pronuncia di primo grado e compensando tra le parti le spese del grado.
In particolare la Corte, dopo aver premesso che per le domande di cui sopra sub a) e b) c’era stata acquiescenza, rivelava, quanto alle altre due domande, che le istanze istruttorie erano
tardive perché formulate non in ricorso, ma all’udienza e che il giudice non era tenuto ad attivare i poteri d’ufficio ex art. 421 c.p.c.
La Corte di appello ha fatto rilevare che la invocata sentenza del Tar aveva accertato che il dirigente aveva diritto ad essere nuovamente valutato, ma non c’era stato alcun accertamento della
dequalificazione denunciata e quanto al demansionamento la Corte aveva ritenuto che era mancata la prova dell'”inferiorità” delle mansioni svolte come anche mancava la prova del
demansionamento per un determinato periodo e non sussisteva la prova del danno alla salute.
Il dirigente si è allora ricorso in Cassazione.

La decisione della Corte di Cassazione
La Corte di Cassazione ha stabilito che il lavoratore che impugna il demansionamento deve dimostrare fin dal ricorso introduttivo del giudizio di esservi stato sottoposto per non rischiare la
decadenza dalle prove, come stabilito dall’articolo 414, n. 5, Cpc.
Infatti la Cassazione fa notare che tale decadenza dalle prove riguarda non solo il convenuto ma anche l’attore.
La Corte di Cassazione ha così chiarito che i poteri d’ufficio del giudice del lavoro possono essere esercitati pur in presenza di già verificatesi decadenze o preclusioni e pur
in assenza di una esplicita richiesta delle parti in causa, tenendo conto che, mentre deve esserci sempre la specifica motivazione dell’attivazione dei poteri istruttori d’ufficio ex art. 421
c.p.c, invece il mancato esercizio di questi va motivato soltanto in presenza di circostanze specifiche che rendono necessaria l’integrazione probatoria.
Quindi per la Corte di Cassazione correttamente la Corte d’appello ha confermato la pronuncia di primo grado che aveva ritenuto decaduto il ricorrente dalla prova non indicata nel ricorso
introduttivo del giudizio.
In altre parole se non esiste motivazione il giudice del lavoro può esercitare i poteri d’ufficio anche quando si sono verificate decadenze o preclusioni e in assenza di una richiesta
esplicita delle parti in causa, ma fa notare che è sempre necessaria una specifica motivazione per far attivare i poteri istruttori d’ufficio di cui all’art. 421 del Cpc.
La sentenza della Corte di Appello impugnata reca essenzialmente valutazioni di merito non censurabili in sede di legittimità in quanto comunque assistite da motivazione sufficiente e
non contraddittoria a causa della carenza probatoria in causa della dequalificazione e del demansionamento professionale conseguente all’assegnazione al dirigente appellante dell’incarico di
“coordinatore del gruppo operativo controllo qualità”, cioè che l’espletamento materiale di tale incarico comportasse lo svolgimento di mansioni inferiori, onere probatorio che
era a carico del dirigente ricorrente.
In sintesi per la cassazione la Corte d’appello, con valutazione di merito non censurabile in sede di legittimità, ha concluso che erano mancati totalmente riscontri probatori atti a
consentire qualsivoglia valutazione delle ulteriori mansioni svolte dal dirigente.

Suprema Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza n. 22305 del 24 ottobre 2007
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